Scenari

Ecco perché gli Stati Uniti rilanciano sulle trivellazioni offshore

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L’obiettivo dell’amministrazione Trump e il ruolo delle sanzioni all’Iran. Il Venezuela e il difficile vertice Opec del prossimo 22 giugno

Non è un mistero che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump abbia intenzione di riaprire in modo massiccio le trivellazioni offshore negli Usa, sulla scia della politica seguita finora dalla Casa Bianca che ha già portato allo stop degli accordi di Parigi e al mancato abbandono del carbone come fonte energetica. L’obiettivo, non troppo velato, è quello di assicurare a Washington il potere di influenzare a livello globale le scelte degli altri paesi.

GLI USA PRIMI PRODUTTORI MONDIALI DI PETROLIO E GAS NONOSTANTE RESTRIZIONI A PROSPEZIONI OFFSHORE

Gli Stati Uniti sono già oggi, in pratica, i maggiori produttori mondiali di petrolio e di gas, pur mantenendo un atteggiamento estremamente restrittivo nei confronti dello sviluppo delle loro risorse offshore. La maggior parte delle coste degli Stati Uniti è chiusa alla prospezione e le perforazioni sono consentite solo nel Golfo occidentale e centrale del Messico e intorno all’Alaska. Dal 1982 al 2008, i successivi voti al Congresso e gli ordini presidenziali, hanno allontanato le compagnie petrolifere e del gas dalla maggior parte delle acque territoriali degli Stati Uniti. Ci sono voluti più di 140 dollari al barile per convincere il presidente George W. Bush ad allentare alcune di queste restrizioni nel luglio 2008, e anche allora il suo tentativo di incoraggiare simili esplorazioni aveva fatto pochi progressi. Anche il presidente Barack Obama aveva lanciato un piano per una limitata espansione delle perforazioni nel marzo 2010, salvo poi bloccare tutto dopo tre settimane a causa dell’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon di BP nel Golfo del Messico che causò un’enorme fuoriuscita di petrolio.

L’APPROCCIO DI TRUMP È CONDURRE GLI USA ALLA “DOMINAZIONE ENERGETICA”

Il Presidente Trump ha mostrato, al contrario, subito un approccio diverso. Nel mese di gennaio Ryan Zinke, il segretario agli Interni, ha presentato una proposta per aprire il 90% delle coste statunitensi alla prospezione di petrolio e gas. “L’obiettivo di Trump e della sua amministrazione è quello di andare oltre l’‘indipendenza energetica’ per arrivare alla ‘dominazione energetica’: un concetto che include l’utilizzo delle esportazioni di energia come strumento di influenza globale. L’opposizione ai piani dell’amministrazione da parte degli Stati costieri, tuttavia, è stata diffusa e bipartisan con la Florida soprattutto in bilico”, sottolinea il Financial Times in un approfondimento.

L’AMERICAN PETROLEUM INSTITUTE LANCIA L’INIZIATIVA “EXPLORE OFFSHORE”, PER CONQUISTARE CUORI E MENTI DEGLI AMERICANI petrolio usa

Ora l’American Petroleum Institute (Api), l’associazione che raccoglie tutti gli industriali del settore, ha deciso di avviare una campagna per conquistare il cuore e le menti degli americani all’idea di perforare le coste degli Stati Uniti. Questa settimana ha lanciato un’iniziativa chiamata “Explore Offshore”, in cui ha riunito un insieme di 100 organizzazioni, associazioni, imprese e leader locali presenti negli Stati che si affacciano sulla costa atlantica, dalla Florida alla Virginia. “È significativo che l’API abbia scelto di concentrare i suoi sforzi su questi Stati costieri – osserva il Financial Times –. Il tentativo di suscitare sufficiente entusiasmo per la prospezione petrolifera sulla costa occidentale potrebbe essere considerato una perdita di tempo. Tuttavia, Jim Webb, un ex senatore democratico dalla Virginia alla testa della nuova iniziativa, sottolinea che quando la gente capisce che si creano posti di lavoro, c’è un potenziale aumento di reddito e tecnologie che garantiscono sicurezza riducendo il rischio di perdite in mare, si persuadono”. Mentre l’industria petrolifera tenta di vincere questa battaglia di idee, l’amministrazione Trump sta facendo un altro intervento che potrebbe non essere del tutto utile: sta rimodulando alcuni dei regolamenti sulle perforazioni offshore, una mossa che gli oppositori, dicono, potrebbe aumentare il rischio di fuoriuscite in mare.

INTANTO È BOOM DELLA PRODUZIONE USA, L’IMPORT AI MINIMI STORICI

Il boom della produzione statunitense onshore ha consentito di far scendere l’import netto di greggio a circa 5 milioni di barili al giorno, il livello più basso dalla fine degli anni Ottanta. Ma le cifre, osserva Ft, “sottovalutano il recente calo della dipendenza dalle importazioni degli Stati Uniti perché il paese è ora anche un grande esportatore di prodotti petroliferi. Secondo le previsioni dell’Eia, le importazioni nette di greggio e prodotti petroliferi dovrebbero scendere l’anno prossimo a soli 1,5 milioni di barili al giorno, il livello più basso dagli anni ’60 e forse anche di più”.

OpecMA GLI USA DEVONO CONTINUARE A GESTIRE CON ATTENZIONE LA DIPLOMAZIA ENERGETICA

Un articolo della Reuters di questa settimana ha mostrato, tuttavia, come il semplice taglio delle  importazioni non significhi che gli Stati Uniti abbiano conquistato l’indipendenza energetica nel senso di essere indifferenti all’andamento dei prezzi del petrolio. Infatti, secondo le ricostruzioni di Reuters prima che il mese scorso Trump annunciasse il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano, un alto funzionario statunitense avrebbe chiesto all’Arabia Saudita di contribuire a mantenere stabili i prezzi del petrolio qualora tale ritiro avesse provocato un’interruzione delle forniture. Un elemento che, secondo Ft, sottolinea che, anche con importazioni notevolmente ridotte, gli Stati Uniti “devono ancora gestire con attenzione la loro diplomazia energetica”.

SI PREANNUNCIA UN INCONTRO TESO IL 22 GIUGNO ALL’OPEC

Le conseguenze delle sanzioni statunitensi contro l’Iran continuano a diffondersi. Le raffinerie europee stanno riducendo i loro acquisti di petrolio iraniano, ha riferito Reuters. Hossein Kazempour Ardebili, numero uno dell’Opec in Iran, ha detto all’agenzia di stampa che la richiesta degli Stati Uniti di aumentare la produzione saudita è “folle e sorprendente” e ha previsto che l’Opec avrebbe respinto la richiesta. In passato, quando gli Stati Uniti avevano tentato di agire contro l’Iran in questo modo, il prezzo del petrolio aveva raggiunto i 140 dollari al barile, ha aggiunto. Per essere precisi, quando gli Stati Uniti inasprirono le sanzioni contro l’Iran nel 2011-12, il greggio Brent raggiunse il picco di circa 128 dollari al barile. In ogni caso Julian Lee di Bloomberg ha suggerito che l’incontro di Vienna del 22 giugno si stia preparando per essere “il peggiore incontro dell’Opec” degli ultimi anni.

A INASPRIRE I MERCATI MONDIALI ANCHE IL VENEZUELA

Nel frattempo, un altro fattore sta inasprendo i mercati petroliferi mondiali: il Venezuela. S&P Global Platts ha riferito questa settimana che la produzione di greggio di Opec è scesa a maggio al livello più basso degli ultimi dodici mesi, trainata dal calo della produzione di Venezuela e Nigeria. La produzione venezuelana è diminuita di 580.000 barili al giorno negli ultimi 12 mesi e di 910.000 b/g negli ultimi 24 mesi. Jason Bordoff del Columbia University’s Center on Global Energy Policy ha sottolineato a Ft che il Venezuela ha attivi solo 28 impianti, il numero più basso da 30 anni.