Scenari

Chi vince e chi perde tra le Big Oil con gli aumenti dei prezzi del greggio

Nonostante la ripresa del mercato i rendimenti medi degli azionisti delle compagnie petrolifere sono appena superiori e, in alcuni casi, molto inferiori a quelli del mercato in generale

I prezzi del greggio hanno raggiunto, nel periodo recente, i valori più alti degli ultimi tre anni. Ciò all’interno di un quadro che ha visto l’industria petrolifera tagliare i costi operativi e aumentare i profitti con crescite, in alcuni casi, a tre cifre. Nonostante ciò gli investitori hanno trovato lo stesso molto di cui lamentarsi nei risultati finanziari del secondo trimestre delle Big oil.

DALLA CRISI BIG OIL RAFFORZATE MA NON TUTTE ALLO STESSO MODO

petrolio usaLa stragrande maggioranza dei risultati finanziari licenziati dalle imprese petrolifere la scorsa settimana ha mostrato una sorprendente variazione nella forza delle più grandi aziende energetiche del mondo. Alcune sono state perfettamente in grado di far fronte alla peggiore crisi industriale verificatasi negli ultimi anni, aumentando la produzione proprio mentre i prezzi del petrolio aumentavano. Altre non sono riuscite a decollare e sono cadute a terra. L’impennata dei prezzi del petrolio ha comunque dato una spinta ai conti di un po’ tutte le imprese, a cominciare dal quadruplicarsi dei profitti di BP Plc che si è posta, in questo senso, in testa alla classifica delle Big oil. Le aziende hanno tagliato i costi durante il periodo di crisi e li hanno tenuti sotto controllo, e ciò ha dato loro un beneficio aggiuntivo con l’aumento dei prezzi del greggio. Dopo anni di prestiti per pagare gli azionisti, la maggior parte delle più grandi imprese energetiche non statali del mondo ha generato, insomma, liquidità sufficiente per coprire dividendi e investimenti. “Ci siamo voltati indietro e abbiamo riattrezzato l’azienda in sette anni – ha dichiarato l’amministratore delegato di BP, Bob Dudley, in un’intervista a Bloomberg Tv –. Ciò ci dà più fiducia di quanta ne abbiamo avuta da molto tempo a questa parte”.

CHI SONO I VINCITORI E I PERDENTI

Naturalmente gli effetti della lunga crisi e del ritrovato apprezzamento dei valori petroliferi ha avuto effetti diversi a seconda della fase in cui si trovava la società da un punto di vista del ciclo di investimenti. La Total, ad esempio, ha mostrato la tempistica ottimale posizionandosi nel modo migliore per raccogliere i frutti degli investimenti precedenti, aumentando le previsioni di produzione prima dell’aumento dei prezzi del petrolio. BP, al contrario, non è stata in grado di eguagliare la crescita della produzione di Total, ma ha affermato con fiducia di avere la forza finanziaria per aumentare i dividendi e inseguire la crescita. Il profitto della Chevron, invece, non è stato sufficiente, ma la compagnia è riuscita lo stesso a conquistare gli azionisti ripartendo con buybacks dopo tre anni di pausa. Anche Royal Dutch Shell ha mancato le stime, e la sua attenzione al pagamento del debito ha comportato un avvio più lento del previsto dei riacquisti di azioni. Gli investitori della Exxon Mobil, infine, sono i più dispiaciuti, su quasi tutti i fronti. Si trovano all’estremità opposta del ciclo rispetto a Total, e stanno spendendo molto per invertire il trend di calo della produzione. Il flusso di cassa non ha coperto gli investimenti e i dividendi, il che significa che non vi sono state operazioni di riacquisto.petrolio

GLI INVESTITORI RIMANGONO VIGILI

Gli investitori rimangono comunque vigili in attesa di scorgere eventuali segnali di una ripresa di spese incontrollate da parte delle Big oil ora che i prezzi del petrolio sono mediamente sopra i 70 dollari al barile. Anche se ci sono segnali che possono persuadere a una maggiore tollerabilità verso un aumento degli investimenti. Un esempio viene proprio da BP che nella recente relazioni ai mercati, datata 27 luglio, informava sul riacquisto di gran parte delle attività petrolifere onshore di BHP Billiton Ltd. per 10,5 miliardi di dollari, il suo più grande affare in quasi vent’anni. Inizialmente le azioni sono diminuite fino al 2,4%, con gli analisti preoccupati del prezzo e della mancanza di sinergie con le attività esistenti. Ma dopo un’opera di persuasione da parte di BP sui meriti dell’acquisizione, le azioni hanno recuperato e finito per ricavare lo 0,5% dimostrando come i guadagni di consenso dell’azienda abbiano di fatto giustificato l’affare.

NONOSTANTE LA RIPRESA I RENDIMENTI MEDI DEGLI AZIONISTI SONO APPENA SUPERIORI E, IN ALCUNI CASI, MOLTO INFERIORI A QUELLI DEL MERCATO IN GENERALE

Sono passati quattro anni dall’inizio della grande crisi petrolifera, con il Brent che è sceso da oltre 100 dollari nel giugno 2014 a soli 27 nel gennaio 2016. Il mercato oggi è molto più in salute grazie ad una combinazione di rapida crescita della domanda e riduzioni dell’offerta da parte dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Chiunque abbia avuto modo di confrontarsi con le principali compagnie petrolifere in questi anni di crisi, ha potuto toccare con mano il fatto che i profitti non sono stati, per così dire, impressionanti. I corsi azionari hanno registrato una ripresa, i dividendi sono stati mantenuti o aumentati e sono in corso buybacks, ma i rendimenti medi degli azionisti sono appena superiori o, in alcuni casi, molto inferiori a quelli del mercato in generale. Le major hanno “ulteriore lavoro da fare per catturare appieno l’intero free cash flow per ogni rialzo del barile”, ha ammesso Christyan Malek, un analista di JPMorgan Chase & Co, come riporta Bloomberg, ricordando che gli investitori stanno iniziando a porsi una domanda: “Dov’è il denaro contante?”.