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I pro e contro del price cap europeo sul petrolio russo

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Von der Leyen: i nuovi divieti di importazione ai prodotti russi “priveranno la Russia di altri 7 miliardi di euro di entrate”, con l’obiettivo di “privare il complesso militare del Cremlino di tecnologie chiave”

“In questo pacchetto” di sanzioni alla Russia “abbiamo posto le basi legali per un price cap al petrolio” deciso dal G7 nelle settimane scorse. Lo ha annunciato ieri la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Il tetto ai prezzi “aiuterà a ridurre le entrate della Russia mantenendo stabile il mercato globale del petrolio”, ha precisato Von der Leyen, ricordando che a partire dal 5 dicembre scatterà il divieto europeo di import petrolifero marittimo. “Sappiamo anche, però, che alcuni Paesi in via di sviluppo hanno ancora bisogno di alcune forniture di petrolio russo, ma a prezzi bassi”.

Nel nuovo pacchetto di sanzioni rientrano anche il divieto ai cittadini europei di fare parte dei board delle aziende nazionali russe. Nel complesso, ha detto Von der Leyen, i nuovi divieti di importazione ai prodotti russi “priveranno la Russia di altri 7 miliardi di euro di entrate”, con l’obiettivo di “privare il complesso militare del Cremlino di tecnologie chiave”.

LE PREVISIONI DELLL’AIE SUL MERCATO DEL PETROLIO

L’Agenzia Internazionale dell’Energia, nell’ultimo report sul mercato del petrolio, ha riferito che i prossimi mesi saranno difficili per la Russia: anche se ad agosto le esportazioni sono aumentate di 220mila barili al giorno, le entrate di Mosca sono diminuite di 1,2 miliardi di dollari per effetto della discesa dei prezzi.

L’AIE prevede che la Russia avrà una riduzione del 17% annuo della produzione petrolifera a febbraio, quando saranno entrati in vigore sia l’embargo UE sul petrolio (da dicembre 2022) che quello sui prodotti petroliferi russi (da febbraio 2023). Una doppia misura che per Mosca comporterà 1,9 milioni di barili al giorno in meno, passando dai 11,4 milioni di febbraio 2022, prima dell’invasione dell’Ucraina, ai 9,5 milioni previsti nel mese di febbraio del prossimo anno.

LE RELAZIONI PETROLIFERE TRA LA RUSSIA E I PAESI ASIATICI

Europa, Stati Uniti, Giappone e Sud Corea hanno ridotto le importazioni di 2 milioni di barili al giorno, ciononostante la Russia è riuscita a reindirizzare i flussi verso Turchia, India e Cina, anche se vendendo il suo greggio ad un prezzo scontato di 30 dollari.

Inoltre, mentre circa il 90% della flotta mondiale di navi petrolifere è assicurata dall’International Group of Protection & Indemnity Clubs con sede a Londra, Cina e India hanno già accettato l’assicurazione dalla Russian National Reinsurance Company, controllata dallo Stato dopo l’uscita forzata della Russia dall’International Association of Classification Societies.

Nel frattempo, Pechino ha sollecitato ancora una volta il dialogo invece delle sanzioni, indicando le preoccupazioni per la sicurezza energetica globale. Ankara, nel frattempo, ha fatto un ulteriore passo avanti, con il presidente turco Tayyip Erdogan che ha affermato che l’Europa sta “raccogliendo ciò che ha seminato” con le sue politiche “provocatorie” nei confronti della Russia. Al contrario, Delhi si è impegnata a studiare attentamente la proposta, anche se di recente ha invocato il suo “dovere morale” di garantire l’energia a prezzi accessibili.

Diversi Paesi dell’Asia meridionale stanno già sperimentando blackout continui, sopravvalutati sui mercati globali, con le loro valute che scivolano rispetto al dollaro. Il ministro degli Esteri indiano, S. Jaishankar, ha accusato di ipocrisia i critici occidentali, sottolineando che l’UE acquista più energia russa di tutti gli altri Paesi combinati e che le sanzioni secondarie degli Stati Uniti bloccano ancora i fornitori alternativi. Facendo riferimento al silenzio dell’Europa su varie questioni in Asia, il ministro indiano ha criticato la mentalità superata secondo cui “i problemi dell’Europa sono i problemi del mondo”, ma non viceversa.

I legami economici e storici con Mosca e l’avversione reciproca verso le sanzioni unilaterali giocano certamente un ruolo significativo nell’equazione generale. Eppure, dal punto di vista di Cina e India, i loro continui acquisti di energia hanno impedito ai prezzi globali di aumentare ulteriormente la spirale, non aggiungendosi all’affollata guerra di offerte per le stesse limitate forniture di petrolio.

Ad ogni modo, dal momento che i Paesi UE rappresentano ancora il 37% dell’export russo di petrolio, quando entrerà in vigore l’embargo, la Russia dovrà trovare delle nuove destinazioni per altri 2,4 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi.

Le sanzioni occidentali sul petrolio russo, oltre che sui volumi, mirano a colpire anche i prezzi: l’obiettivo del price cap proposto dai Paesi membri del G7 è ridurre le entrate di Putin, senza però cancellare completamente il petrolio russo dal mercato globale; ciò infatti farebbe schizzare i prezzi del greggio, con inevitabili effetti negative per tutte le economie, come sta avvenendo in Europa in questi mesi con il gas.

COME DOVREBBE FUNZIONARE IL PRICE CAP SUL PETROLIO RUSSO

Il tetto al prezzo del petrolio russo dei Paesi G7 con tutta probabilità funzionerà tramite le compagnie di assicurazione e di servizi di cui si servono le petroliere per trasportare il greggio russo nel mondo. Per quanto riguarda i Paesi terzi, non è detto che decideranno tutti di aderire al price cap: Cina e India, ad esempio, non sembrano intenzionate a farlo, e il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha dichiarato che la Russia non venderà petrolio a chi aderirà al price cap.

Il tetto dovrebbe essere fissato ad un livello superiore al costo marginale russo di produzione, secondo alcune stime di mercato tra 48 e 55 dollari al barile.

Ciò renderebbe comunque conveniente l’estrazione del greggio. Il price cap, poi, dovrebbe far scendere i prezzi anche nei Paesi che non vogliono adottare la misura, ma che potranno usarla per negoziare. S&P Global ha intervistato molte società di raffinazione in Asia, rivelando che il price cap può diventare un nuovo strumento per gli acquirenti per ottenere da Mosca sconti maggiori. La Russia, quindi, potrebbe trovarsi a dover scegliere se tagliare la produzione o guadagnare meno, ed è molto probabile che finirà per fare un mix delle due cose.

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