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L’Iran prova a bypassare lo stretto di Hormuz

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L’obiettivo è quello di trasferire le infrastrutture di esportazione petrolifere nel Golfo dell’Oman nel Porto di Jask dove Teheran intende costruire un nuovo terminal

I mercati mondiali dell’energia sono in fermento da quando gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni nei confronti dell’Iran. Le pressioni del presidente Usa Donald Trump sul paese mediorientale stanno aumentando gradualmente e già questo mese il Consiglio di Sicurezza Onu, sotto la presidenza degli Stati Uniti, molto probabilmente condannerà di nuovo il regime iraniano. Di contro le autorità di Teheran stanno ritornando alla loro tradizionale minaccia, la chiusura dello Stretto di Hormuz. Eppure, dietro la facciata bellicosa, l’Iran sta procedendo gradualmente con la costruzione di infrastrutture per l’esportazione di petrolio con l’intenzione di bypassare le isole di Kharg e Lavan, che attualmente rappresentano la stragrande maggioranza, oltre il 95%, delle esportazioni di petrolio iraniano.

TEHERAN RICORRERÀ SEMPRE DI PIÙ A PROPRI VETTORI PER LE ESPORTAZIONI

L’isola di Kharg è il principale sbocco delle esportazioni iraniane. Situata di fronte al Kuwait, nella parte settentrionale del Golfo Persico, è estremamente esposta a minacce militari – a parte l’Arabia Saudita che si trova proprio di fronte al Golfo – sono presenti due basi aeree americane, Al Udeid in Qatar e Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti. È improbabile che le esportazioni di petrolio iraniano scendano a zero: una parte delle forniture rimarrà in loco, anche se limitata. È probabile, invece, che Teheran comincerà a dipendere in misura crescente dalla propria flotta navale, in quanto i principali vettori di greggio iraniano – i greci soprattutto, che rappresentano circa il 40% dei trasporti iraniani – sono sempre più diffidenti nel continuare i loro rapporti con l’Iran.

POCO PROBABILE UN BLOCCO DELLO STRETTO DI HORMUZ

Come accennato, il rischio maggiore nell’ambito della contesa, è che l’Iran blocchi lo Stretto di Hormuz. Secondo gli esperti si tratta però di un’eventualità improbabile sia a causa dei vicini come gli Emirati Arabi Uniti sia per via delle basi statunitensi. Teheran non ha un arsenale militare di prim’ordine, potendo contare su sottomarini russi degli anni ’90 e missili cinesi ottenuti aggirando i precedenti embarghi. Pertanto, a giudizio degli esperti, il regime di Khamenei potrebbe optare per il blocco di Hormiz solo in condizioni estreme.

TEHERAN PUNTA SUL GOLFO DELL’OMAN PER PROSEGUIRE L’EXPORT

Lo scorso 4 settembre il Presidente iraniano Hassan Rouhani, ha dichiarato che uno dei compiti energetici primari del paese è quello di trasferire le infrastrutture di esportazione petrolifere nel Golfo dell’Oman, lontano dal Golfo Persico. Il nuovo sbocco sarà il Porto di Jask (Bandar Jask) dove Teheran intende costruire un terminal petrolifero la cui capacità di esportazione raggiungerà 1 milioni di barili di petrolio al giorno nella prima fase di implementazione del progetto. Questo dovrebbe essere ulteriormente rafforzato fino a 10 milioni di barili di capacità di stoccaggio intorno a Jask. In assenza di gravi interruzioni, la seconda fase del progetto di ammodernamento di Jask vedrebbe la costruzione di due raffinerie intorno al porto, oltre all’incremento della capacità totale di stoccaggio a 30 milioni di barili (equivalente alla capacità dell’isola di Kharg). Con una scadenza piuttosto ravvicinata – i lavori dovrebbero essere completati nel 2021 – e un costo stimato di oltre 2 miliardi di dollari, l’Iran ha intenzione quindi di affrontare un compito arduo. Il problema maggiore riguarda gli investitori: solo per fare un esempio, la messa in sicurezza degli oleodotti per il reinstradamento dei condotti petroliferi verso la nuova rotta con tecnologie e produttori stranieri costerà circa 600 milioni di dollari. Russia e Cina potrebbero essere in prima linea in queste forniture ma a rischio di ulteriori sanzioni da parte delle potenze occidentali. Finora solo le compagnie iraniane hanno espresso il loro interesse a partecipare alla costruzione del terminal petrolifero di Jask. Un eventuale cambio di governo in Iran – una mossa anticipata verso candidati più radicali invece che verso il moderato Rouhani – aumenterebbe, il sostegno politico al progetto, ma non riuscirebbe comunque ad accelerare la costruzione di Bandar Jask. In assenza di conflitti, una prima fase di commissioning a metà degli anni Venti sembra una scommessa ragionevole ma fino ad allora l’Iran dovrà utilizzare ancora l’isola di Kharg. iran

ESPORTAZIONI DI GREGGIO IRANIANO IN ULTERIORE CALO A SETTEMBRE

Nel frattempo le esportazioni iraniane di greggio sono in calo ben prima dell’avvio delle sanzioni ufficialmente disposte per novembre. Malgrado molti importatori di greggio iraniano si siano detti contrari alle sanzioni pochi sembrano essere disposti a sfidare Washington. Gli Usa stanno esercitando pressioni sui paesi per tagliare le importazioni dall’Iran, ma stanno anche sollecitando altri produttori ad aumentare la produzione per tenere bassi i prezzi. Il segretario all’energia degli Stati Uniti Rick Perry incontrerà le controparti di Arabia Saudita e Russia questa settimana per discutere dei problemi legati all’Iran.

INDIA RILUTTANTE ALLO STOP DI PETROLIO DA TEHERAN

Da Nuova Delhi stanno aumentando le indicazioni che vorrebbero il secondo maggior cliente del petrolio iraniano proseguire i suoi acquisti a Teheran. La CNBC citando “alti funzionari indiani” ha affermato che le importazioni di petrolio dall’Iran continueranno anche dopo novembre. Secondo le fonti uno stop completo – come richiesto da Washington – sarebbe impossibile, ha aggiunto la CNBC citando un rapporto del giornale indiano locale The Economic Times che ha evidenziato i costi che l’India dovrebbe sostenere per trovare un’alternativa al petrolio iraniano a partire dall’impatto significativo sull’inflazione e sulla crescita economica dell’India. Inoltre, molte raffinerie indiane sono configurate in modo tale da poter lavorare solo il petrolio iraniano. In altre parole, non possono passare facilmente ad altri fornitori, ha aggiunto la CNBC. Delhi sarà però costretta a rivolgersi ad altri produttori per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. Washington ha offerto di sostituire la perdita di approvvigionamento con il petrolio statunitense, ma le spedizioni, ha aggiunto il report, saranno comunque più costose di quelle provenienti dal vicino Iran.

IranLA CINA CONTINUERÀ A FARE AFFARI CON L’IRAN

La Cina ha importato greggio iraniano ad un tasso medio giornaliero di 874 mila barili ad agosto, e secondo i dati di S&P Global Platts si tratta del picco massimo in attesa del calo. I dati di consegna di questo mese suggeriscono che le importazioni cinesi di greggio iraniano raggiungeranno una media di 581 mila barili di petrolio a settembre. Nonostante questo previsto declino, la Cina ha detto che in ogni caso continuerà a fare affari con l’Iran, nonostante la promessa fatta dai funzionari di Pechino ad una delegazione statunitense il mese scorso di non aumentare l’apporto di greggio iraniano. Ma vista l’escalation della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, nessuno può dire quanto i patti verranno rispettati. Probabilmente l’acquisto di greggio dall’Iran verrà realizzato utilizzando petroliere di proprietà e assicurate dalla National Iranian Oil Company per non incappare in sanzioni del Dipartimento del Tesoro Usa oppure accettando spedizioni illegali a cui pure l’Iran ha suggerito potrebbe ricorrere in casi estremi.