Scenari

Quale sarà l’impatto economico della pandemia (e cosa succede negli Usa)

Oms

Le stime di Goldman Sachs e il dibattito negli Stati Uniti su come fronteggiare l’impatto economico della pandemia. Il Taccuino di Marco Orioles

La crisi del coronavirus “ha spinto l’economia mondiale in una profonda recessione”: è quanto affermano gli analisti di Goldman Sachs che in uno studio stimano che “il Pil globale registrerà un calo di circa l’1% nel 2020”. Si tratta, affermano, di un livello inferiore a quello dell’anno successivo alla crisi finanziaria globale. Con l’ampliarsi dei lockdown nei vari paesi, Goldman si aspetta che il Pil delle economie avanzate arretrerà molto bruscamente nel secondo trimestre. “Le conseguenze sul mercato del lavoro potrebbero essere drammatiche” si legge ancora “in particolar modo nei mercati più flessibili come gli Usa”. Secondo gli analisti, inoltre, l’allentamento della politica fiscale “è molto importante”. Quando inizierà la ripresa? si chiedono infine gli analisti di Goldman Sachs. “I tempi dipenderanno principalmente dai progressi nel combattere la malattia”. Se comunque i lockdown miglioreranno la situazione dei contagi in un paio di mesi, “le restrizioni fisiche all’attività economiche dovrebbero iniziare ad allentarsi verso la fine del secondo trimestre, permettendo così al Pil di iniziare a rialzarsi di nuovo nel terzo trimestre”.

Clororchina sì, no, forse

Che sia finalmente sbucato un rimedio portentoso contro il Covid-19 che ci salverà tutti dalla sicura fine?

Sebbene la risposta sia no – si tratta semplicemente di un farmaco antivirale già utilizzato contro la malaria e l’artrite reumatoide, ma che l’OMS sta comunque prendendo in considerazione, come fa di rito, anche per il virus venuto da Wuhan – per tutto il weekend l’America, capitanata da Donald Trump, ha discusso in lungo e in largo sulle virtù e i rischi della clorochina altrimenti detta idrossiclorochina.

Era stato proprio The Donald, giovedì scorso, ad annunciare alla nazione che avrebbe tolto di mezzo tutti gli impicci burocratici (“slashing all the red tape”)  per permettere alla Food And Drug Administration di approvare, sebbene con una sola autorizzazione d’emergenza, le terapie sperimentali contro il Coronavirus testate nel frattempo dalle case farmaceutiche di mezzo mondo che, sempre secondo il presidente, stavano mostrando “risultati precoci molto incoraggianti”.

È a quel punto che il capo della Casa Bianca ha pronunciato le formule magiche: si chiamano per l’appunto clorochina (o idrossiclorochina) e remdevsir, quest’ultimo già impiegato per sconfiggere il micidiale virus chiamato Ebola.

Ma non appena il tycon aveva finito di proferire tali parole, lo Zar della task force Usa anti-Coronavirus voluto proprio da Trump, ossia l’immunologo Anthony Fauci, si preoccupava di smentire in tempo reale il suo presidente sottolineando, nella medesima conferenza stampa alla Casa Bianca, che non vi era ancora alcun rimedio disponibile.

Il giorno prima, d’altra parte, lo stesso Fauci aveva rilasciato un’intervista all’ American Medical Association nella quale sosteneva che le prove dell’efficacia contro il Covid-19 dei farmaci attualmente in fase di studio sono sostanzialmente aneddotiche.

Ma la pietra tombale alla discussione l’avrebbe messa il giorno dopo la FDA con una nota che ribadiva l’assenza, al momento, di terapie per il COVID-19 passibili di rapida approvazione da parte dell’ente.

Peccato che poche ore dopo, durante la consueta conferenza stampa da Pennsylvania Avenue sull’emergenza Covid-19, andava in scena un singolare scontro tra Trump e Fauci, contraddettisi l’uno a fianco dell’altro, a favore di telecamere, sulle fantomatiche terapie. “Ho buone sensazioni sulle (terapie)”, ha affermato il presidente. “Solo una sensazione. Ma sapete, sono un uomo molto intelligente…”.

Non pago di aver umiliato il suo principale collaboratore scientifico davanti a milioni di telespettatori, Trump il giorno dopo tornava alla carica con la sua arma preferita, Twitter, scagliando in direzione dei suoi 75 milioni di follower un doppio cinguettio che salutava “clorochina” e “azitromicina” come rimedi portentosi che avrebbero “cambiato la storia della medicina”.

Lungi dall’essere stato un semplice colpo di testa da parte del magnate, quel tweet è stato semmai un riflesso della notizia più importante di quel giorno: la conclusione di uno studio condotto a Marsiglia su 24 pazienti sottoposti a trattamento con un farmaco a base di idrossiclorochina chiamato Plaquenil da cui è emerso, secondo quanto ha raccontato ai media Didier Raoult, direttore dell’Istituto ospedaliero universitario Méditerranée Infection che il 75% dei soggetti trattati con il Plaquenil “dopo sei giorni di trattamento aveva una carica virale negativa”, ovvero non aveva più il virus attivo all’interno del proprio corpo.

Non è tutto. Qualcuno deve aver anche sussurrato a Trump che quello stesso giorno il colosso della farmaceutica Mylan aveva riavviato la produzione di tavolette di solfato di idrossiclorochina nel proprio stabilmento della West Virgina con l’esplicito proposito di “andare incontro alla crescente domanda potenziale che derivasse dalla potenziale efficacia del prodotto contro il Covid-19”.

Nella nota, l’azienda annunciava poi che avrebbe cominciato a distribuire la terapia a partire da metà aprile, quando la produzione di tavolette di idrossiclorochina dovrebbe aver raggiunto quota cinquanta milioni con la conseguente possibilità di curare più di un milione e mezzo di persone affette da Coronavirus.

Mylan, infine, comunicava la propria intenzione di avviare già nelle prossime settimane la produzione all’estero di un rimedio che, come sottolinea la nota aziendale, è stato inserito dall’OMS nella lista dei farmaci da tenere sotto osservazione in vista dello sviluppo di una terapia approvata in tutte le sedi e con tutti i crismi.

È insomma questo il contesto – alquanto schizofrenico – in cui è andato in scena, nel fine settimana, una vera e propria gazzarra social tra i sostenitori di Trump e delle sue certezze sulla clorochina da un lato e, dall’altro, i detrattori del presidente e di un farmaco che avrebbe persino effetti collaterali letali:

 

Al di fuori del mondo virtuale, tuttavia, è fortunatamente ancora la parola della scienza a dettare legge. Reuters non a caso ci ha potuto informare ieri che i board delle farmacie di Texas, Ohio, Idaho e Nevada hanno provveduto ad emanare disposizioni che restringono la possibilità per i medici di curare i pazienti con la clorochina come – secondo quanto ha riferito a Reuters Erin Fox, direttore delle informazioni farmaceutiche all’Università della Salute dello Utah  – starebbero già facendo somministrandola a sé stessi o a i loro familiari, col risultato di azzerarne le scorte presenti nei magazzini delle farmacie.

 


Chi approva e chi no il Lockdown in Italia, Austria, Belgio, Austria, UK e Usa

In molti Paesi si chiudono scuole, uffici, negozi e tutte le attività non essenziali per contrastare il contagio da Covid-19.

Ma cosa ne pensa l’opinione pubblica? Sono d’accordo o no le persone sottoposte a severe restrizioni nella mobilità con le misure draconiane scelte dai rispettivi governi? O serpeggiano invece dubbi e malcontento?

L’INIZIATIVA DI “POLITICO”

Politico, che si è posto venerdì questo problema, ha pensato di cercare la risposta attingendo ai risultati di alcuni sondaggi effettuati recentemente in Paesi come Italia, Belgio, Germania, Austria, Gran Bretagna e Stati Uniti: paesi dove l’emergenza Coronavirus preme e ha indotto i vari governi a ricorrere a provvedimenti più o meno estremi.

Ebbene, i sondaggi dimostrano che le scelte degli esecutivi in esame hanno incontrato pressoché ovunque, anche se con qualche differenza, la comprensione e il consenso della maggior parte dei cittadini.

68% DEGLI ITALIANI CON CONTE

La rilevazione condotta in Italia da Ixè ha fatto ad esempio emergere che sono circa due terzi i connazionali soddisfatti del modo in cui il governo Conte sta gestendo la crisi (è precisamente il 68% a dirsi persuaso che stia “prevalendo l’unità e il senso di responsabilità”). È del parere opposto, invece, un buon quarto della popolazione (27%).

66% DEI BELGI APPROVA IL GOVERNO

I belgi che partecipando al sondaggio on line del quotidiano “La Libre” hanno espresso apprezzamento nei confronti delle misure prese dal proprio governo lo hanno fatto in misura molto simile agli italiani: sono precisamente il 66%, contro appena il 7% dei connazionali per i quali quei provvedimenti sono eccessivi (dato che va messo a confronto con il 23% del campione che la pensa all’opposto, ossia che quei provvedimenti andrebbero semmai rafforzati).

63% DEGLI AUSTRIACI APPROVA VIENNA

Sono il 63% invece gli austriaci che, in un sondaggio Gallup di una settimana fa, hanno approvato le decisioni della cancelleria. Ma già pochi giorni dopo, in occasione di un’analoga rilevazione, la percentuale dei favorevoli si accresceva di ben 25 punti arrivando ad una quota plebiscitaria (90%).

50% DEI TEDESCHI FAVOREVOLE ALLA CANCELLERIA

Hanno incontrato minor favore invece i provvedimenti del governo di Berlino: sono infatti circa il 50% i tedeschi interpellati dal quotidiano “Der Spiegel” che hanno approvato la gestione della crisi da parte dell’esecutivo Merkel, più numerosi comunque – anche se non di moltissimo – di coloro che non hanno gradito (33%). Il dato medio cela tuttavia forti differenze infra-regionali, con il tasso di approvazione che tocca in Baviera il record positivo (62%) e a Berlino quello negativo (38%).

47% DEI BRITANNICI APPROVA BORIS

Ancora inferiore (47%) è il numero di cittadini britannici che, secondo un sondaggio effettuato martedì da Ipsos Mori, approva l’operato di Boris Johnson e dei suoi ministri: un dato non molto lontano da quello relativo ai sudditi di Sua Maestà che pensa che al n. 10 di Downing Street abbiano smarrito la retta via (38%).

E 46% PER TRUMP (DI CUI SI FIDA PERO’ SOLO IL 40%)

Degna di nota è infine la convergenza che si registra, in termini di sentiment dell’opinione pubblica, tra la Gran Bretagna e i cugini anglosassoni d’oltreoceano. Il sondaggio commissionato pochi giorni fa dalla National Public Radio riflette molto bene la situazione di un Paese il cui presidente fino a non molto tempo addietro tergiversava su Coronavirus e influenza e dove i cittadini, conseguentemente, finiscono per pensare in misura di appena il 46% che il governo sta facendo abbastanza sul Covid-19.

Ma il vero dato su cui puntare l’attenzione non è tanto questo, quanto il crollo – pari a ben 15 punti percentuali – degli americani che pensano che il governo stia facendo bene rispetto a quanto era emerso da un’analoga rilevazione risalente a febbraio.

Ma per parlare di un “effetto Trump” bisogna rivolgersi all’altro item selezionato dalla NPR, quello che chiedeva agli intervistati se si fidassero “di ciò che state udendo dal presidente”, e i suoi risultati quanto mai rimarchevoli: ogni dieci americani, ce ne sono sei che hanno “poca o nessuna fiducia in ciò che sta dicendo” il presidente.

 


Due miliardi di dollari per votare negli Usa a novembre in tutta sicurezza con il Covid-19

E se l’emergenza Covid-19 negli Usa si trascinasse fino al prossimo mese di novembre, ossia quando gli elettori americani saranno chiamati a votare per la Casa Bianca, per il rinnovo di tutta la Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato, e per un nugolo di votazioni locali e referendarie?

C’è poi una seconda domanda collegata: quanto costerebbe mettere in sicurezza le operazioni di voto, trasferendole tutte on line oppure sul più canonico canale postale, evitando – anche di fronte a una grave emergenza – di cancellare o rimandare un turno elettorale  e sospendendo così di fatto la democrazia?

Ci ha pensato il Brennan Center for Justice, in uno studio appena pubblicato dal titolo “Estimated Costs of Covid-19 Election Resiliency Measures” e rilanciato dal quotidiano Politico, a fare due conti, da cui emerge che il price tag di un processo elettorale a prova di Covid-19 è pari a più di 2 miliardi di dollari.

Tanto infatti il governo federale dovrebbe investire per implementare alcuni cambiamenti necessari tra cui il voto postale universale e la completa informatizzazione delle operazioni di voto, ma anche per adottare tutti accorgimenti sanitari necessari a impedire che il residuale voto nella modalità tradizionale (seggio, cabina, scheda e urna) si trasformi per gli elettori in occasione di contagio.

La voce più importante di spesa è rappresentata dagli 1,4 miliardi necessari per mettere a punto il voto postale universale, che richiederebbe infatti – scendendo più nel dettaglio – 593 milioni di soli costi postali aggiuntivi e un investimento dedicato di 240 milioni per organizzare lo scrutinio di milioni e milioni di schede trasmesse via posta (absentee ballot).

272 milioni è invece la somma richiesta per rafforzare un sistema di voto tradizionale che sarà inesorabilmente selezionato da milioni di elettori ancora senza accesso ad internet o alla posta elettronica. Di questa cifra, 140 milioni saranno destinati all’assunzione di nuovi scrutatori e al miglioramento delle loro retribuzioni.

Ammonta a 252 milioni, infine, l’investimento che il Brennan Center for Justice ritiene necessario perché gli elettori siano debitamente informati di tali novità e possano così votare in modo consapevole.