Scenari

La stretta sul carbone spinge la Cina sulla via dell’“insicurezza energetica”

La forte dipendenza dall’estero per gli approvvigionamenti diventeranno un’importante motivazione per aumentare la presenza in altri paesi e proiettare la potenza militare oltreoceano per salvaguardare le rotte di approvvigionamento energetico

La spinta della Cina a sostituire il carbone con il gas per evitare problemi ambientali quali le alte concentrazioni di smog e inquinanti nelle città, ha aggravato pesantemente la dipendenza di gigante asiatico dalle importazioni estere e amplificato le preoccupazioni in materia di sicurezza energetica. Il tentativo delle autorità di evitare un’altra crisi ambientale invernale vietando il riscaldamento a carbone in 28 città della zona settentrionale del paese, ha lasciato migliaia di case al freddo a causa del mancato completamento – per questioni di tempo -, dei progetti sostitutivi basati su gas ed elettricità. Gran parte della colpa è stata ricondotta alla rigida regolamentazione delle direttive di sostituzione del combustibile emanate dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (Ndrc), all’Agenzia governativa di pianificazione superiore, e al ritardo nella pubblicazione delle norme del ministero della Protezione Ambientale emanate ad agosto.

La transizione “spinta” verso il gas ha provocato aumenti vertiginosi dei prezzi

Tre settimane dopo il grido d’indignazione per i bambini congelati in una scuola nella provincia di Hebei, gli ispettori del ministero della Protezione Ambientale hanno consentito, a partire dal 26 dicembre, che le ultime 96 mila famiglie non ancora raggiunte da combustibile per riscaldarsi, venissero fornite di gas, elettricità, o vedessero ripristinate le forniture di carbone. Nonostante i problemi, il governo ha rivendicato un certo successo nella campagna di passaggio dal carbone al gas o all’elettricità, con quasi 4 milioni di case che hanno completato la conversione. In realtà però i monitoraggi ambientali hanno mostrato le scorse settimane livelli di smog allarmanti a Pechino e in almeno altre tre città della provincia di Hebei. La transizione dal carbone al gas ha avuto però altre conseguenze che potrebbero protrarsi nel lungo termine. A dicembre i pezzi cinesi del Gnl sono aumentati del 60% rispetto ai livelli di settembre. Mentre i prezzi spot asiatici sono quasi raddoppiati da giugno, secondo quanto riferisce Reuters. Una settimana fa, l’agenzia di stampa ufficiale del paese, la Xinhua, ha sottolineato che il picco di prezzo era stato raggiunto e che il calo del 22,6% registrato nei primi 10 giorni di gennaio sarebbe lì a dimostrarlo.

Cina secondo importatore di Gnl a livello mondiale ma è troppo dipendente dall’estero

Le conseguenze dell’iniziativa cinese non sono, tuttavia, terminate. Le importazioni di Gnl a novembre hanno raggiunto il record mensile, salendo del 53% rispetto all’anno precedente e facendo della Cina il secondo importatore mondiale dopo il Giappone, secondo quanto dichiarato da Reuters. Il totale dell’import di gas per il 2017 è salito del 26,9 per cento a 68,6 milioni di tonnellate metriche, ha ammesso l’Amministrazione generale delle dogane. Nel corso dei primi undici mesi dello scorso anno, le importazioni cinesi di gas sono aumentate dunque di quasi tre volte il tasso di produzione interna mentre la produzione nazionale è aumentata del 10,5 per cento rispetto a un anno prima, raggiungendo quota 133,8 miliardi di metri cubi, con le importazioni che hanno pesato per 81,7 miliardi di metri cubi, in crescita del 28,9 per cento, ha sottolineato China Daily.

La dipendenza dalle importazioni è fonte di grande preoccupazionegas

I numeri raccontano una storia di crescente dipendenza dalle importazioni, già fonte di grande preoccupazione per quanto riguarda il petrolio. Secondo le recenti previsioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie), nel 2016 le importazioni di gas hanno coperto circa il 35% della domanda cinese. Si prevede che tale percentuale salirà a “poco meno del 50 per cento” entro il 2040, con le importazioni che raggiungeranno i 280 miliardi di metri cubi, ha spiegato l’Aie. I dati relativi alla produzione interna per tutto il 2017 dovrebbero essere comunicati entro la fine della settimana, ma i dati degli undici mesi del 2017 indicano che le importazioni rappresentano già quasi il 38% del consumo. Nel suo World Energy Outlook, l’Aie ha sostenuto che la dipendenza totale della Cina dalle importazioni per tutte le forme di energia non aumenterà, tuttavia, in modo sostanziale nel periodo di previsione: dal 21% del 2016 al 24% entro il 2040. Ma l’aumento, seppur moderato, è il risultato della continua forte dipendenza della Cina dal carbone domestico, che il governo sta cercando di sostituire con combustibili più puliti come il gas. La crescita della dipendenza dalle importazioni di combustibile blu potrebbe a sua volta aumentare le preoccupazioni sulla dipendenza cinese dal petrolio estero. Sempre secondo l’Aie, tale dipendenza salirà all’80% nel 2040 rispetto al 64,5% del 2016. Grazie a questi rapporti, la Cina si affiderà sempre più spesso alle fonti energetiche estere non solo per la sua crescita economica, ma anche per i suoi obiettivi ambientali. La previsione, pertanto, è che le sfide combinate diventeranno un’importante motivazione per la Cina ad aumentare la sua presenza all’estero e a proiettare la sua potenza militare per salvaguardare le rotte di approvvigionamento energetico oltreoceano. Entro il 2030, la Cina consumerà circa un quarto di tutto il gas scambiato a livello mondiale su lunghe distanze e quasi il 30% del petrolio scambiato a livello internazionale, ha dichiarato l’Aie.

Rischi energetici crescenti

Naturalmente una simile situazione, presagisce un rischio per la sicurezza energetica cinese nel lungo periodo. Nonostante la rapida crescita di rinnovabili e nucleare, il consumo del carbone non è stato ridotto a sufficienza per migliorare la qualità dell’aria e le infrastrutture per una distribuzione efficiente di gas ed elettricità sono ancora carenti, favorendo in sostanza una certa vulnerabilità del paese nel settore energetico. Ciò aumenterà l’importanza di infrastrutture come “Power of Siberia” che trasporta gas dalla Siberia e quindi dalla Russia, in Cina. E di altri gasdotti presenti in Asia centrale. Solo l’anno scorso, tanto per fare un esempio, i gasdotti provenienti dall’Asia centrale hanno consegnato 38,7 miliardi di metri cubi di gas in Cina, con un aumento del 13,4 per cento, ha riferito Xinhua. Tuttavia, una forte dipendenza dal Gnl potrebbe essere problematica sia per motivi di sicurezza sia economici. Il Gnl proveniente da 16 paesi rappresentava quasi la metà delle importazioni cinesi di gas nel 2016, ha dichiarato l’Aie. Mentre la Cina ha investito massicciamente nei terminali di importazione di Gnl e ha coperto alcune delle sue scommesse con contratti di fornitura, si è appoggiata sul mercato a pronti per bilanciare il fabbisogno stagionale e integrare le forniture nazionali. Un approccio che naturalmente pone problemi sia per la sicurezza energetica sia per le infrastrutture.

Stoccaggio cinese insufficiente

Lo stoccaggio insufficiente è stato considerato uno dei maggiori problemi di sicurezza energetica per la Cina sia nel settore del petrolio sia in quello del gas. Dopo un decennio di investimenti in riserve petrolifere strategiche, l’Ufficio Nazionale di Statistica ha riferito questo mese che la Cina ha immagazzinato 37,73 milioni di tonnellate (276,5 milioni di barili) di greggio alla metà del 2017. Il livello è aumentato del 13,5% rispetto all’anno precedente, ma le riserve rappresentano solo circa 35 giorni di importazioni, molto meno dei 90 giorni di copertura delle importazioni richiesti per i paesi membri dell’Aie. Ma la vulnerabilità della Cina a causa di un inadeguato stoccaggio del gas potrebbe essere ancora peggiore. Il paese ha solo 8 miliardi di metri cubi di capacità di stoccaggio del gas, secondo Kerry Anne Shanks, responsabile gas e Gnl presso la società di consulenza energetica Wood Mackenzie, citata da Reuters a ottobre. Anche se fosse pieno, lo stoccaggio coprirebbe solo 32 giorni di import, con i consumi al livello degli ultimi undici mesi. In relazione alla domanda, la capacità è solo un quarto o un sesto della quantità disponibile negli Stati Uniti e in Europa, ha detto Shanks. Anche le previsioni dell’Aie sulla produzione interna cinese potrebbero essere ottimistiche, in quanto presuppongono un aumento di 12 volte della produzione di shale gas a quota 100 miliardi di metri cubi nel 2040 rispetto ai 7,9 miliardi di metri cubi di gas non convenzionale prodotti nel 2016 secondo i dati del ministero della risorse minerarie.

La produzione di shale gas è costosa

Sebbene la Cina disponga delle maggiori riserve mondiali di shale gas, la produzione della neonata industria è rimasta modesta e costosa a causa della difficile geologia e dei cambiamenti nelle politiche di sovvenzioni pubbliche. Nel 2012 sono stati fissati obiettivi ambiziosi per lo shale con stime di produzione fino a 100 miliardi di metri cubi per il 2020, poi ridotti a 30 miliardi di metri cubi nel 2014. Le recenti relazioni indicano che non è chiaro se anche queste saranno rispettate. Le sovvenzioni per la produzione di shale gas dovrebbero essere dimezzate senza alcun impegno per il periodo post 2020, ha precisato l’Aie. I risultati deludenti potrebbero suggerire una dipendenza dalle importazioni ancora maggiore di quanto previsto, senza cambiamenti significativi negli incentivi alla produzione. Quasi tutta la prevista crescita della produzione cinese di gas entro il 2040 dovrebbe provenire da fonti non convenzionali, ha sottolineato ancora Aie.

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