Scenari

Algeria, Iran e Iea. Cosa succede su energia e dintorni

Algeria

Tutte le ultime novità su petrolio e gas tra energia e geopolitica nel Taccuino estero a cura di Marco Orioles

L’annuncio è arrivato come un fulmine a ciel sereno: l’Algeria, ossia il terzo fornitore di gas per l’Europa, intende rivedere i contratti per la vendita di gas naturale con i principali clienti europei.

E’ quanto ha spiegato all’emittente radiofonica pubblica algerina il ministro dell’Energia, Mohamed Arkab, parlando delle difficoltà del suo Paese a mantenere la propria quota di mercato, nonché il primato come fornitore della Spagna,  a causa soprattuttio dell’entrata nel mercato del Gnl proveniente dagli Usa.

“Al fine di mantenere la posizione dell’Algeria sul mercato del gas, considerando l’emergere di nuovi produttori di gas da scisti, l’Algeria ha avviato una revisione dei contratti e dei negoziati di lungo termine per mantenere la sua posizione sul mercato”, ha affermato Arkab.

Nel commentare queste dichiarazioni, Lorenzo Marinone, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Centro Studi Internazionali (Cesi), suggerisce di guardare in due direzioni.

“La prima”, spiega l’analista, “riguarda la posizione dell’Algeria nel panorama energetico non solo Mediterraneo. Qua si parla di gas, e il mercato del gas sta diventando sempre più competitivo, in parte perché alcuni dei massimi produttori globali sono molto flessibili di quanto non lo sia l’Algeria, in parte perché c’è la questione dello shale e dei nuovi produttori che entrano nel mercato. In un panorama del genere, che lascia intravedere dei mutamenti, più tu sei ingessato e poco resiliente col tuo sistema produttivo e più avrai problemi ad adattarti a questa situazione e a reagire ai cambiamenti. La posizione dell’Algeria si spiega dunque – è la conclusione di Marinone – con le sue evidenti difficoltà a navigare nel mercato energetico appena le acque si agitano un po’”.

Il secondo ordine di spiegazioni suggerito da Marinone ha a che fare con questioni tutte interne all’Algeria e in particolare con il travaglio non ancora superato delle dimissoni dell’ex presidente Bouteflika e della successiva transizione che ha portato lo scorso dicembre a eleggere un nuovo presidente in un clima che non ha visto del tutto scemare il malcontento popolare.

A tal proposito, Marinone mette in collegamento l’annuncio del ministro dell’energia “con il piano di riforme economiche che è stato appena annunciato dalla presidenza algerina. Si tratta di un piano molto articolato ma che ha un punto cardine: la promessa di non tagliare i sussidi di cui gode la popolazione algerina. E stiamo parlando di una varietà di sussidi: da quello sui carburanti a quello sull’elettricità. Il nuovo presidente ha promesso che nulla di tutto questo verrà toccato, andando però incontro ad una spesa enorme per il budget algerino che richiede necessariamente un flusso di cassa continuo. Immagino quindi che tentare di mantenere la propria quota di mercato come esportatore di gas significhi garantirsi nel breve e nel medio termine questo flusso di cassa continuativo”.

La mossa di ieri va dunque interpretata anche alla luce del tentativo della nuova dirigenza algerina di assicurarsi la pace sociale. Ma è un tentativo che secondo Marinone non è necessariamente destinato a buon fine.

“Il problema della classe politica algerina”, spiega infatti l’analista, “è che la transizione post-Bouteflika è tutt’altro che finita. Il movimento di protesta che scese in piazza l’anno scorso prima e dopo le dimissioni di Bouteflika non si è affatto sciolto, sta continuando le sue attività anche se solo on line in questo momento a causa del Covid-19 e cercando di trasformarsi da movimento spontaneistico ad entità più strutturata e capace di un’azione politica incisiva”.

Appare dunque ovvio, in questo contesto, che la dirigenza algerina cerchi di fare il possibile per ammorbidire, continua ancora Marinone, “le difficoltà economiche e sociali che l’Algeria si accinge ad affrontare nell’immediato futuro”, intuendo che dietro di esse si celino nuove tensioni sociali che potrebbero riportare il paese nel caos.

 


Il petrolio iraniano alle strette

 

L’ultimo a rivendicare i sacrosanti diritti della nazione iraniana è stato il ministro del Petrolio Bijan Zanganeh. “Non ci arrenderemo in nessun caso (alle sanzioni Usa) poiché dobbiamo essere in grado di entrare con forza nel mercato e rilanciare la nostra quota”, ha detto Zanganeh durante un incontro tra la National iranian oil company (Nioc) e un’altra società iraniana, la Persia Oil and Gas.

Ma la realtà, fotografata impietosamente da un lancio Reuters, è decisamente un’altra: la produzione di energia in Iran ha toccato i minimi storici degli ultimi 40 anni e il petrolio disponibile che Teheran non può vendere a causa delle sanzioni sta saturando i depositi e le petroliere ancorate al largo delle coste iraniane.

Secondo FGE, il totale della produzione liquida della Repubblica islamica è scesa a 3,1 milioni di barili al giorno tra marzo e giugno, ed è destinato a scendere di ulteriori 100 mila barili nel mese corrente.

Di questa produzione, 1,9 milioni di baroli erano costituiti da greggio: e anche in questo caso i dati OPEC mostrano come siamo di fronte al livello minimo dal 1981, ossia un livello di produzione pari alla metà di quanto era nel 2018.

Le conseguenze si possono vedere anche nel lavoro delle raffinerie, che nel mese di maggio hanno lavorato 100 mila barili di petrolio in meno rispetto ai livelli di aprile, quando erano 1,5 milioni, e ben 400 mila in meno rispetto al mese di febbraio.

Ma la vera nota dolente riguarda l’export, che secondo i dati Kpler è stato di appena 100 mila barili di petrolio al giorno nel mese di maggio. Una stima abbastanza diversa da quella di FGE, che parla di 210 mila barili.

Il risultato di questa situazione trova riscontro nella enorme quantità di petrolio onshore presente attualmente in Iran. Secondo FGE Energy, stiamo parlando di 63 milioni di barili rispetto ai 15 del mese di gennaio, o di 66 secondo la stima di Kpler. Si tratta in ogni caso di più dell’80% delle capacità di stoccaggio della Repubblica Islamica.

Per far fronte a questa situazione, le autorità iraniane non hanno potuto far altro che riempire fino all’orlo le proprie maxipetroliere dalla capacitò di 2 milioni di barili.  Secondo Refinitiv, al largo dell’Iran in questo momento stanno galleggiando 56,5 milioni di barili di petrolio.

E come ha ammesso a Reuters il portavoce della compagnia NORDEN, questa situazione è destinata a non cambiare, se non a peggiorare, se l’Iran non piazzerà sul mercato la sua produzione e quelle petroliere non raggiungeranno qualche destinazione utile.


 

L’ombra del Covid sul settore energetico

L’ultimo rapporto dell’International Energy Agency rilanciato da Axios conferma quel che gli analisti hanno osservato (e temuto) negli ultimi tempi: le nuove ondate della pandemia nel mondo stanno “gettando un’ombra” sul settore limitando i benefici derivanti dal taglio dell’offerta deciso dal cartello OPEC+ e dalla ripresa dei consumi nelle zone in cui si è tornati alla normalità.

Questo conferma di nuovo la pericolosità del Covid-19 per un settore che, nonostante abbia conosciuto un lento rialzo dei prezzi, continua a galleggiare su quotazioni che costituiscono un rischio oggettivo per decine di compagnie energetiche.

Nonostante il prezzo del petrolio abbia abbandonato da tempo il terreno negativo in cui era scivolato al tempo del primo picco del Covid-19, e che i prezzi da allora siano leggermente risaliti, essi rimangono ad un livello troppo basso e sono soggetti anzi a leggeri ribassi, come accaduto questa settimana con il Brent che era quotato a 42,19 dollari e il WTI a 39,40 dollari.

È una realtà che è stata riconosciuta dall’analista Louise Dickinson di Rystad Energy, per il quale “il mercato ha cominciato a capire quale sarà l’impatto dei continui nuovi casi di Covid-19 e ha quindi corretto i rialzi dei giorni precedenti”.

E la situazione secondo l’IEA è destinata a peggiorare man mano che i paesi alle prese con l’emergenza sanitaria introducono nuove misure di contenimento che abbassano inesorabilmente la domanda di energia.

Mettendo insieme tutti questi elementi, l’IEA ha stimato che per quest’anno la domanda di petrolio globale sarà inferiore rispetto all’anno scorso di 7,9 milioni di barili al giorno, e che l’offerta globale di petrolio nel mese di giugno ha raggiunto il livello più basso degli ultimi nove anni grazie ai tagli di ben 14 milioni di barili da parte dei produttori.

L’istituto ritiene che lo choc è inferiori alle previsioni, ma non riesce comunque a vedere la luce in fondo al tunnel, tanto da fornire previsioni fosche anche per il prossimo quadrimestre.

La conclusione dell’IEA è dunque che, nonostante gli evidenti progressi dai giorni cupi dei prezzi negativi di aprile, “l’accelerazione del numero di casi di Covid-19 ci ricorda tristemente che la pandemia non è ancora sotto controllo e che permangono tutti i rischi nelle prospettive per il mercato” dell’energia.