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Ecco perché le major petrolifere tornano ad investire sulla Libia

Prima della rimozione di Gheddafi, nel 2011, e della conseguente guerra civile, la Libia produceva circa 1,65 milioni di barili al giorno di greggio leggero e dolce di alta qualità, particolarmente richiesto nel Mediterraneo e nell’Europa nord-occidentale

È sorprendente che la Libia appaia come un relativo faro di stabilità rispetto a Stati chiave del Medio Oriente come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Eppure – scrive su Oilprice l’analista energetico Simon Watkins -, è proprio così.

L’attrattiva della Libia per le compagnie petrolifere internazionali è tornata a crescere dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia del febbraio 2022, poiché i Paesi occidentali hanno cercato nuove fonti di approvvigionamento di petrolio e gas per compensare quelle controllate dal Cremlino.

Questa rinascita dell’interesse occidentale coincide con il piano rilanciato della Libia per aumentare la produzione di petrolio ad almeno 2 milioni di barili al giorno entro il 2028 e con l’annuncio, lo scorso anno, che a tal fine sarebbero stati concessi in licenza 22 blocchi offshore e onshore nella prima gara d’appalto. Alcune recenti notizie sottolineano quanto positivamente queste iniziative stiano dando i loro frutti.

LE SCOPERTE DI GAS OFFSHORE DI ENI IN LIBIA

Una delle aziende occidentali che si è distinta per aver cercato di garantire forniture energetiche non russe attraverso un portafoglio il più diversificato possibile è Eni, che la scorsa settimana ha annunciato delle nuove scoperte di gas offshore in Libia.

L’azienda del cane a sei zampe ha dichiarato che le scoperte sono state effettuate a seguito di attività di esplorazione nei pressi del giacimento di Bahr Essalam, il più grande giacimento di gas offshore in produzione in Libia. Entrambi i siti – Bahr Essalam Sud 2 (BESS-2) e Bahr Essalam Sud 3 (BESS-3) – si trovano a circa 85 chilometri dalla costa, ad una profondità di circa 200 metri.

Eni ha spiegato che le sue stime preliminari indicano che le due strutture contengono oltre 1 trilione di piedi cubi di gas in situ. Poiché i due siti si trovano a soli 16 km a sud degli impianti esistenti di Bahr Essalam, la società prevede di poterli sviluppare rapidamente, attraverso collegamenti con gli impianti di Bahr Essalam. Eni ha aggiunto che il gas risultante sarà in parte destinato al mercato interno libico e in parte all’Italia, sostenendo sia l’approvvigionamento energetico locale che i ricavi derivanti dalle esportazioni.

LE MAJOR OCCIDENTALI CREDONO NEL POTENZIALE DELLA LIBIA

Queste trivellazioni in acque profonde testimoniano la fiducia delle aziende occidentali nella loro capacità di proseguire le attività in Libia per molti anni, poiché richiedono capitali a lungo termine e garanzie di sicurezza che le compagnie petrolifere internazionali non si impegnano a fornire a meno che non ritengano che il Paese nordafricano stia entrando in una fase più stabile e allineata all’Occidente.

È stata proprio Eni a iniziare di recente la perforazione del primo pozzo offshore in acque profonde in Libia da quasi 20 anni, nel bacino di Sirte, ricco di risorse energetiche. Secondo la società, i lavori di esplorazione proseguono nel giacimento di Matsola, nell’Area Contrattuale 38/3 nel Mar Mediterraneo.

Il progetto segna anche la prima grande operazione congiunta tra Eni e la britannica BP: la joint venture detiene una partecipazione del 42,5% ciascuna, mentre il restante 15% è detenuto dal fondo sovrano libico, la Libyan Investment Authority.

La joint-venture si impegna a perforare altri 16 pozzi in Libia, sia in aree onshore che offshore. Inoltre, BP di recente ha firmato un memorandum d’intesa per valutare le opzioni di riqualificazione degli enormi giacimenti onshore di Sarir e Messla, nel bacino di Sirte, e per valutare il potenziale sviluppo di giacimenti di petrolio e gas non convenzionali. Il vicepresidente esecutivo per il gas e le basse emissioni di carbonio di BP, William Lin, ha dichiarato che “l’accordo riflette il nostro forte interesse ad approfondire la partnership con la National Oil Corporation libica e a sostenere il futuro del settore energetico del Paese”.

TOTALENERGIES TORNA A PRODURRE PETROLIO IN LIBIA

Analogamente, la scorsa settimana anche un’altra azienda occidentale impegnata nell’approvvigionamento di nuove fonti energetiche non russe, la francese TotalEnergies, ha annunciato la ripresa della produzione nel giacimento petrolifero libico di Mabruk, in cui l’azienda detiene una partecipazione del 37,5%. Anche in questo caso, si tratta di una svolta importante per la Libia, dato che la produzione del giacimento onshore, situato a circa 130 km a sud di Sirte, era stata interrotta nel 2015.

“Questa ripresa dimostra il nostro impegno a lungo termine in Libia”, ha dichiarato Julien Pouget, direttore per il Medio Oriente e il Nord Africa della divisione esplorazione e produzione di TotalEnergies, e ha aggiunto che “questo progetto, che segue i nostri recenti annunci relativi all’estensione delle concessioni di Waha, porta una produzione di petrolio a basso costo e a basse emissioni, in linea con la strategia aziendale, e contribuisce al nostro obiettivo di una crescita annua della produzione del 3% fino al 2030”.

LE OPERAZIONI DI RAFFINAZIONE POTRANNO MIGLIORARE

Allo stesso tempo, nel tempo potremmo assistere a miglioramenti nelle operazioni di raffinazione in Libia, a cominciare dall’annuncio della scorsa settimana relativo all’assegnazione, al colosso tecnologico e ingegneristico statunitense KBR, di un contratto per la gestione del progetto e i servizi tecnici per il Progetto Raffineria del Sud (SRP) a Ubari, nel sud-ovest della Libia. L’SRP si inserisce nel quadro degli sforzi di KBR per promuovere le principali infrastrutture petrolifere e del gas in tutto il paese.

In linea generale, tutto questo interesse non sorprende, dato che prima della rimozione di Muammar Gheddafi dalla guida della Libia nel 2011 e della conseguente guerra civile, il Paese produceva circa 1,65 milioni di barili al giorno di greggio leggero e dolce di alta qualità, particolarmente richiesto nel Mediterraneo e nell’Europa nord-occidentale. Inoltre, deteneva ancora le maggiori riserve accertate di petrolio in Africa, pari a 48 miliardi di barili.

Negli anni precedenti alla destituzione forzata di Gheddafi, la produzione petrolifera era in costante aumento, passando da circa 1,4 milioni di barili al giorno nel 2000, sebbene ben al di sotto dei livelli massimi di oltre 3 milioni di barili al giorno raggiunti alla fine degli anni ’60.

LE ATTIVITÀ DELLA NOC E LE PROSPETTIVE PER I PROSSIMI ANNI

Tra gli aspetti positivi, la NOC stava portando avanti i piani per l’implementazione di tecniche di recupero avanzato del petrolio (EOR) al fine di aumentare la produzione di greggio nei giacimenti in fase di maturazione, e le sue previsioni di poter incrementare la capacità di circa 775.000 barili al giorno tramite l’EOR nei giacimenti esistenti sembravano fondate.

Tuttavia, nel pieno della guerra civile, la produzione petrolifera è crollata a circa 20.000 b/g e, sebbene ora si sia ripresa raggiungendo poco meno di 1,3 milioni di b/g – il livello più alto dalla metà del 2013 – negli ultimi anni diverse interruzioni di produzione per motivi politici l’hanno fatta scendere a poco più di 500.000 b/g per periodi prolungati.

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