Efficienza energetica e innovazione

Bitcoin, se le criptovalute consumano come uno Stato

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Bitcoin,  per svolgere le sue attività, ha bisogno di 14,5 TWh di energia, quasi come il Turkmenistan

 

 

Le criptovalute come Bitcoin ed Ethereum forse un giorno saranno il futuro dei pagamenti. Per il momento di sicuro c’è che impiegano più energia di quanto ci si aspetti. Tutta colpa del cosiddetto “mining”. Secondo una recente stima di Digiconomist le due valute consumano, infatti, più di uno Stato: Bitcoin per svolgere le sue attività si aggira al momento sui 14,5 TWh quasi come il Turkmenistan mentre Ethereum si ferma a 4,7 TWh, più o meno i consumi della Moldavia. L’ultimo report di settembre evidenzia addirittura un consumo energetico totale della rete in crescita del 9% e un consumo medio per transazione aumentato di quasi il 2% a 174 KWh, pari al fabbisogno energetico di un nucleo domestico statunitense per quasi 6 giorni.

L’enorme impiego di elettricità del sistema rappresenta naturalmente un problema se visto sotto il profilo ambientale e delle emissioni richieste per la sua produzione.

Perché le criptovalute sono “energivore”?

BitcoinMa perché una criptovaluta consuma così tanto? Il protocollo Bitcoin prevede una costante ricerca ed elaborazione di dati, il “mining” appunto, perché computer e server sparsi in tutto il mondo devono eseguire calcoli complessi per registrare i blocchi di transazioni e creare nuova moneta. Nato nel 2009 il Bitcoin, ad esempio, utilizza la tecnologia “Blockchain”, una specie di registro pubblico dei trasferimenti di valuta che, mediante tecniche di cifratura, permette lo spostamento sicuro di una somma da un conto virtuale ad un altro, evitando furti o frodi. Il tutto senza intermediari perché basato su protocolli informatici decentralizzati. Per far muovere in sicurezza tutto questo sistema ed evitare che, ad esempio, si accavallino più transazioni interviene il “mining”, letteralmente “estrazione mineraria”. Tale operazione viene svolta dai “miners”, cioè, in teoria, da qualunque utente abbia a disposizione un dispositivo in grado di realizzare un’enorme quantità di calcoli e di operazioni di transazione. Il protocollo Bitcoin deve realizzare, infatti, anche una “proof-of-work” per ogni singola moneta, e cioè il mining che realizza prima i calcoli deve in sostanza registrare la transazione nel Blockchain.

Il mining è quindi un’attività, che garantisce il corretto funzionamento del sistema, ma che è onerosa in termini economici per la quantità di hardware e di elettricità impiegata e chi la compie deve essere incentivato. L’attività viene quindi ricompensata con l’emissione controllata di nuovi Bitcoin: attualmente 12,5 ogni 10 minuti. Dunque è proprio il mining e l’utilizzo di tutti questi processori per la mole di calcolo da realizzare in un così breve lasso temporale a comportare un consumo spaventoso di elettricità. Il problema evidenziato dai critici delle criptovalute è che a questo dispendio enorme di energia non conseguirebbe alcun vantaggio reale in termini di utilità vista la virtualità della moneta e visto il principio speculativo-finanziario alla base del sistema. Il modello attuale non sembra quindi essere sostenibile, almeno dal punto di vista ambientale. Anche se c’è da dire che Ethereum sembra direzionata verso un cambio di algoritmi in grado di ridurre i consumi. Tuttavia il settore si mostra in espansione pur tra alti e bassi: secondo uno studio di aprile del Cambridge Centre for Alternative Finance, i miners avrebbero guadagnato due miliardi di dollari nel solo 2016 mentre nel 2017 i ricavi si stimano triplicati rispetto all’anno precedente. Di questo passo, con un aumento del valore del Bitcoin nei prossimi due anni anche a un tasso dimezzato rispetto a quello dei primi 6 mesi del 2017, il consumo di energia elettrica potrebbe raggiungere quello dell’Italia (314TWh nel 2016) verso l’inizio del 2020.

All’orizzonte una svolta verde?

Per conciliare l’espansione delle criptovalute e l’enorme dispendio energetico, l’americano Tam Hunt esperto di rinnovabili e di fotovoltaico in un recente articolo apparso su GTM Research, ha proposto di sfruttare l’energia solare per alimentare i processi di mining. Secondo Hunt, il solare oltre ad alimentare il sistema delle criptovalute diventerebbe esso stesso una risorsa aggiuntiva di profitto per gli “estrattori” con un duplice effetto: da un lato, mitigare l’impatto ambientale, in termini di emissioni inquinanti associate ai combustibili fossili del data-mining e dall’altro, assicurare una produzione elettrica a basso costo alle attività informatiche. Le compagnie di mining, sostiene Hunt, dovrebbero stipulare contratti di “Power Purchase Agreement” con gli operatori del fotovoltaico e prelevare elettricità dalla rete quando necessario. Infine, vendere l’eventuale energia generata in eccesso nelle ore centrali della giornata per ottenere guadagni aggiuntivi. In questo modo il fotovoltaico potrebbe trasformarsi in una risorsa fondamentale per incrementare la potenza di calcolo del sistema Bitcoin, riducendo al contempo l’impronta della CO2 delle singole transazioni e tagliando i costi energetici delle aziende di settore.

Chi crede e chi non crede nelle criptovalute

Ma c’è anche chi non crede nel futuro delle criptovalute. Come il numero uno di JPMorgan Chase Jamie Dimon che durante la una conferenza a New York organizzata da Cnbc e Institutional Investor, parlando di Bitcoin, ha avvertito: “La valuta è destinata a non funzionare. Non è possibile un business in cui si inventa una moneta dal nulla, pensando che chi l’acquista sia davvero intelligente”. Semplicemente, ha aggiunto “si tratta di una cosa non reale”, che “esploderà”, con il risultato che “qualcuno si farà male”. Ma c’è anche chi ha un’opinione diametralmente opposta come il vice primo ministro russo Shuvalov, responsabile del bilancio e delle politiche economiche della Federazione. “Abbiamo parlato del futuro di questo settore in Russia considerata la loro rapida evoluzione nel mondo – ha commentato in un’intervista alla Rbc –. L’idea” di usare il surplus di energia di 20 Gigawatt per il mining “esiste, così come esiste il surplus energetico in Russia”, ma prima di procedere “è necessario preparare leggi e regolamentazioni adeguate”. Per la Russia si tratterebbe non solo di un’operazione finanziaria ma forse anche di un’azione politica. Ad oggi infatti il 60% della potenza di calcolo disponibile nel mining è localizzata in Cina. Al secondo posto, secondo i dati forniti da Bitfury Group, ci sono Usa e Canada, che insieme fanno il 16%, poi Georgia (6%) ed Europa (5%).

Alessandro Sperandio