Fact checking e fake news

Quanta energia consuma l’estrazione di un Bitcoin?

La cripto-valuta ha raggiunto il suo massimo storico in termini di valore. Ma la domanda da porsi è se vale davvero la pena proseguire di fronte a un consumo annuo di energia pari a quello di paese

 

L’estrazione di Bitcoin, cioè la produzione vera e propria di moneta virtuale, è un processo che consuma parecchia energia. Ma quale sia questa cifra è tema di discussione essendo molto complicato fornire un dato univoco. Tuttavia, indipendentemente dalla quantità, occorre chiedersi se la sostenibilità sotto il profilo ambientale e non solo non sia un prezzo troppo alto da pagare per una moneta virtuale.

Difficile fare i conti

Trattandosi di una moneta elettronica è difficile fare dei conti precisi dal punto di vista energetico. Il primo aspetto da considerare è che il mining, cioè l’attività di estrazione della moneta, impiega computer e algoritmi che consumano elettricità e per questo sforzo chi intraprende l’attività, viene ricompensato con Bitcoin. Con il passare del tempo, però, l’estrazione diventa sempre più difficile richiedendo hardware sempre più potenti per garantire competitività come per esempio l’Antminer S9 dal peso di sei chili e un costo di oltre mille euro.  Insomma, mettendo da parte le valutazioni sul fatto che l’intero sistema possa essere una bolla o meno, ciò che è certo è che sul Bitocin si investono risorse per infrastrutture che richiedono un gran dispendio di energia.

Le stime di consumo energetico

Subito una premessa: sapere con esattezza quanta energia viene consumata per la produzione di Bitcoin è quasi impossibile. Tra i pochi esperti del settore che si sono lanciati nell’effettuare stime c’è il sito Digiconomist e il suo Bitcoin Energy Consumption Index secondo il quale la rete di computer che verifica le transazioni virtuali impegna all’incirca 3,4 Gigawatt (GW). A questi si aggiungono 30,1 Terawatt per ora (TWh) l’anno. Una cifra che equivale, secondo  Digiconomist, alla quantità d energia utilizzata dal Marocco in un anno. Naturalmente c’è discordanza su questi numeri. Ad esempio, secondo quanto riporta Wired, per Oscar Lafarga, co-founder dell’azienda di consulenza sullo sviluppo delle cryptomonete SetOcean, la risposta al consumo reale del Bitcoin sarebbe circa la metà. Su Bitcoin magazine Marc Bevand suggerisce cifre ancora inferiori, tra i 470 MW e i 540 MW. Mentre in passato sono circolate tutt’altre cifre come quelle di un coppia di ricercatori irlandesi, Karl O’Dwyer e David Malone, che nel 2014 stimarono il consumo di Bitcoin tra i 100MW e i 10GW scegliendo i 3GW come ipotesi più plausibile. Wired ricorda che oggi Malone punta il dito su 0,5GW ma concorda anche con la stima complessiva fornita da Digiconomist. Altri ancora, infine, hanno scelto cifre diverse: nel 2015, il ricercatore Hass McCook indicò i 120 MW, mentre nel 2016, un documento del Simposio Internazionale sull’Architettura Informatica affermò che l’energia usata dai cloud ASIC, i data center appositamente costruiti per il mining specializzato, era compresa tra 300 MW e 500 MW. Ci sono molte altre stime, ma il punto chiave è che sono tutte diverse tra loro. Il range è probabilmente compreso tra 100 MW e 3,4 GW. Che è come indovinare l’età di qualcuno tra i 15 e i 65 anni, ammettendo un margine di errore di dieci anni.

Attenzione al gap

Questo ampio divario, secondo Wired, è dovuto in parte ai tempi e alla metodologia utilizzata, ma in gran parte anche a distorsioni di carattere individuale, basata sulle opinioni personali riguardanti le criptomonete. Tralasciando questo aspetto, quando si analizzano i Bitcoin, la prima cosa da tenere in conto è che l’intero network cambia rapidamente in termini di potenza di elaborazione, bilanciata da hardware più efficienti. Harald Vranken, professore associato all’Open University dei Paesi Bassi, ha studiato il consumo di energia del Bitcoin all’inizio di quest’anno, affermando che tale consumo è compreso tra 100MW e 500MW, ben lontano dunque dai 3,4GW di Digiconomist. “A prima vista, sembra che si tratti di cifre molto diverse, ma non è così”, ha ammesso Vranken a Wired. L’analisi è stata svolta a gennaio 2017 ma da allora l’hash rate della rete – la misura della potenza di elaborazione del sistema dei Bitcoin, guardando a quanto velocemente risolve le equazioni che gestiscono il network – è saltato di un fattore di 4,2. Il ricavo dell’ estrazione mineraria nel mese di gennaio è stato di 716 milioni di dollari, mentre ora è di 8 miliardi di dollari – un fattore di 11,4. Se si inseriscono questi fattori nell’equazione di Vranken, emerge che il consumo di energia del Bitcoin è compreso tra 5GW e 7GW cioè più di quanto ipotizzato da Digiconomist. Ma bisogna considerare altri input. “Digiconomist ritiene che i minatori spendano oggi il 60 per cento delle loro entrate per i costi operativi, il che significherebbe che le mie cifre si aggirerebbero tra 3 e 4,3 GW”, dice Vranken sottolineando  la prossimità ai numeri forniti da Digiconomist.

Altro fattore da tenere a mente è la metodologia. Il primo aspetto da considerare in questo caso è che più è difficile risolvere un’operazione più energia è necessaria all’hardware e più reddito fanno i miners. Per esempio, nella sua stima, David Malone, utilizzava un intervallo di valori tra chi usa hardware vecchio e inefficiente e chi usa un nuovo hardware efficiente, ammettendo che se è difficile sapere qual è la tipologia utilizzata si può comunque supporre che l’aumento delle difficoltà sia controbilanciato dall’aumento dell’efficienza. Digiconomist, lavora invece sul presupposto che i miners spendano una certa quantità di denaro per i costi operativi, migliorando il loro hardware quando i prezzi salgono, passando dai PC desktop standard alle GPU e poi alle macchine ASIC appositamente progettate. E che l’evoluzione dell’hardware abbia un impatto enorme sulla quantità di potenza utilizzata. “L’indice si basa sull’idea che si aggiungerà più hashpower finché sarà redditizio produrre di più”, afferma il fondatore del Digiconomist Alex de Vries. “I costi sono costituiti principalmente dall’energia elettrica e dal capital equipment. Si può calcolare che i costi dell’ elettricità per l’intero ciclo di vita sono quindi pari a circa il 60 per cento del totale, sulla base delle prestazioni passate. Ciò non significa che i costi siano sempre del 60%, poiché ciò non avrebbe alcun effetto sui limiti di produzione. Ci vogliono alcuni mesi per produrre e installare le macchine. I costi sono stimati ora dall’indice a meno del 20 per cento”.

Quanto costa il contante?

Infine, c’è anche un altro aspetto da esaminare e cioè quanta energia usa il Bitcoin rispetto ai sistemi di pagamento tradizionale (oro, contanti, carte di credito). In questo caso Digiconomist suggerisce che i sistemi di pagamento Visa utilizzino l’equivalente energetico di 50mila famiglie statunitensi per eseguire 350 milioni di transazioni, mentre Bitcoin utilizzi l’equivalente energetico di 2,8 milioni di famiglie statunitensi per eseguire 350mila transazioni al giorno: in breve, Visa fa di più con meno. Secondo il sito, quindi, Bitcoin si starebbe trasformando sempre più uno strumento per i ricchi, e al tempo stesso tutti staremmo pagando il prezzo di un sistema che usa 20mila volte più energia rispetto ai sistemi tradizionali per le transazioni. Nel suo paper, Vranken ipotizza invece che nel range compreso tra 100 e 500 MW il mining di Bitcoin richieda tra gli 0,8 e i 4,4 KWh l’anno mentre l’energia  necessaria per l’estrazione e il riciclaggio dell’oro sia di 138 KWh all’anno e quella della stampa di banconote e monete sia di 11 KWh. L’intero sistema bancario con i data center le filiali e gli Atm per la distribuzione di banconote consumerebbe, infine, 650 KWh. In sostanza anche il sistema finanziario tradizionale richiede molta energia al pari del mining del Bitcoin che opera su una scala più piccola. L’uso di una carta Visa dunque potrà anche comportare anche un minor utilizzo di energia anche se ciò è opinabile vista la difficoltà di fornire stime esatte. Quello che è sicuro, invece, è che entrambi i sistemi di pagamento convivranno nel prossimo futuro ed è possibile anche che li useremo in tandem, per esempio vendendo Bitcoin per guadagnare dollari e pagare il conto Visa.

Rendere più efficiente il processo energetico

In ogni caso come riporta New Scientist, recentemente sono state proposte diverse idee per migliorare la sostenibilità della criptomoneta. Solo per fare qualche esempio OgNasty, un’azienda che si occupa di estrazione di Bitcoin ha lanciato già nel 2012, il Green Energy Bitcoin Mining Project, che fa uso di energie rinnovabili (in particolare solare ed eolica) per estrarre moneta. Una startup russa, invece, la Comino, propone dei radiatori in grado di trasformare questi processi in calore da utilizzare. Vitalik Buterin, fondatore di Ethereum, al contrario, ha modificato le modalità di transazione adottando la “proof of stake” che non richiede più ai computer di svolgere calcoli per autenticarsi nel registro delle transazioni bensì agli utenti di depositare una quantità di denaro in un fondo comune, che poi potranno ritirare se la transazione stessa si rivela autentica. Un’idea che, almeno teoricamente, dovrebbe minimizzare il rischio di frodi e contenere il fabbisogno energetico.

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