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Germania “sfora” per la seconda volta gli obiettivi sulle emissioni

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A rischio i target nazionali ed europei al 2020. Sarebbe un duro colpo per un paese dall’immagine fortemente “green”. Sul banco degli imputati trasporti e carbone

Per il secondo anno consecutivo la Germania vedrà aumentare le emissioni di gas a effetto serra invece di diminuire, allontanandosi dagli obiettivi europei. Nonostante nell’immaginario collettivo rimanga uno dei paesi “green” per eccellenza e malgrado abbia ospitato di recente l’ultima Conferenza sul clima a Bonn, i nuovi dati diffusi dall’Agenzia federale per l’ambiente (Uba) mostrano una marcia che procede in direzione opposta a quella auspicata.

Emissioni a 909,4 mln di tonnellate di CO2 equivalente 2,6 mln in più rispetto al 2015

Le cifre ufficiali sono arrivate proprio nelle ore in cui la cancelliera Angela Merkel è ancora alle prese con le difficili negoziazioni per formare la coalizione di governo e parlano di 909,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, con emissioni totali per il 2016 pari a 2,6 milioni di tonnellate in più rispetto al 2015. I trasporti hanno contribuito per 166,8 milioni di tonnellate, in aumento rispetto al 1990, l’anno di riferimento. Risulta, dunque, vanificato lo sforzo del settore energetico dove le emissioni sono scese di 4.6 milioni di tonnellate, malgrado un aumento delle esportazioni di energia. Il comparto è oggi responsabile di 332 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, pari al 36,5% del totale nazionale. Rispetto alle altre attività economiche, è la quota maggiore.

Agenzie federale per l’ambiente: nuovo approccio su trasporti e carbone

Abbiamo bisogno di un nuovo approccio nel settore dei trasporti”, ha detto il numero uno dell’Uba Maria Krautzberger ammettendo che se la Germania ha intenzione di raggiungere il suo obiettivo 2030 di ridurre le emissioni del settore dei trasporti di 70 milioni di tonnellate, ci deve essere una quota per le auto elettriche e un’inversione della tendenza sui veicoli pesanti. Secondo la Krautzberger occorre prima di tutto affrontare un discorso con l’Europa per fissare il limite medio di emissioni delle flotte auto a partire dal 2025 a 75 grammi di Co2 per chilometro. Poi deve essere approcciata la questione della produzione di carbone nel paese: la numero uno dell’Uba ha suggerito di ridurre l’esercizio delle centrali a carbone che hanno oltre i 20 anni e di scollegare dalla rete gli impianti più inefficienti per almeno 5GW. “Altrimenti non solo rischiamo di perdere il nostro obiettivo climatico al 2020, ma ci metteremo anche nei guai anche alla fine del prossimo decennio – ha ammesso l’esperta -. La Germania ha ridotto le sue emissioni del 27,3% al 2016 rispetto ai livelli del 1990. Ma il governo mira ufficialmente a ridurle del 40% entro il 2020”, anche se, ha ammesso “è probabile che non verrà raggiunto”. Anche le emissioni derivanti dagli edifici sono aumentate nuovamente di 3,6 milioni di tonnellate rispetto al 2015 a causa delle condizioni meteorologiche: “C’è un enorme potenziale di risparmio negli edifici; sia attraverso l’isolamento termico, sia attraverso l’utilizzo di maggiore energia rinnovabile”, ha ammesso la Krautzberger.

Germania probabilmente costretta ad acquistare diritti di emissione da altri paesicarbone

La Germania è stata incaricata dall’Europa, come è accaduto ad altri paesi con obiettivi diversi, di ridurre le emissioni di CO2 del 14% entro il 2020, un obiettivo che sembrava raggiungibile e persino superabile, fino a poco tempo fa, grazie all’accumulo eccessivo di diritti di emissione. Tuttavia, il picco imprevisto delle emissioni legate al traffico è presumibile che finirà per “consumare” tutti i diritti di emissione in sospeso entro la fine del 2018 costringendo Berlino ad acquisire altri diritti di emissioni da paesi in surplus. Il piano è già stato messo a punto dal ministero dell’Ambiente tedesco, secondo quanto raccontano i media locali citando dei funzionari tedeschi. Il costo per gli ulteriori diritti di emissione richiesti sarà coperto dai budget ministeriali dei settori maggiormente responsabili della maggiore produzione di CO2, come il ministero dei Trasporti. L’ammissione tedesca “costituisce un segnale preoccupante e potrebbe comportare la perdita della credibilità internazionale di Berlino nell’azione sul cambiamento climatico”, ha dichiarato il Wwf ammettendo che se non verranno rispettati né gli obiettivi nazionali né quelli europei “la ricca Germania si trasformerebbe nel membro con le peggiori prestazioni dell’Ue in materia di politica climatica”.

La speranza di un cambio di marcia non appena insediato il nuovo governo

È probabile che la marcia decisiva per consentire alla Germania di tornare in carreggiata verrà ingranata non appena sarà insediato ufficialmente il nuovo governo di coalizione. I due maggiori partiti politici tedeschi Cdu-Csu e Spd si sono accordati sull’abbandono dell’impegno a ridurre le emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 secondo alcune indiscrezioni raccolte da Reuters. Ma è naturale che sul banco degli imputati finiranno di buon grado le centrali a carbone. Nonostante in campagna elettorale la Merkel abbia scelto di non prendere posizione – il settore rappresenta ancora il 33% delle emissioni tedesche nel suo insieme e il 40% del mix elettrico e l’industria carbonifera è molto potente a livello nazionale e territoriale – e la decisione di abbandonare l’energia nucleare entro il 2022 abbia fatto rinascere il settore sussidiato dal ministero dell’Economia guidato da Sigmar Gabriel, sarà proprio sull’industria carbonifera che si giocherà una fetta importante del successo tedesco nella politica climatica.