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Perché le sanzioni contro Mosca stanno rafforzando l’industria petrolifera russa

Quattro anni dopo le prime sanzioni per la vicenda della Crimea, la Russia si è riorganizzata e oggi trae un vantaggio economico enorme dalla stretta dell’Occidente

Nonostante le sanzioni occidentali, circola un certo ottimismo e una certa fiducia sull’industria petrolifera russa e sulla sua resilienza dovuta in gran parte al mix di quest’ultimo periodo fatto da rialzo dei prezzi del greggio e indebolimento del rublo.

INDUSTRIA IDROCARBURI RUSSI IN PIENA ESPANSIONE

Secondo il Financial Times uno dei barometri più importanti per testare le fiducia nell’industria petrolifera e del gas russa è rappresentato da una società, la TMK di Volzhsky che produce tubi per il settore idrocarburi: “Forni, torni e nastri trasportatori funzionano a pieno regime, sfornando tubi ogni 60 secondi che presto saranno trasportati sulla terra russa alla ricerca di ulteriori idrocarburi”, sottolinea l’edizione online del quotidiano. Secondo l’amministratore delegato dell’azienda Sergey Chetverikov, ascoltato da Ft, la catena di montaggio lavora a pieno regime grazie all’enorme domanda della quale tre quarti proviene dal settore domestico. In sostanza, nonostante le sanzioni statunitensi ed europee e le crescenti richieste di natura tecnica che, secondo alcuni analisti, andrebbero oltre i produttori russi, “l’industria petrolifera e del gas del paese è in piena espansione, con un aumento dei prezzi del greggio e un rublo più debole, incoraggiata dai successi nell’Artico, in gran parte non sfruttato” che sta portando la produzione di petrolio e gas del paese vicina ai massimi storici.

ANCHE L’ARTICO FUNGE DA TRAINO ALL’EXPLOIT RUSSO

Il mese scorso, la francese Total ha acquistato una quota del 10 per cento di un progetto da 25,5 miliardi di dollari riguardante il gas naturale liquefatto nell’Artico russo mentre l’emiratina Mubadala Petroleum, con sede negli Emirati Arabi Uniti, han acquistato una quota del 44 per cento di un giacimento petrolifero russo, insieme a una dozzina di altri accordi firmati tra i giganti dell’energia controllati dallo Stato Rosneft e Gazprom e i gruppi internazionali.

TRE ANNI FA IL QUADRO ERA MOLTO PIÙ PROBLEMATICO PER I RUSSI

Tre anni fa, ricorda Ft, il quadro era molto diverso. Le sanzioni occidentali imposte nel 2014 dopo l’invasione della Crimea da parte di Mosca, avevano tagliato fuori gran parte delle principali società russe del settore energetico dal credito internazionale a lungo termine, vietando la fornitura di tecnologia e competenze ai progetti offshore, di shale e artici dall’estero. Allo stesso tempo, i prezzi del petrolio a livello mondiale erano scesi rapidamente sotto i 30 dollari al barile all’inizio del 2016, un livello problematico anche per i produttori russi a basso costo. Le banche statali russe dovettero intervenire là dove i creditori internazionali avevano abbandonato, e insieme al capitale cinese sono riusciti a salvare alcuni grandi progetti. In altri casi le imprese russe hanno portato avanti da sole progetti che in precedenza erano stati destinati a joint venture con grandi compagnie occidentali.

LA RIORGANIZZAZIONE STÀ DANDO I SUOI FRUTTI

“A mio parere, la stabilità della produzione russa è stata sottovalutata dal mercato – ha detto Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, primo produttore di petrolio del paese -. In generale, gli investimenti del settore petrolifero russo in rubli equivalenti in condizioni di crisi sono in aumento, così come la produzione”. Rosneft ha recentemente annunciato un aumento di sette volte dell’utile netto del primo trimestre a 1,5 miliardi di dollari, mentre il rivale privato Lukoil ha riportato un salto del 75 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche Gazprom, il principale produttore di gas russo, ha registrato un aumento dei profitti dell’11% a 5,93 miliardi di dollari, con un fatturato record. “Gran parte di questo ottimismo finanziario – osserva Ft – è dovuto ai frutti di un accordo del dicembre 2016 tra la Russia e il cartello di produzione petrolifera Opec per ridurre la produzione globale di greggio di 1,8 milioni di barili al giorno, che ha trascinato i prezzi dai minimi storici”.

LE NUOVE SANZIONI STANNO DEPREZZANDO IL RUBLO RAFFORZANDO LE ENTRATE PETROLIFERE

Anche i mercati valutari hanno dato un contributo. Dopo il rafforzamento del rublo dovuto in gran parte all’aumento dei prezzi del petrolio, la politica governativa e i timori di ulteriori sanzioni da parte degli Stati Uniti hanno determinato un nuovo scivolone del rublo a partire da gennaio aumentando di fatto il gettito al barile per i produttori russi. Grazie a questi fenomeni sui mercati il rafforzamento dell’economia locale sta inducendo Lukoil a riacquistare 3 miliardi di dollari di azioni proprie nei prossimi cinque anni, mentre Rosneft il mese scorso ha annunciato il suo primo programma di riacquisto da 2 miliardi di dollari fino al 2020, promettendo inoltre di utilizzare il recente aumento delle entrate per ridurre il proprio debito di 7,9 miliardi di dollari, circa il 22%.

opecMOODY’S: FLUSSI DI CASSA OPERATIVI DELLE COMPAGNIE PETROLIFERE E DEL GAS RUSSE REGISTRERANNO UNA FORTE CRESCITA NEL 2018

“Prevediamo che i flussi di cassa operativi delle compagnie petrolifere e del gas russe registreranno una forte crescita nel 2018, che rafforzerà i loro già solidi profili di liquidità. Ciò deriverà da una combinazione di prezzi del petrolio più elevati, rublo debole e un sistema di tassazione interna favorevole per le esportazioni di petrolio – ha detto l’agenzia di rating Moody’s in una nota recente -. La stabilità della produzione petrolifera e il miglioramento dei prezzi del petrolio rafforzeranno il credito in tutto il settore”.

RINEGOZIARE L’ACCORDO CON L’OPEC: PER MOSCA VUOL DIRE IMMETTERE SUL MERCATO CAPACITÀ INUTILIZZATE

Poiché a maggio il Brent ha raggiunto gli 80 dollari al barile, il limite di produzione concordato con l’Opec è stato rimesso in discussione: per questo Mosca e Riad condurranno questo mese colloqui con gli altri membri per allentare il tetto di 1 milione di barili al giorno, notizia che ha visto i prezzi scendere a circa 75 dollari. Le imprese russe hanno incoraggiato tale iniziativa e dispongono di capacità inutilizzate per aumentare la produzione. “Se vi sarà la decisione di uscire da questo accordo, secondo i nostri contatti con i produttori, ci sarà anche la garanzia di un equilibrio tra domanda e offerta in grado di non stravolgere l’equilibrio sul mercato”, ha detto il ministro dell’Energia russo Alexander Novak in una recente dichiarazione.

CON PREZZI DEL BARILE A 75 DOLLARI PER LA RUSSA 30 MILIARDI DI DOLLARI DI SURPLUS

Incrementare la produzione mantenendo stabile il prezzo del petrolio è infatti una priorità fondamentale per  Novak e i suoi colleghi di governo. L’energia rappresenta il 66% delle esportazioni russe, e una complessa rete di tasse, dazi e incentivi si applica in tutto il settore.  Con il bilancio federale di quest’anno in equilibrio a 54 dollari al barile, un prezzo medio di 75 dollari al barile nel 2018 porterebbe ad un surplus di 30 miliardi di dollari, ha dichiarato Chris Weafer di Macro Advisory, una società di consulenza che si occupa di Russia. E non è finita qui: “C’è una forte domanda di tubi e di prodotti tecnicamente più complessi – ha dichiarato Chetverikov di TMK -. Abbiamo piani di investimento a lungo termine per nuove capacità, ricerca e sviluppo”.