Dalla corsa all’accumulo residenziale di Canberra ai 60 miliardi di intese nel Golfo per bypassare Hormuz, fino allo scontro sui parchi offshore negli USA. I fatti della settimana di Marco Orioles
L’Australia accelera sull’accumulo domestico con batterie cinesi per stabilizzare la rete, superando i 2 GWh per milione di abitanti (oltre 600.000 impianti e 2.000 nuove installazioni al giorno). Spinta dalla capillare diffusione del solare (in quasi il 40% delle case), Canberra mira a 2 milioni di batterie entro il 2030, con costi di generazione già scesi del 12% nel primo trimestre 2026. Washington e Baghdad hanno siglato invece intese da 60 miliardi di dollari per creare nuove rotte petrolifere ed evitare lo Stretto di Hormuz. Gli accordi con Chevron e il ripristino dell’oleodotto Iraq-Siria verso Ceyhan e Baniyas (fino a 2 milioni di barili al giorno) puntano a diversificare l’export: entro il 2028 le nuove condotte potrebbero assorbire il 60% dei flussi storici del Golfo. Infine, l’amministrazione Trump ha congelato i cantieri dell’eolico offshore sulla costa orientale evocando presunti rischi per la sicurezza nazionale e interferenze radar. La motivazione è stata bocciata dai giudici federali, che hanno sbloccato cinque grandi parchi, mentre 18 Stati hanno fatto causa alla Casa Bianca accusandola di usare la sicurezza come pretesto per favorire i combustibili fossili.
L’AUSTRALIA ACCELERA SULLA RIVOLUZIONE DELLE BATTERIE DOMESTICHE
L’Australia sta diventando uno dei mercati più vivaci al mondo per le batterie cinesi. Come sottolinea il Financial Times, nel mese di marzo il Paese ha pesato quasi per il 10% sulla nuova capacità globale di accumulo installata. Oggi si montano circa 2.000 batterie domestiche al giorno. Con oltre 600.000 impianti già attivi, più del triplo rispetto alla California, l’Australia ha superato i 2 GWh di storage per milione di abitanti, un ritmo che gli analisti di Rystad Energy definiscono “senza precedenti”. Grazie ai prezzi più bassi offerti dalla Cina, il Paese è diventato il terzo importatore mondiale di batterie dopo Germania e Stati Uniti. Il boom è reso possibile da una combinazione perfetta: quasi il 40% delle case monofamiliari ha i pannelli solari, la rete elettrica è fragile e poco interconnessa tra gli Stati, e il vecchio parco a carbone è sempre meno affidabile. Le batterie permettono di conservare l’energia solare prodotta di giorno e di utilizzarla la sera o nei momenti di picco della domanda. I risultati si vedono già: a Victoria, durante l’estate, le abitazioni con batteria hanno prelevato dalla rete l’80% in meno rispetto a quelle dotate solo del solare. Il governo ha dato una forte spinta con un programma di incentivi da 7 miliardi di dollari australiani, tanto che ha dovuto ridimensionare il bonus per evitare che il mercato si surriscaldasse. L’obiettivo è arrivare a due milioni di nuove batterie residenziali entro il 2030. Grazie a questo impulso, le rinnovabili coprono già circa metà del fabbisogno energetico e le batterie iniziano a fissare il prezzo dell’energia sulla costa orientale. I vantaggi non si fermano a chi le installa: riducendo i prelievi nei momenti di punta, le batterie abbassano i costi per tutti. Nel primo trimestre del 2026 il costo di generazione è già sceso del 12%, con bollette più leggere in arrivo per le famiglie. Questo slancio delle batterie domestiche si affianca alla crescita dei grandi impianti di accumulo utility-scale. Come ha sintetizzato Tim Buckley di Climate Energy Finance, “il solare ha mangiato il pranzo al carbone e ora le batterie stanno mangiando il gas a cena”. Con questo ritmo, il target dell’82% di energia rinnovabile entro il 2030 sembra più alla portata.
ACCORDI USA-IRAQ DA 60 MILIARDI PER BYPASSARE LO STRETTO DI HORMUZ
Gli Stati Uniti e l’Iraq hanno firmato venerdì scorso accordi per circa 60 miliardi di dollari per aprire nuove rotte con cui esportare petrolio evitando lo Stretto di Hormuz. Come osserva l’Associated Press, l’obiettivo è ridurre la dipendenza da quel passaggio strategico che l’Iran ha chiuso piu volte dopo l’inizio della guerra con Stati Uniti e Israele a fine febbraio. L’ambasciatore americano in Turchia, Thomas Barrack, ha sottolineato che i nuovi oleodotti renderanno Hormuz “un pensiero del passato”. Chevron ha siglato tre accordi: due per aumentare la produzione e uno per realizzare una nuova pipeline che offra a Baghdad un’altra via d’uscita verso i mercati internazionali. “È fondamentale per la sicurezza energetica”, ha dichiarato Jake Spiering, presidente dello sviluppo aziendale di Chevron. Nello stesso giorno è arrivato anche il via libera al progetto di ristrutturazione del vecchio oleodotto Iraq-Siria, che collegherà Basra a Haditha e da lì ai porti di Ceyhan in Turchia e Baniyas sulla costa siriana, con una capacità potenziale di 2 milioni di barili al giorno. Washington ha salutato con favore il coinvolgimento di un consorzio a guida americana. Secondo Goldman Sachs, le varie pipeline in sviluppo nella regione potrebbero trasportare entro fine 2028 circa 14 milioni di barili al giorno, pari al 60% di quanto passava per Hormuz prima del conflitto. In questo scenario complicato, l’Iraq cerca di diversificare. Il premier Ali Falah al-Zaidi, dopo l’incontro con i vertici di Chevron a Houston, ha ribadito che il suo governo vuole investimenti veri e partnership a lungo termine, non semplici appalti. Per ora parte del petrolio iracheno sta già viaggiando via camion verso la Siria e da lì verso l’Europa attraverso Baniyas, soprattutto dopo la riapertura di un valico di confine chiuso da oltre dieci anni. La rotta via terra è più costosa e meno efficiente, ma il nuovo oleodotto potrebbe cambiare radicalmente il quadro.
TRUMP FERMA L’EOLICO OFFSHORE INVOCANDO LA SICUREZZA NAZIONALE (MA I GIUDICI NON CI CREDONO)
L’amministrazione Trump sta bloccando lo sviluppo dell’eolico offshore sostenendo che rappresenti un rischio per la sicurezza nazionale. Come ricorda l’Associated Press, dalla fine del 2025 l’amministrazione ha fermato i lavori su diversi grandi progetti sulla East Coast, sta riacquistando concessioni mentre il Segretario agli Interni Doug Burgum si fa scudo di un rapporto classificato del Pentagono che dimostrerebbe la minaccia rappresentata dagli impianti. Le spiegazioni offerte si concentrano sull’interferenza delle turbine con i radar, nel senso che le pale creano falsi bersagli, sulla possibilità che droni nemici passino inosservati in mezzo ai parchi, oltre che sulle vibrazioni che potrebbero disturbare i sonar subacquei. Secondo il governo, l’evoluzione rapida delle tecnologie avversarie rende questi impianti, soprattutto vicino alle città della costa orientale, particolarmente pericolosi. Però non tutti sono convinti. Esperti militari, tra cui l’ex comandante della USS Cole Kirk Lippold, ricordano che gli operatori radar sono addestrati a distinguere i falsi echi dal segnale reale e che il problema non è nuovo. In Europa convivono da anni con l’eolico offshore, mitigando l’impatto con aggiornamenti tecnologici o usando i parchi stessi per installare sensori di sorveglianza. I giudici federali Usa hanno già dato ragione agli sviluppatori: dopo aver visionato le informazioni classificate, hanno autorizzato la ripresa dei lavori su cinque grandi progetti, sospettando che la motivazione di sicurezza fosse in realtà un pretesto per favorire i combustibili fossili, in linea con la storica avversione di Trump per le pale eoliche. Un giudice ha notato che le nuove “preoccupazioni” non erano state applicate in modo specifico ai singoli progetti e che Burgum aveva criticato l’eolico per altri motivi. Per l’ex Vice Ammiraglio della Marina Dennis McGinn non esiste un ostacolo insormontabile alla sicurezza: i rischi erano noti da anni e sono gestibili. Secondo McGinn l’amministrazione sta semplicemente ingigantendo i problemi per giustificare una spinta decisa verso le fonti fossili. Nel frattempo il Pentagono frena anche alcuni parchi eolici onshore, mentre 18 Stati stanno facendo causa all’amministrazione per sbloccare i progetti.

