I prezzi dei carburanti tornano a salire proprio mentre il Governo deve fare i conti con i vincoli europei. Ecco perché i prossimi dieci giorni potrebbero essere decisivi per la scelta sulle accise mobili
I prezzi dei carburanti tornano a livelli d’allarme, mentre il Governo aspetta e scommette sulla tenuta del price cap e sulla discesa graduale dei listini. Le accise mobili restano – per il momento – in un cassetto insieme al tesoretto da 160-170 milioni di euro. Fondi dell’extra gettito Iva che il Governo non ha ancora deciso se spendere o tenere in cassa, consapevole che nei prossimi dieci giorni si giocherà una partita d’azzardo dove ogni singolo centesimo farà la differenza.
CARBURANTI, IL GOVERNO ASPETTA E SPERA
I prezzi dei carburanti toccano nuovamente picchi record. Ma nell’Esecutivo la parola d’ordine resta attesa, secondo il Corriere della Sera. I contatti delle ultime ore con Eni hanno fatto emergere la prospettiva che nei prossimi dieci giorni l’andamento delle quotazioni internazionali del petrolio dovrebbe assicurare una discesa graduale dei prezzi alla pompa, secondo quanto riporta la Repubblica.
Dieci giorni che il Governo spera che possano bastare per far scendere il prezzo del diesel gradualmente a quota 2,19 euro al litro, ripristinando il price cap informale celebrato poche settimane fa. Un segnale di distensione è già arrivato dal Cane a sei zampe. Infatti, Eni ha ritoccato al ribasso di 4 centesimi il prezzo consigliato per il diesel, portandolo a 2,21 euro. La speranza del governo è che le altre compagnie petrolifere seguano la scia.
ACCISE MOBILI O NO?
Se il piano A punta tutto sulla benevolenza e sui margini del mercato petrolifero, il piano B resta conservato nel cassetto sotto forma di «accisa mobile». Si tratterebbe di drenare l’extragettito Iva maturato a settembre — circa 160-170 milioni di euro — per calmierare subito i prezzi alla pompa. Eppure, la premier frena e riflette. Vale davvero la pena bruciare subito un piccolo tesoretto quando sono ancora in vigore alcune misure di contenimento, o non conviene piuttosto fare cassa, far lievitare la riserva fino a 400-500 milioni di euro e tenersi la provvista al sicuro per le tempeste di gennaio?
IL RISCHIO INFRAZIONE
La prudenza non è solo una scelta strategica, ma una necessità contabile. Infatti, se l’Italia vuole rientrare nella soglia comunitaria del 3% di deficit, i margini di manovra sono ridotti al lumicino, secondo il Foglio. Infatti, il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) stima l’indebitamento netto al 2,925%. In altre parole, l’Esecutivo ha appena 1,5 miliardi di euro per evitare di superare il limite del 2,99% e compromettere l’uscita dalla procedura d’infrazione prevista per il 2027. In un quadro così fragile, anche 170 milioni diventano un’ancora di salvezza per blindare i conti per l’esame finanziario dell’Ue.
MELONI PRESSA L’UE
Lo sguardo dell’Esecutivo è fisso al Mediterraneo e alle regole di Bruxelles. A margine del vertice con i leader dell’Europa meridionale presieduto dal premier croato Andrej Plenkovic la presidente del Consiglio è tornata a sollecitare la Commissione europea sui vincoli di spesa straordinari, secondo quanto riporta il Corriere della Sera.
Giorgia Meloni sta pressando Bruxelles affinché l’aumento non programmato delle spese di bilancio possa trovare un’adeguata valutazione nei parametri europei. Il primo rapido confronto a margine con Ursula von der Leyen ha fatto emergere interesse per una questione fondata sul buon senso, insieme però alla consapevolezza che la strada per trovare una convergenza tra Commissione e Stati membri sarà ancora lunga.

