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Dalla geopolitica ai data center: ecco la nuova mappa dell’energia. Parla Vitiello (WEC Italia)

Il Segretario generale del WEC Italia, Michele Vitiello, traccia la nuova rotta dell’energia tra geopolitica e attuazione pratica

C’è un elefante nella stanza della transizione energetica ed è alimentato ad algoritmi. Mentre l’Italia ridisegna le sue rotte geopolitiche nel Mediterraneo e cerca di blindare la sicurezza degli approvvigionamenti, l’Intelligenza Artificiale e il boom dei data center stanno ridisegnando la curva della domanda elettrica con una rapidità e una concentrazione spaziale mai viste prima. L’ambizione non basta più per centrare l’obiettivo della transizione energetica. Ora servono fatti, filiere integrate per lo storage e leader capaci di unire tecnologia, policy e finanza. Neutralità tecnologica ed evidenza scientifica devono diventare i due fari che guidano il percorso verso un sistema energetico green e sicuro. A tracciare il quadro di questa nuova fase pragmatica è Michele Vitiello, Segretario generale del World Energy Council Italia (WEC Italia), che traccia la strada per una transizione sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico.

“Energia, nuove fonti, nuove rotte”. È il titolo del numero 18 del magazine online “WEC Italia Dialogues – a dibattito con la community WEC”, che riassume le profonde trasformazioni delle rotte dell’energia a causa delle tensioni internazionali. Quali sono le nuove rotte e le nuove fonti?

“Le nuove rotte sono quelle che l’Italia ha costruito in pochi mesi, con uno sforzo pubblico e privato, per garantire stabilità e sicurezza energetica. Le fonti, invece, in larga parte non sono nuove: nuova è la consapevolezza con cui le guardiamo. Avendo chiaro l’obiettivo di decarbonizzazione, tutte le fonti disponibili concorrono a soddisfare una domanda crescente, direttamente legata alle possibilità di sviluppo del Paese, alla sua digitalizzazione, alla flessibilità ed efficienza del sistema. Ma ogni fonte porta con sé esternalità positive e possibili dipendenze: il lavoro è ridurre al minimo le seconde, continuando a investire in ricerca e innovazione e consolidando partnership e scambi, di competenze e commerciali. Solo coniugando politiche della formazione, politiche industriali e politiche energetiche il saldo di questo percorso sarà positivo. Per l’Italia la novità di questi mesi è il rinnovato interesse per il nucleare di piccola taglia, una linea su cui il Ministero ha investito con convinzione. Ma penso anche alle buone prassi già operative: la Gigafactory di pannelli fotovoltaici a Catania, i corridoi di molecole ed elettroni che ci rendono ponte nel Mediterraneo, i progetti di cattura e stoccaggio a Ravenna, la conversione delle bioraffinerie, i nuovi rigassificatori, poi i progressi sull’idrogeno e l’autoconsumo, passando per il riciclo delle materie critiche”.

Dal World Energy Issues Monitor emerge che la transizione energetica è ormai in una nuova fase: superato il tempo dell’ambizione è ora il tempo dell’attuazione. Quali sono le principali sfide del 2026 e quali attività metterà in campo il WEC Italia per contribuire a vincerle?

“Bisogna trasformare progetti e target in fatti, e l’unico modo è calarli nella realtà: affrontarne le resistenze, comprenderne le difficoltà, dialogare con cittadini e industria correggendo il tiro. Il World Energy Issues Monitor 2026 fotografa con nettezza questo passaggio. Il dato significativo è che oggi più che mai è la geopolitica a guidare la transizione: stabilità e pace sono infatti percepite come la prima incertezza globale. Ne discende che le vere variabili sono i fattori abilitanti: la capacità delle reti, i tempi autorizzativi, la coerenza amministrativa e normativa, la pianificazione infrastrutturale, la disponibilità di capitale umano e finanziario. È il Trilemma messo alla prova nel concreto, sicurezza, accessibilità economica e sostenibilità da tenere in equilibrio in tempo reale, e non solo sulla carta. La nostra missione resta quella di un contenitore neutrale, multi-energy e multi-stakeholder. Mettiamo allo stesso tavolo istituzioni, imprese e accademia, con particolare attenzione a due mondi finora ai margini, i giovani e le donne.

Nel 2026 questo significa portare i dati dell’Issues Monitor dentro il dibattito italiano, alimentare i gruppi di lavoro tematici – a partire da quelli sulle materie prime critiche quelli sulle comunità energetiche – e valorizzare i programmi Future Energy Leaders e Women in Energy. Noi a differenza di altri non offriamo ricette ma un metodo, fondato sulla neutralità tecnologica e sull’evidenza scientifica, con il vantaggio di mettere a sistema comitati da tutto il mondo e di dialogare con chi ha già superato le nostre difficoltà. Dall’area euro-mediterranea alle relazioni atlantiche, passando per il Golfo, solo per citare alcuni progetti. Abbiamo Paolo Storti a seguire questi lavori”.

Lo storage è uno dei pilastri del futuro, ma c’è ancora molta strada da fare per garantire la sicurezza del sistema elettrico. Come procedono i lavori del gruppo di lavoro OIMCE 2026 (coordinato da AIDIC e ospitato da Confindustria Energia) sui temi del trattamento delle matrici complesse e la sicurezza di approvvigionamento? Su cosa si concentreranno i prossimi incontri?

“Lo storage è il pilastro che tiene insieme un sistema sempre più elettrificato e intermittente: senza accumulo, la flessibilità resta un’aspirazione. Ma anche lo storage elettrico porta con sé una catena di dipendenze che troppo spesso si trascura, quella delle materie prime critiche. La sicurezza di approvvigionamento elettrico diventa, a monte, sicurezza di approvvigionamento di minerali e di filiere di trattamento. Il lavoro dell’OIMCE, l’osservatorio italiano delle materie critiche che coordiniamo con Assorisorse grazie all’impegno di Giuseppe Montesano, muove proprio dall’intreccio tra il trattamento delle matrici complesse – i materiali da recuperare, riciclare e raffinare – e la sicurezza di approvvigionamento, le conoscenze necessarie, mettendo insieme competenza ingegneristica, istituzioni ed enti di ricerca.

I prossimi incontri guardano a chiudere il cerchio tra estrazione responsabile, riciclo e mining in Europa, recepimento del Critical Raw Materials Act e ricadute concrete sulle filiere nazionali dell’accumulo. I tavoli che presenteremo al prossimo Simposio restituiscono l’immagine di un Paese che ha storie e progetti per affrontare la sfida. Ma lascio che siano i dati, una volta presentati, a dirlo”.

L’Intelligenza Artificiale è l’elefante nella stanza dell’universo dell’energia. Qual è l’impatto energetico delle nuove tecnologie digitali? Cosa si può fare per mitigarlo? Quali attività metterà in campo il WEC Italia?

“L’Ia è davvero l’elefante nella stanza: i data center sono tra i principali motori della nuova domanda elettrica, insieme alla crescente elettrificazione dei consumi civili e industriali, e a differenza di altri carichi crescono in modo concentrato, rapido e poco prevedibile. Il rischio è una corsa in cui la potenza richiesta cresce più velocemente della capacità delle reti di accoglierla. Va però ricordato che molti dei dati di consumo a cui guardiamo riferiscono al sistema americano, diverso dal nostro: serve allora un ragionamento ancorato alla realtà italiana, basato sui numeri e non sulle percezioni. In alcuni territori sono già sorti comitati contrari, e su questo il modo migliore di rispondere è il confronto trasparente, prima che le posizioni si irrigidiscano.

La mitigazione passa da tre leve. La prima è l’efficienza intrinseca. La seconda è la localizzazione intelligente, collocare i carichi dove ci sono generazione pulita e capacità di rete, trasformando i data center da problema a possibile fattore di flessibilità della domanda. La terza è il paradosso virtuoso: la stessa IA è uno strumento straordinario per ottimizzare le reti, prevedere i picchi, gestire l’accumulo. L’elefante, se ben governato, può diventare un alleato che ci traghetta al di là del fiume. Il nostro ruolo è far entrare questo tema nel dibattito con dati reali e con il confronto tra operatori, gestori di rete e mondo digitale, prima che diventi un’emergenza ideologizzata. Su questo abbiamo già promosso confronti pubblici con le principali associazioni del settore e ne promuoveremo altri nel 2026”.

Il gender gap resta una sfida aperta, soprattutto nei ruoli tecnico-scientifici e manageriali. L’informazione e lo scambio di idee è il primo passo. In quest’ottica, a maggio è partito il ciclo di incontri “Women in Energy in Campus” all’Università Federico II di Napoli. Cosa prevede l’iniziativa?

Il divario di genere nei ruoli tecnico-scientifici e manageriali non è solo una questione di equità. È una perdita di talento e di valore che un settore in trasformazione non può permettersi. L’iniziativa avviata alla Federico II, poi approdata all’Università di Pisa ma che vedrà altre tappe da nord a sud, nasce da una convinzione semplice: il cambiamento comincia nei luoghi dove si formano le menti. Portare il confronto dentro le università, sui territori, significa offrire alle studentesse modelli di riferimento e agli studenti modelli di comportamento, con esperienze dirette di professioniste del settore e una rete di relazioni che spesso fa la differenza tra una vocazione coltivata e una abbandonata. Ma l’informazione è il primo passo, non l’ultimo. Per colmare davvero il gap servono percorsi strutturati: mentorship, programmi di accompagnamento alla leadership, dati trasparenti sulla composizione degli organici e degli organi decisionali, un lavoro a monte sull’orientamento STEM. Il problema della disparità si risolve presidiando l’intera filiera formativa, non solo l’ingresso nel mondo del lavoro. Il progetto è guidato da Letizia Germana Pittiglio, con Ilaria Danesi e Chiara Zingarelli e un gruppo di donne sempre più numeroso impegnato nel mondo dell’energia. C’è stata anche un’iniziativa che ha coinvolto i comitati WEC di tutto il mondo, con un primato italiano di cui andare fieri.

Che tipo di profilo cerca oggi il programma Future Energy Leaders: competenze tecniche verticali o capacità di connettere tecnologia, policy e finanza? Programmi come FELs e il SET Award riescono a dare visibilità a startup e giovani leader, ma per trasformarli in attori concreti della transizione energetica bisogna aprirgli le porte dei grandi incumbent e al capitale industriale. Quanto è difficile per una startup fare il salto di qualità oggi e come superare questo limite?

“Oggi non si cerca più lo specialista verticale, ma chi sa parlare più lingue: tecnologia, policy e finanza, tutto con empatia e curiosità. La transizione fallisce nei punti di traduzione, quando una buona idea tecnica non trova la cornice regolatoria o il capitale per diventare scala. Il leader energetico che serve oggi, per domani, è invece un connettore di puntini, capace di tenere insieme rigore tecnico, sensibilità istituzionale e logica d’investimento. Noi stiamo provando a farlo con una serie di programmi rivolti ai giovani professionisti, ma anche mettendo a sistema tutte le realtà giovanili che su questi temi si muovono a livello nazionale ed europeo. Quanto alle startup, hai colto il punto: programmi come FELs e il SET Award danno visibilità, ma la visibilità non è ancora mercato. Il salto di qualità si blocca quasi sempre nella “valle della morte” tra il prototipo e la scala industriale, dove servono capitale paziente e, soprattutto, il primo cliente che dia fiducia. Per superarlo bisogna aprire le porte degli incumbent: programmi di open innovation, banchi di prova reali negli impianti, procurement che premi la soluzione innovativa, strumenti di de-risking pubblico che rendano l’industria disposta a scommettere. Le startup non diventano attori concreti perché vincono un premio, ma perché qualcuno di grande decide di comprarle, integrarle, finanziarle. Costruire quel ponte è esattamente il lavoro che una rete come la nostra può fare”.

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