I costruttori di auto accumulano 8 miliardi di perdite per le tariffe Trump, mentre l’eccesso di energia solare mette in crisi le infrastrutture elettriche del continente, costringendo a sprechi miliardari. Il fondo di New York apre il caso TotalEnergies dopo l’addio ai progetti eolici offshore negli Stati Uniti. I fatti della settimana di Marco Orioles
L’automotive europeo attraversa una fase critica, con oneri superiori agli 8 miliardi di euro dovuti ai dazi americani, spingendo giganti come Volkswagen a ipotizzare una revisione totale dei propri modelli operativi. Come riportato dal Financial Times, la pressione fiscale di Washington si somma alla concorrenza cinese e agli ingenti investimenti per l’elettrico, mettendo a rischio la marginalità dei grandi gruppi tedeschi. In Europa, Bloomberg evidenzia come l’impennata del solare stia paradossalmente saturando reti elettriche non aggiornate, con il rischio di sprecare 40 TWh di energia pulita solo nel 2026. Questo squilibrio alimenta episodi di prezzi negativi e frena le nuove installazioni, rendendo necessari 1.200 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali entro il 2040. La tensione si estende al campo finanziario: il New York State Common Retirement Fund contesta la coerenza strategica di TotalEnergies dopo che la major ha accettato rimborsi miliardari dall’amministrazione Trump per ritirarsi dall’eolico offshore. Il quadro globale delinea una transizione energetica complessa, dove l’incertezza geopolitica e la fragilità delle reti nazionali rischiano di compromettere gli obiettivi di decarbonizzazione e la tenuta dei mercati internazionali.
DAZI USA, COLPO DA 8 MILIARDI PER L’AUTO EUROPEA
Come riferisce il Financial Times, negli ultimi dodici mesi i costruttori europei di auto hanno accumulato più di 8 miliardi di euro di costi legati ai dazi americani imposti da Donald Trump. La cifra, emersa dalle dichiarazioni ufficiali di Volkswagen, BMW, Mercedes-Benz, Stellantis e Volvo Cars, si riferisce all’intero 2025 e ai primi tre mesi del 2026. Washington aveva alzato i dazi sulle auto europee dal 2,5% al 27,5% nell’aprile dell’anno scorso, per poi ridurli al 15% dopo l’accordo commerciale siglato con l’Ue ad agosto. Nonostante lo sconto, l’impatto è stato durissimo. Volkswagen da sola ha registrato 3,6 miliardi di oneri, mentre il CFO Arno Antlitz ha parlato di un “deterioramento significativo” dell’ambiente operativo e ha avvertito che quest’anno i costi arriveranno a 4 miliardi. “Non bastano più i tagli incrementalisti – ha detto – dobbiamo ridisegnare radicalmente il nostro modello di business”. La situazione potrebbe peggiorare ulteriormente. Trump ha minacciato di riportare i dazi al 25% se l’Ue non rispetterà pienamente l’intesa, dando tempo fino a inizio luglio. Secondo gli analisti di Bernstein, solo per i tre grandi gruppi tedeschi un nuovo aumento costerebbe altri 2,6 miliardi nel 2026. BMW ha già accumulato circa 2,1 miliardi di costi tariffari, Mercedes 1,3 miliardi e Stellantis 1,2 miliardi, anche se per quest’ultima però una quota rilevante deriva dal commercio tra Usa, Messico e Canada. Tutto arriva in un momento già complicato: concorrenza agguerrita dalla Cina, alti investimenti per l’elettrico e margini di profitto sotto pressione. I produttori stanno cercando modi per assorbire o trasferire questi costi, ma nuovi rincari rischiano di frenare le vendite. Audi spera ancora in un’intesa che eviti ulteriori aumenti e valuta di produrre negli Stati Uniti, mentre BMW punta su un accordo che premi chi già produce in America.
IL BOOM DEL SOLARE EUROPEO SI INCEPPA: TROPPA ENERGIA, POCA RETE
Come ricorda Bloomberg, negli ultimi dieci anni l’Europa ha installato centinaia di milioni di pannelli solari, dal sud della Sicilia fino alla Lapponia. Il solare, sottolinea la testata finanziaria, è diventato la principale fonte di energia del continente durante i mesi estivi. Però questo boom rapidissimo sta incontrando un limite serio: la rete elettrica e il sistema intorno non sono stati aggiornati allo stesso ritmo. La capacità continua a crescere e questa primavera si sono già battuti record di produzione in Germania, Gran Bretagna e Francia. Il problema è che spesso si produce più elettricità di quanta se ne possa consumare. Così si è costretti a spegnere gli impianti per ore (curtailment). Si prevede che quest’anno possano andare sprecati circa 40 TWh, un quarto in più rispetto al 2025 – l’equivalente del fabbisogno annuo di Londra. I consumatori pagano due volte: prima con i sussidi che hanno finanziato l’espansione, poi quando i produttori vengono pagati per spegnere gli impianti. Nei momenti di picco i prezzi diventano negativi, riducendo fortemente i ricavi dei parchi solari. L’effetto “cannibalizzazione” del solare è ormai evidente: più capacità si aggiunge, più i prezzi crollano nelle ore di sole. Per questo le nuove installazioni stanno rallentando. Dopo anni di crescita record, BloombergNEF prevede un calo leggero quest’anno e ulteriori riduzioni fino alla metà del prossimo decennio. In Spagna si è arrivati al 16% di produzione solare sprecata nel primo trimestre, in Germania al 13%. Oltre ai problemi economici ci sono quelli tecnici: la gestione di frequenza e tensione diventa più complicata senza le grandi turbine tradizionali. L’incidente in Spagna e Portogallo dell’anno scorso ha reso gli operatori più cauti. I governi e le utility iniziano però a reagire: servono investimenti massicci nella rete (la Commissione europea parla di 1.200 miliardi di euro entro il 2040) e nello stoccaggio. La Germania vuole incentivare parchi solari abbinati a batterie. Vattenfall, per esempio, sta aggiungendo accumuli a un grande impianto agrivoltaico. In sintesi, il solare ha vinto sul piano della capacità installata, ma senza una rete più robusta e sistemi di flessibilità (batterie, domanda flessibile) tanta energia pulita continuerà a essere sprecata. Come ha detto il CEO di E.ON, “pannelli che non riescono a immettere energia in rete non evitano nemmeno una tonnellata di CO₂”.
FONDO PENSIONE DI NEW YORK CRITICA TOTALENERGIES PER L’USCITA DALL’EOLICO OFFSHORE
Come riporta il Financial Times, il fondo pensione di New York sta riconsiderando la sua partecipazione in TotalEnergies dopo che la major francese ha accettato quasi un miliardo di dollari dall’amministrazione Trump per mollare i progetti eolici offshore negli Usa. Parliamo del New York State Common Retirement Fund, che ha solo 1,6 milioni di dollari investiti nel titolo: una quota minuscola, ma il segnale è forte e simbolico. In una lettera al CEO Patrick Pouyanné, il controllore Thomas DiNapoli ha espresso “significative preoccupazioni” sulla coerenza strategica, la disciplina finanziaria e la gestione dei rischi dell’azienda. Secondo il fondo, Total aveva puntato a posizionarsi come leader della transizione energetica con obiettivi ambiziosi: 120 TWh da rinnovabili entro il 2030 e 75% di mix low-carbon nel 2050. La retromarcia crea confusione tra gli investitori. DiNapoli si chiede come il board abbia valutato i rischi legali e regolatori di accettare i soldi, soprattutto considerando che una futura amministrazione potrebbe ribaltare tutto. La mossa di Total arriva mentre Trump ha fatto dell’ostacolo all’eolico offshore uno dei pilastri del suo secondo mandato: stop ai progetti, preoccupazioni sulla sicurezza nazionale e ora rimborsi diretti alle aziende per cancellare i contratti. Il Dipartimento degli Interni ha già detto di essere in trattativa con altre società. Nel frattempo la California ha emesso una citazione in giudizio a un’altra compagnia coinvolta in un accordo simile da 120 milioni. Per le utility energetiche è una situazione delicata, strette come sono tra repubblicani che spingono sui fossili e democratici che difendono le rinnovabili.


