Scenari

Decarbonizzazione, l’Ue faciliti la transizione energetica

carbone

Nonostante la svolta “green” dell’Unione Europea, il carbone rappresenta ancora un quarto della produzione totale di energia e tre quarti delle emissioni

 

 

L’Europa sta producendo, grazie al carbone, un quarto dell’energia elettrica di cui ha bisogno. Ma questo quarto è responsabile di tre quarti delle emissioni. E’ questo quanto viene riportato da una pubblicazione di Bruegel,  in cui si sottolinea che se è vero che il Vecchio Continente si sta impegnando al massimo per  il raggiungimento dell’obiettivo dell’efficienza e per la transizione energetica, è anche vero che  la componente carbone pesa ancora sul mix europeo, vanificando gli sforzi.

Il carbone rimane ancora una fonte predominante in diversi paesi UE: 80% in Polonia, 77% in Estonia e il 49% in la Repubblica Ceca. Solo pochi paesi dell’UE hanno fatto programmi in merito alla decarbonizzazione. Il Regno Unito è stato il primo paese a fissare una data per la fine dell’uso di questa fonte e vedrà la chiusura della sua ultima centrale entro il 2025. La Francia ha seguito il buon esempio, impostando un phase-out entro il 2022. Anche Paesi Bassi e Italia hanno proposto piani per chiudere centrali elettriche a carbone entro il 2030 e il 2025 rispettivamente.

In generale, due sono gli argomenti usati dai governi per sostenere il carbone o, almeno, per procrastinare il suo ritiro graduale: sicurezza energetica e competitività; perdite di posti di lavoro e più ampia economia ripercussioni per le regioni minerarie del carbone.

Per ciò che carboneconcerne l’argomento della sicurezza energetica si può dire che un paese completamente dipendente dal carbone per la produzione di elettricità non può passare in breve tempo alle fonti più pulite di energia. Nonostante questo, molti paesi hanno eliminato il carbone senza compromettere la sicurezza degli approvvigionamenti: servono progetti concreti e volontà.

Per quanto concerne l’altra faccia della medaglia, l’argomento socio-economico, esso può definirsi illusorio: l’occupazione nel settore del carbone in Europa non rappresenta un problema rilevante a livello nazionale o regionale mentre la produzione di carbon fossile nell’UE continua a diminuire dal 1990. Nel 2016, solo il 36% del consumo di carbone fossile nell’UE era coperto da produzione locale e il resto era  importato da Russia, Colombia, Australia, Stati Uniti e altri fornitori minori.

La soluzione proposta nella pubblicazione è l’imposizione dell’UE riguardo l’eliminazione rapida del carbone. A questa imposizione farebbe seguito necessariamente un piano per la garanzia del benessere sociale dei minatori che perderanno necessariamente il lavoro. E, se dapprima si pensava alla necessità della creazione di un fondo ad hoc, adesso si suggerisce solo un miglioramento del FEG, il Fondo Europeo di Adeguamento alla Globalizzazione, permettendogli un salto che può permettergli di diventare “Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione e al clima” con un bilancio complessivo più elevato di cui almeno 150 milioni di euro annui sarebbero utilizzati al sostegno delle regioni minerarie.

Secondo alcune stime basterebbe mobilitare lo 0,1% del bilancio totale UE: potrebbe fornire un significativo incentivo agli stati membri dipendenti da questa fonte per eliminarla gradualmente, generando sostanziali benefici per il clima, l’ambiente e la salute umana.

 

Giovanni Malaspina