Sostenibilità

Energia, non realizzare opere costa all’Italia 55 miliardi

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Emblematico il caso di Total a Tempa rossa: senza oleodotto costretti a trasporto tramite autobotte.

 

Anche il “non realizzare” opere infrastrutturali può avere un costo economico in termini, ambientali e sociali legati alla mancata o ritardata realizzazione di investimenti strategici per il Paese e i territori. A calcolare ormai da un decennio queste diseconomie è Agici finanza d’impresa, società di ricerca e consulenza specializzata nel settore delle utilities, delle rinnovabili, delle infrastrutture e dell’efficienza energetica, formata da un team di esperti guidato da Andrea Gilardoni, docente di economia e gestione delle imprese all’Università Bocconi. L’ultima versione del rapporto annuale, quella 2016, stima in oltre 600 miliardi (606 per l’esattezza) di qui al 2030 i costi dei ritardi e delle opere infrastrutturali bloccate nel nostro paese. Rispetto al rapporto 2015 i costi del non fare mostrano, tuttavia, una tendenza in riduzione: erano 40 miliardi in più lo scorso anno.

gasNel settore dell’energia, secondo Agici è possibile calcolare una necessità di impianti di produzione di energia per 22.900 MegaWatt (per un costo del non fare di 43,7 miliardi di euro), a cui si aggiungono 5mila km di reti di trasmissione e 160 cabine (per 12 miliardi di euro). In totale poco più di 55 miliardi di euro. “Per il prossimo anno prevediamo in generale numeri più bassi per via della situazione incerta dovuta in parte anche al tema dell’efficienza energetica. Ma il quadro è senza dubbio dinamico – ha detto Gilardoni a Energiaoltre.it –. La prima domanda da farsi è però di quanta energia avremo bisogno. Quello che sappiamo per certo è che il futuro dell’Italia e dell’Europa sarà ancora determinato dalle fonti fossili fino al 2030 o addirittura 2050. Per non parlare di India e Cina dove domina il carbone”.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), in effetti, i combustibili fossili continuano a pesare nel mix complessivo dell’energia prodotta a livello mondiale, per l’81% dei consumi totali (in base ai dati aggiornati al 2015) come nel 1985. Cioè trent’anni fa. Naturalmente la produzione energetica è cresciuta del 70% circa e le quantità di combustibili fossili utilizzati sono di più in proporzione, ma l’aumento riguarda tutte le fonti con il gas che ha rosicchiato punti al petrolio e il carbone ancora saldo nei paesi in via di sviluppo. Nel rapporto Aie “World Energy Balances” di quest’anno ma riferito al 2016 si evidenzia come la produzione mondiale di carbone sia diminuita significativamente a differenza di quella del gas. In Cina per esempio la produzione è scesa del 9%, stesso livello più o meno del Sud Africa. E cali si registrano anche in Stati Uniti e Australia. In sostanza a livello globale, nonostante un aumento della domanda da parte dell’India, il consumo è sceso del 2%, compensato da un maggior utilizzo del gas. All’interno dei paesi Ocse la produzione di elettricità da gas e da carbone infatti è stata per la prima volta paritaria. La maggiore domanda ha quindi portato ad un aumento degli scambi e a una crescita dei gasdotti e del Gnl, in particolare in Asia. Nel complesso, si è registrato un aumento globale delle importazioni globali di gas che si sono attestate a 47 miliardi di metri cubi nel 2016, circa il 4,5% in più rispetto al 2015.

totalUn caso concreto di costi del “non fare” che in questi giorni ha avuto una certa eco viene da Total e dalle sue attività estrattive a Tempa rossa. La major che estrae in Basilicata insieme a Shell e Mitsui porterà il greggio attraverso autobotti verso le Raffinerie di Falconara Marittima e di Roma: 170 mezzi e 20 mila barili totali al giorno. Un’ipotesi avanzata dalla stessa società per avviare al più presto la produzione del secondo giacimento entro il 31 dicembre 2017 e non veder sfumata tale possibilità una volta finiti gli impianti. L’azienda, raccontano le cronache, ha infatti riscontrato una certa difficoltà ad operare con l’oleodotto Val d’Agri, bloccato dai ritardi autorizzativi e dall’opposizione del progetto da parte della Regione Puglia e che avrebbe consentito invece di far approdare il greggio direttamente alla raffineria di Taranto. L’alternativa rischia però di portare a un aumento dei costi e dell’inquinamento visti i circa quattromila chilometri complessivi del tratto andata e ritorno tra Corleto Perticara e Falconara Marittima e tra Corleto Perticara e Roma che le autobotti dovranno compiere. Con il rischio di incidenti e la sicurezza di un aumento del traffico e delle emissioni. Almeno fino a che non sarà attivo l’oleodotto e fino alla scadenza prevista della produzione fissata nel 2023.

Contro questa ipotesi si è scagliato il Movimento 5 stelle: “Invadere ogni giorno le strade di mezza Italia con centinaia di camion di petrolio per poi caricarli via nave è un crimine ambientale – denuncia il deputato M5S Stefano Vignaroli, vicepresidente della Commissione di inchiesta bicamerale sul ciclo dei rifiuti -. Farli transitare per Malagrotta, poi, ancor di più. Presenterò un’interrogazione parlamentare e farò qualsiasi atto è nelle mie funzioni per impedire questo scempio ambientale proposto praticamente a Ferragosto”, ha concluso Vignaroli.