Scenari

Inverno freddo e dipendenza energetica. Pericoli e fronti aperti

dipendenza energetica

Altissima la dipendenza energetica dell’Italia. Il Paese importa gran parte di gas e petrolio che servono a soddisfare la domanda 

Tra qualche settimana gli italiani dovranno tenersi pronti a girare la manopola del gas per accendere i riscaldamenti. Quest’anno è probabile, infatti, che saremo costretti a fare i conti con diverse ondate di freddo e maltempo sulla Penisola.

Per il momento il “Sistema Italia”, dal punto di vista energetico, regge. Ma dietro l’angolo sono sempre in agguato gli imprevisti, come la guerra del gas tra Russia e Ucraina di qualche anno fa, che rischiò di lasciare al freddo gli europei. Per il nostro Paese il problema è sempre lo stesso: diversificare i paesi di provenienza delle forniture da un punto di vista geopolitico e incrementare gli approvvigionamenti per evitare di rimanere senza materia prima. Confidando, magari, che le temperature siano clementi.

Ci attende un inverno freddo?

inverno freddoL’inverno è ancora abbastanza lontano, tuttavia si possono fare delle ipotesi decorose sfruttando degli indici predittori. Uno degli indici che potrebbero aiutarci nelle previsioni, sono i venti al di sopra della fascia equatoriale fra i 10 e i 20 km: per circa 18 mesi soffiano in una direzione, vale a dire da ovest verso est e per altri 18 mesi spirano al contrario. Quando soffiano da ovest verso est sono grosso modo sincronizzati con le correnti tra i 30 e 60 gradi di latitudine, quelle che generano le perturbazioni atlantiche. Ma mentre quando viaggiano nella stessa direzione non disturbano le correnti occidentali quando vi si contrappongono, formano un’ondulazione del mare che trascina aria fredda dal Polo. A partire da agosto questa oscillazione di 18 mesi è entrata nella fase negativa cioè i venti hanno cominciato a soffiare sulla fascia equatoriale da est verso ovest favorendo l’irruzione di aria fredda verso latitudine più basse. Questo potrebbe essere un elemento per dire che l’inverno porterà ondate di freddo maggiore rispetto all’anno passato”, ha raccontato ad energiaoltre.it il colonnello Mario Giuliacci. “C’è anche un altro elemento ancora in fieri che può influenzare le basse latitudini: è l’innevamento che si verificherà tra ottobre e novembre sull’emisfero nord: più esteso sarà sulla Scandinavia, fino a scendere verso la Danimarca e la Romania, tanto maggiore sarà la probabilità che l’aria fredda contenuta entro il circolo polare possa scendere su più basse latitudine portando un inverno rigido”, conclude Giuliacci.

Cambiamenti climatici in corso

Che il clima stia cambiando, tuttavia, è innegabile. Il rischio è il verificarsi di eventi sempre più estremi mentre la tendenza da un punto di vista meteorologico è quella di avere estati più caldi e inverni mediamente più tiepidi con delle oscillazioni che possono portare delle vere e proprie “sciabolate artiche” con ghiaccio e neve anche a basse latitudini.

“Le nostre osservazioni in giro per il mondo ci dicono che il clima sta cambiando ma non ci dicono perché” ammette ad energiaoltre.it il climatologo del Cnr Antonello Pasini, autore del libro “Effetto Serra Effetto Guerra”con Grammenos Matroieni. “Per capirlo bisogna inquadrare i dati nella nostra conoscenza teorica del sistema con dei modelli climatici, perché mentre i singoli pezzi come atmosfera e oceani sono studiabili in un laboratorio reale, quando vogliamo ricostruire tutto il ‘sistema Clima’ non possiamo farlo per un problema di dimensioni e di variabili. Quindi lo facciamo virtualmente con un calcolatore. Mettiamo dentro tutti i dati del passato e la conoscenza teorica che abbiamo e cerchiamo di trovare dei modelli in grado di ricostruire il clima degli ultimi 150 anni. Poi tramite degli esperimenti vediamo cosa sarebbe successo se l’influsso umano fosse rimasto all’epoca pre-industriale. E ci accorgiamo che il riscaldamento degli ultimi 50-60 anni non ci sarebbe stato – osserva Pasini –. Si tratta di una prova lampante della responsabilità primaria degli influssi umani legata soprattutto a emissioni gas serra ma anche al fenomeno della deforestazione e dei terreni desertificati. Quando facciamo delle proiezioni per il futuro vediamo, inoltre, che l’andamento dipende dai diversi scenari socio-economici e dai nostri comportamenti. Se il cambiamento climatico fosse solo naturale non potremmo difenderci. Avendo capito che dipende da noi invece possiamo fare qualcosa”.

climaDal punto di vista del settore energetico, precisa il climatologo del Cnr, “è importante, naturalmente, ridurre le emissioni di gas serra e di anidride carbonica. Dal punto di vista pratico però l’accordo Parigi è debole perché ogni paese ha deciso una riduzione su base volontaria e questo, probabilmente, porterà a sforare il limite dei 2 gradi previsto e ad arrivare a 3 gradi se non di più”.

Dunque, continua Pasini, “la tendenza è quella che stiamo vedendo già adesso. I modelli già ci mettono in guardia sui fenomeni estremi. Dalle ondate di calore in città, percepite in maniera diversa a causa di alta umidità e mix di inquinanti come l’ozono, al riscaldamento del mare che vuol dire più vapore acqueo, più pioggia e più energia ai sistemi che l’atmosfera deve scaricare con fulmini, precipitazioni e venti forti. Non è detto invece che si verifichino inverni freddi ma sono più probabili delle oscillazioni, delle alternanze. Questo perché lo scioglimento dei ghiacciai fa sì che l’aria del polo nord, che una volta veniva confinata sul plateau di ghiaccio, ogni tanto possa sconfinare con ‘sciabolate artiche’ sui Continenti europeo e americano portando inverni freddi come accaduto negli ultimi anni”.

Italia troppo dipendente, da Paesi “poco” affidabili

Nessun problema se fossimo energeticamente autonomi. Ma l’Italia, purtroppo, si trova a contendere a Malta, Lussemburgo, Cipro, Irlanda, Belgio e Lituania il poco invidiabile primato di Paese europeo con la più elevata dipendenza energetica dall’estero. Abbiamo bisogno di petrolio e gas stranieri.

La dipendenza energetica estera è un nostro neo. Potremmo aumentare molto di più la nostra capacità di autofornirci. Sul fronte elettrico, in questi anni abbiamo chiuso molte centrali idroelettriche, mentre potevamo valorizzare le nostre acque. Possiamo anche utilizzare di più le fonti fossili di cui è ricco il Sud, a partire dalla Basilicata. Non lo facciamo noi italiani, ma lo fanno altri, come Total e Shell. Altro nostro grande problema è la raffinazione. È importante diversificare le fonti quanto riqualificare il settore raffinazione: ricordiamo che grazie al petrolio si possono fare tante cose. Serve anche all’industria farmaceutica”, ha affermato ad energiaoltre.it il professor Giulio Sapelli, storico ed economista italiano.

Per capire quanto stiamo dicendo, basta dare uno sguardo ai dati 2016 sulle importazioni di petrolio e gas.

Sul fronte del greggio, nel 2016 l’Italia ha importato 60.878 migliaia di petroliotonnellate di petrolio, in base ai dati di Unione Petrolifera. Principale fornitore è l’Iraq, da sono arrivate 11.975 migliaia di tonnellate di petrolio. Seguono l’ Azerbaijan (8.880 migliaia di tonnellate di petrolio) e la Russia (6.441 migliaia di tonnellate di petrolio). Importanti anche i numeri energetici che caratterizzano il rapporto Italia – Arabia Saudita: nel 2016, ha fornito allo Stivale 5.777 migliaia di tonnellate di petrolio. Quinto, per import, è il Kazakhstan, con 4.252 migliaia di tonnellate di petrolio. Ma ci sono anche Kuwait, Iran, Algeria, Angola, Costa D’Avorio, Egitto, Gabon e Norvegia tra i Paesi che forniscono energia all’Italia.

Anche sul Gas la questione è simile. Siamo dipendenti dall’estero e dalle volontà di altri Paesi. I dati Snam ci dicono che per l’anno 2016 ha importato 65,06 miliardi di metri cubi di gas immesso in rete. Poca cosa, infatti, risultano essere i 5,57 miliardi di metri cubi di produzione domestica a fronte di una domanda del 2016, di 70,63 miliardi di metri cubi (in aumento di 3,38 miliardi di metri cubi rispetto al 2015, +5,0%). A fornire la materia prima al BelPaese sono Russia (28,26 miliardi di metri cubi ), il Nord Europa (6,7 miliardi di metri cubi), l’ Algeria (18,87 miliardi di metri cubi) e la Libia (4,81 miliardi di metri cubi).

È qui il “problema”. L’Italia è dipendente, tra gli altri, anche da Russia e Libia.

energia oltre

Le guerre del gas tra Russia e Ucraina

Ricordiamo tutti le guerre del Gas tra Russia e Ucraina, che hanno portato alle minacce di chiudere i rubinetti anche verso l’Europa. Nel marzo 2005, a pochi mesi dalla ‘rivoluzione arancione’ e dall’entrata in carica della coppia Jušˇcenko-Tymošenko, la Russia avanzò le prime richieste di pagamento del debito accumula­to dalla compagnia nazionale del gas ucraina ­(Naftogaz), accusandola contemporaneamente di prelevare illegalmente il gas destinato all’esportazione verso i paesi europei. Nacque da qui un contenzioso che sfociò nella chiusura, nel gennaio 2006, delle forniture russe di gas verso l’Ucraina. Ci fu bisogno di un nuovo contratto.

Una nuova guerra del gas scoppia ad ottobre 2007: la causa, anche questa volta, sono i debiti ucraini nei confronti delle compagnie energetiche russe. Il contenzioso si trascina per tutto il 2008: a marzo Gazprom decide di ridurre le forniture di gas quale strumento di pressione e negoziale, mentre i primi mesi del 2009 sospende le forniture paralizzando il comparto industriale ucraino, con pesanti ripercussioni anche sull’approvvigionamento europeo.

Tra fine 2015 e gennaio 2016 scoppia una terza guerra del gas. Tutto è iniziato con la Russia che ha annesso la Crimea, repubblica che ha fatto parte dell’Ucraina dalla cessione del 1954 fino all’11 marzo 2014. Con l’obiettivo di portare Kiev a cedere, Mosca ha giocato la carta dell’energia, riducendo e interrompendo in più di un’occasione le forniture di risorse naturali verso l’ormai ex-alleato.

L’onda d’urto di queste guerre si sente ancora. In corso, c’è una guerra del gas segreta e nascosta (nemmeno così tanto). E mentre Bruxelles comprende che è ora di accelerare i processi di diversificazione delle rotte energetiche, Gazprom predispone i primi progetti di aggiramento delle rotte ucraine. E con la compagnia italiana Eni si impegna nella realizzazione del gasdotto South Stream, finalizzato a bypassare l’Ucraina attraverso un tratto sottomarino nel Mar Nero, fino alla Bulgaria.

Altro progetto che dovrebbe portare l’Europa a diminuire, almeno in teoria, la sua dipendenza dal gas russo è la realizzazione del Trans Adriatic Pipeline, o TAP nella versione abbreviata, un gasdotto che trasporterà gas naturale dalla regione del Mar Caspio, e dall’ Azerbaijan in particolare, in Europa. L’infrastruttura collegherà il Trans Anatolian Pipeline (TANAP) alla zona di confine tra Grecia e Turchia, per approdare infine sulla costa meridionale italiana e collegarsi alla rete nazionale.

“Ora ci attende un nuovo fronte di rifornimento che arriva dall’Azerbaijan: il progetto è in fase avanzata. E Sì, Tap potrebbe farci tirare un respiro di sollievo”, ha affermato Sapelli.

Arrivano gli Usa

E qui che entra in scena all’improvviso un nuovo soggetto: gli USA. “Il problema Russo è un problema creato ad arte dagli Usa, con un ruolo infelice giocato dall’Ucraina con le Primavere arancioni”, ha spiegato Giulio Sapelli.

Il mercato europeo del gas fa gola agli Usa. L’America, infatti, con un voto del Congresso che risale al 2014, ha dato il via all’export di gas naturale liquefatto (Lng) in tutto il mondo. Europa compresa.

Negli scorsi mesi, infatti, il metano a stelle e strisce, trasportato su navi cisterna (viene rigassificato alla consegna) partite da Sabine Pass, il terminal al confine tra Texas e Louisiana gestito da Cheniere Energy, è approdato in Asia, in Africa e in Europa (al Vecchio Continente è stata consegnata una quota minoritaria, pari a meno del 13% del totale).

gasLo scorso giugno la nave cisterna “Clean Ocean” ha attraccato in Polonia per la sua prima consegna ad un Paese dell’Europa dell’Est. La stessa nave è attesa tra non molto anche in Lituania dove verrà effettuata la prima fornitura di metano Usa a una ex repubblica sovietica.

Dipendenza energetica e fronte libico

Anche la Libia è un fronte problematico: in corso una guerra civile in cui più forze e governi si scontrano per il controllo del territorio Mezza Luna. Da fine marzo, a ovest del Paese si è insediato il governo di unità nazionale, con sede e Tripoli, appoggiato dall’ONU e guidato dal primo ministro Fayez Serraj. A questo Governo si oppongono i soldati del generale Khalifa Haftar, che ha dato vita ad un secondo governo libico, con sede a Tobruch (Libia orientale), e lo Stato Islamico. Fino ad oggi il generale Khalifa Haftar si è rifiutato di trovare un accordo con Serraj che riconosca la presenza di un unico governo in tutta la Libia.

La guerra in corso, in realtà, è una guerra del petrolio. Continuano, fasi alterne, i conflitti tra le diverse forze per controllare i pozzi petroliferi del Paese, bloccando talvolta la produzione e l’esportazione e frenando fortemente l’economia del Paese (dal greggio e dal gas arrivano il 95% delle entrate statali).

“In Libia sembra essere tornati ai tempi della guerra in Marocco, con inglesi e francesi, spalleggiati da Americani, che fanno di tutto per spingere migliaia di migranti sulle coste italiane, per destabilizzare l’Italia, la sua posizione e i suoi rapporti con il Nord Africa. Mi pare che il Governo Gentiloni ed Eni abbiamo non eliminato l’offensiva francese e inglese, ma almeno l’hanno moderata”, ha concluso Sapelli.

 

 

Giusy Caretto e ST