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Petrolio, Qatar, Oman nel taccuino estero di Energia Oltre

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Alcuni dei principali dossier fra energia e geopolitica nel Taccuino estero a cura di Marco Orioles

Il mercato globale del petrolio continua ad essere segnato da una marcata volatilità a causa delle incertezze create dal Covid-19. Possiamo rendercene conto dando uno sguardo al nuovo numero del report “Geopolitica dell’energia” a cura del Cer (Centro europa ricerche).

Al 13 agosto 2020, anzitutto, la domanda globale di petrolio era stimata  a 91.900.000 b/g, in calo di 8.100.000 b/g.

IN AGOSTO LA DOMANDA GLOBALE DI PETROLIO ERA IN CALO A 91 MILIONI DI BARILI

Per effetto dell’accordo Opec Plus, che dopo i primi tagli drastici di marzo hanno consentito ai membri leggeri ritocchi delle proprie quote, l’offerta globale di petrolio è aumentata di 2.500.000 b/g a luglio, arrivando ad un totale di circa 90.000.000 b/g. Anche le scorte commerciali dell’OCSE sono incrementate di 16.200.000 barili in giugno (mese su mese), per un totale di 3.235.000.000 barili.

In questo contesto può essere interessante verificare la situazione degli Stati Uniti, analizzata in profondità nel report Cer curato da Demostenes Floros.

L’output di greggio statunitense, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuto fino a toccare il livello minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare fino al record stimato di 13.100.000 b/g toccato il 13 marzo 2020, ossia nella fase più calda della crisi del coronavirus.

AL 21 AGOSTO L’OUTPUT NEGLI USA ERA PARI A 10,800 MILA BARILI DI PETROLIO

Successivamente l’output a ripreso a crollare fino al livello di 10.500.000 b/g registrato il 12 giugno 2020. Dopo un rimbalzo momentaneo che aveva portato a recuperare circa 500.000 b/g dal 19 giugno al 3 luglio 2020, dal 7 agosto 2020 l’output è nuovamente diminuita a 10.700.000 b/g, mentre dal 21 agosto si situa a 10,800,000 b/g.

La buriana comunque non è finita perché secondo le statistiche stilate dal Drilling Productivity Report, il 17 agosto 2020 la produzione di greggio non convenzionale USA è prevista diminuire di 19.000 b/g, per complessivi 7.558.000 b a settembre 2020.

SECONDO L’ENERGY INFORMATION ADMINISTRATION, L’OUTPUT DEL GREGGIO USA CALERA’ DI QUASI 1 MILIONE DI BARILI NEL 2020

Quanto al futuro remoto, abbiamo a disposizione le statistiche fornite dall’Energy Information Administration, secondo le quali l’output di greggio USA calerà di 990.000 b/g nel 2020 per una media di 11.260.000 b/g. A luglio, la stessa agenzia aveva previsto un calo di 620.000 b/g nel 2020.

Una notizia incoraggiante e in controtendenza arriva dal numero di trivelle attive negli Usa, che segnalano come per la prima volta da gennaio 2020 le trivelle petrolifere USA sono aumentate nella settimana 14-21 agosto (+11)40.

Quest’ultimo dato tuttavia non è tuttavia sufficiente al fine di indicare una chiara inversione di tendenza per un’annata che, da questo punto di vista, è stata disastrosa.

Secondo le statistiche divulgate da Baker Hughes il 28 agosto 2020, le 254 trivelle attualmente attive negli Stati Uniti, di cui 180 (70,9%) sono petrolifere e 72 gasiere (28,3%), più 2 miste (0,8%), risultavano essere 4 in meno rispetto a quelle rilevate il 10 luglio 2020, in calo di 662 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, il minimo dal 1940, cioè da quando Baker Hughes fornisce statistiche sulle perforazioni (grafico 1).

Sempre a proposito di trivelle, il 12 agosto Rystad Energy aveva sostenuto che l’attività di perforazione negli Stati Uniti non si sarebbe ripresa nell’anno in corso visto l’andamento dei permessi di perforazione, un indicatore sempre più affidabile dei futuri livelli di attività. A luglio, quest’ultimi sono infatti scesi al minimo da 10 anni a questa parte con solo 454 assegnazioni. “Agli attuali prezzi, ciò segnala una riduzione dell’attività di trivellazione per tutto il resto del 2020. A meno che i prezzi del WTI non raggiungano i 50 $/b nel corso delle prossime settimane, è improbabile un rimbalzo dell’attività degli impianti di perforazione prima di giugno 2021”, ha affermato Artem Abramov, capo dello Shale Research di Rystad Energy.

Anche secondo David Messler, analista di Oilprice.com, ciò non avverrà perché le società impegnate nel fracking, tenuto conto dei prezzi che potrebbe verosimilmente raggiungere il barile, dovranno tenere conto della necessità di ripagare i debiti in scadenza, oltre a dovere aumentare i dividendi per gli azionisti.

A proposito di fracking, esso continua ad essere considerato il nemico comune dei produttori OPEC, i quali si rendono conto che i produttori di gas da scisto hanno costantemente approfittato dei tagli dell’OPEC plus – implementati al fine di sostenere i prezzi – per guadagnare quote di mercato.

E naturalmente il nemico n. 1 del fracking americano non può che chiamarsi Vladimir Putin, che però con esso gioca una strategia del tutto particolare. “La Russia è particolarmente sensibile a lasciare che i prezzi superino il livello che consentirebbe ai produttori di scisto statunitensi di guadagnare quote di mercato” ha per l’appunto affermato Paul Sheldon, capo consulente geopolitico di S&P Global Platts.

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IL QATAR POTREBBE PRESTO DI DIVENTARE UN “MAJOR NON-NATO ALLY”

Gli accordi di Abramo sono stati uno smacco per il Qatar, costretto ad ingoiarsi il grande successo diplomatico degli Emirati e del Bahrein, cugini del Golfo con cui c’è più di una punta di ruggine, per giunta con la benedizione del presidente degli Stati Uniti.

Ma mamma America non delude mai i suoi figli e così, proprio mentre preparava ponti d’oro ad Emirati e Bahrein per aver fatto la pace con Israele, compiva nei confronti del Qatar un passo che sarà stato molto apprezzato laggiù.

SPERIAMO DI DESIGNARE IL QATAR UN PRINCIPALE ALLEATO NON NATO, SONO STATE KLE PAROLE DEL VICE ASSISTENTE SEGRETARIO DI STATO TIMOTHY LENDERKING

“Abbiamo intenzione di andare avanti, speriamo, nel designare il Qatar un principale alleato non-Nato”, sono le parole che Timothy Lenderking, vice assistente Segretario di Stato per gli affari arabi del Golfo, ha pronunciato in una conference call due giorni dopo la firma degli accordi di Abramo.

IL QATAR DIVENTEREBBE IL 18MO MEMBRO DI QUESTO CLUB

Il Qatar potrebbe dunque presto entrare nel club esclusivo, che ad oggi conta 17 membri, di stretti partner dell’America con i relativi benefici politici e militari.

La sua candidatura era naturalmente nelle cose, considerato che il Qatar ospita la più grande base militare Usa del Medio Oriente. Ma viste le acerrime divisioni esistenti tra il campo emiratino-saudita e quello turco-qatarino, e il tentativo di entrambi di tirare per la giacca l’amico Donald Trump, non si poteva dare certo per scontata.

Ci avranno pensato in ogni caso il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo e il ministro degli esteri del Qatar Sheikh Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, vistisi a Washington all’inizio della settimana, ad appianare tutte le differenze prima che il Qatar possa fare il gran passo nel club esclusivo dei partner stretti degli Usa.

Nella regione del Golfo Persico al momento sono due i paesi che possono vantare un simile stato: il Bahrein e il Kuwait.

NEL GOLFO PERSICO CI SONO Già DUE MAJOR NON NATO ALLY: BAHREIN E KUWAIT

Entrare a far parte di questo giro è molto appetibile perché implica ottenere un accesso privilegiato alle attrezzature e alle tecnologie militari Usa e l’apertura di un certo grado di cooperazione tra le rispettive forze armate.

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LONDRA AMPLIA LA PROPRIA BASE NAVALE IN OMAN

Pattugliare l’Oceano Indiano e i mari circostanti, dove si tratta di contrastare niente meno che le attività militari della Cina, è diventata un’impresa non da poco per la Royal Navy.

Ecco perché, come ci informa l’Osservatorio Difesa Ares, Londra ha deciso di programmare un investimento di 23,8 milioni di sterline (30,5 milioni di dollari) al fine di triplicare le dimensioni della sua base logistica sita nel porto di Duqm in Oman.

Come osserva Ares, “la profonda espansione del polo logistico/operativo a Duqm faciliterà gli schieramenti della Royal Navy nell’Oceano Indiano. Inoltre, renderà sostenibile, l’addestramento del British Army che schiera frequentemente unità pesanti in Oman per esercitazioni complesse congiunte con le locali potenti forze del Sultanato”.

C’è inoltre un dettaglio importante: il porto di Duqm è dotato di un bacino di carenaggio in grado di supportare le due portaerei britanniche HMS Queen Elizabeth e HMS Prince of Wales, ciascuna delle quali vanta una stazza di oltre sessantamila tonnellate.

Dato inoltre che il porto di Duqm riveste un’importanza strategica per contrastare le attività dei pasdaran iraniani, si può scommettere che le attività nella base saranno molto intense nel prossimo futuro.