I nuovi regolamenti UE sulle emissioni di metano sono un atto di autolesionismo normativo che mette a rischio la sicurezza energetica dell’Ue. Regole così rigide che, secondo un report indipendente della prestigiosa società di consulenza Wood Mackenzie, rischiano di bloccare alla frontiera fino al 43% del gas naturale e all’incredibile quota dell’87% delle forniture di petrolio dirette verso il Vecchio Continente. L’allarme di Alice Wells, Executive VicePresident per l’Europa di ExxonMobil.
L’INGANNO DELLE REGOLE: BUROCRAZIA CONTRO REALTÀ
Il “blocco dei rubinetti” non ha nulla a che vedere con l’effettivo taglio delle emissioni nocive nell’atmosfera, secondo Wells. La crisi del 2027 sarà provocata esclusivamente da standard burocratici di monitoraggio, rendicontazione e verifica (MRV)talmente utopistici che nessun Paese produttore e pochissimi fornitori mondiali saranno in grado di soddisfare o certificare in tempo utile, secondo il Vicepresidente per l’Ue del colosso dell’energia.
LO SCENARIO SHOCK
Dal 2027, la mancata conformità burocratica ai registri europei minaccia di tagliare l’87% del greggio e il 43% del gas. Le conseguenze immediate stimate sui prezzi alla pompa: +24% per la benzina e+16% per il diesel. In parole povere, l’Europa rischia di rifiutare l’energia di cui ha disperatamente bisogno non perché sia più inquinante, ma perché i moduli per certificarla non sono stati compilati secondo i bizantinismi richiesti. Il paradosso insostenibile è che né la Commissione Europea né gli Stati membri hanno ancora predisposto le infrastrutture istituzionali e i modelli di verifica per permettere ai fornitori dimettersi in regola.
“L’Europa deve smetterla di varare leggi che creano solo confusione, complessità e, i ultima analisi, autolesionismo economico”, sottolinea Alice Wells, ExxonMobil.
UN CONTO SALATISSIMO PER FAMIGLIE E IMPRESE
Se l’offerta globale di energia importabile in Europa dovesse contrarsi drammaticamente a causa di questi vincoli, la legge del mercato non perdonerà. A pagare il prezzo più alto saranno i cittadini e il tessuto industriale. Wood Mackenzie ha quantificato l’impatto economico immediato sulle tasche dei consumatori in un un rincaro stimato del 24% per la benzina e del 16% per il diesel alla pompa.
L’aumento sproporzionato dei costi energetici finirà per infliggere il colpo di grazia alla competitività di settori chiave come l’acciaio, la chimica e la manifattura pesante, accelerando un processo di deindustrializzazione forzata.
IL PANICO DEI MERCATI E IL NODO DELLE SANZIONI
La crisi, in realtà, è già iniziata nei fatti. Il punto di rottura è imminente perché le aziende che importano energia stanno decidendo in queste settimane gli ordini e i contratti di fornitura proprio per il 2027. Il settore della raffinazione europeo si trova paralizzato dall’incertezza perché non sa dove poter acquistare legalmente il greggio ed è terrorizzato da sanzioni che possono raggiungere il 20% del fatturato annuo in caso di mancata conformità.
La rassicurazione della Commissione, secondo cui tutto si risolverà con future “linee guida” o con la flessibilità dei singoli Stati nel ridurre le multe, viene liquidata da Wells come un’illusione pericolosa, sostenendo che nessuna azienda internazionale accetterà mai di operare in una condizione di palese illegalità o di incertezza giuridica, indipendentemente dall’entità della sanzione.
L’APPELLO DEI COLOSSI: “FERMATE L’OROLOGIO”
ExxonMobil tiene a precisare di non essere affatto contraria agli obiettivi climatici dell’Unione. Al contrario, la compagnia rivendica investimenti miliardari in tecnologie avanzate. La critica di Wells è dunque sul metodo e sulle tempistiche, non sul fine.
“Gestiamo due delle raffinerie più grandi ed efficienti d’Europa”, conclude Wells, “e dipendiamo dalle importazioni da oltre 15 Paesi. Di questi, ad oggi, solo uno potrebbe essere in grado di soddisfare i criteri di rendicontazione europei entro il 2027”.
La proposta per evitare il baratro è attivare una clausola di “stop-the-clock”(fermare l’orologio della burocrazia) per congelare temporaneamente l’applicazione della norma e introdurre emendamenti mirati. Una pausa tecnica che non rallenterebbe l’impegno ambientale delle aziende, ma che eviterebbe uno shock da carenza di offerta senza precedenti.


