Un nuovo indice di riferimento per il gas sarà lanciato alla Borsa di Shanghai a febbraio. Un contratto futures sul Gnl espresso in yuan
I Brics sfidano il Brent. Pechino si prepara a lanciare un nuovo indice di riferimento per il gas, in questo modo si sgancia dai mercati occidentali e fissa il prezzo in yuan. È in corso l’ascesa di benchmark alternativi, grazie anche ai dazi imposti.
LA SFIDA DELLA CINA
La Cina si appresta a lanciare la sfida nel multimiliardario mercato mondiale delle materie prime. E lo fa sul trading del gas naturale liquefatto, di cui è il principale compratore al mondo, con il lancio di indici basati su contratti futures di GNL, come riporta Reuters. Pechino si fa il suo mercato per sganciarsi dai mercati esteri per la fissazione del prezzo e il regolamento delle transazioni, creando anche la necessità per gli stranieri di negoziare sulla ShFE, lo Shanghai Futures Exchange, uno dei principali mercati futures in Asia e a livello globale, con sede a Pudong.
OBIETTIVO: SGANCIARSI DAI MERCATI ESTERI
Secondo Il Corriere della Sera, si introduce così nello scacchiere un nuovo grimaldello che potrebbe scalfire il predominio dei benchmark di prezzo stranieri: l’Henry Hub negli Usa, il Title Transfer Facility (Ttf) in Europa e il Japan-Korea Marker (JKM). Chiunque abbia una posizione in Cina dovrà basarsi sul derivato denominato in yuan e, per negoziare il contratto, costituire un’entità con sede in Cina. Pechino, in qualità di principale importatore mondiale, mira in questo modo a sganciarsi dai mercati esteri, stabilendo contratti a lungo termine, inclusi accordi massicci con la Russia, come quello per il gas siberiano da 456 miliardi di dollari in 30 anni.
UNA RIVOLUZIONE NEL SETTORE
L’iniziativa cinese di fissare i prezzi autonomamente rappresenta una sfida diretta agli indici di prezzo dominanti negli Stati Uniti e in Europa. I cambiamenti geopolitici stanno facendo il loro corso anche sui mercati energetici, verso un sistema finanziario più multipolare. Questa rivoluzione sta già accadendo per il petrolio. La sfida al Brent (il principale parametro di riferimento globale per il prezzo del petrolio) come benchmark di riferimento per il greggio è già partita. «A lanciarla in chiave anti-Usa e per scardinare il dominio del petro-dollaro sono stati i Brics, Brasile in testa, e alcuni Paesi arabi» spiega Salvatore Carollo, uno dei massimi esperti di greggio in Italia, a il Corriere della Sera.
PER IL PETROLIO IL MURBAN DEI PAESI ARABI
A sfidare lo strapotere del Brent è in particolare un indice lanciato ad Abu Dhabi, il Murban. Si tratta di un greggio di grandissima qualità, che fa parte del paniere di Dubai. Nel 2021, Abu Dhabi lanciò i futures Ifad (Ice Futures Abu Dhabi) per il Murban. A quel benchmark possono fare riferimento non solo i greggi del Golfo Persico. «Per vendere il greggio brasiliano, il venditore si può accordare con il compratore per adottare il Murban come benchmark, più uno spread a seconda della qualità del greggio: e questo avviene con i Brics» spiega Carollo. E i maggiori compratori al mondo sono due Brics, India e Cina.
LE CONSEGUENZE DEI DAZI
Come ha riportato Staffetta Quotidiana, le negoziazioni sul Murban nel 2025 hanno registrato un boom trimestre dopo trimestre, grazie anche alla Russia che per le transazioni, a causa delle sanzioni, non può usare il dollaro. «Mosca per vendere il greggio che mette sul mercato e che va oggi prevalentemente in Asia ha attivato canali alternativi di commercializzazione. Uno di questi è il Murban. E lo vende utilizzando lo yuan cinese e la rupia indiana. Questo fatto sta avendo due conseguenze: l’indebolimento del dollaro e l’attacco al Brent» continua Carollo. Se prima erano benchmark regionali, anche grazie alle sanzioni si stanno allargando. «E alcuni Paesi, in primis il Brasile, hanno cominciato a elaborare il messaggio: il trading alternativo funziona, possiamo renderlo stabile» aggiunge Carollo. Il Brent resterebbe così il benchmark dei Paesi occidentali, ma non più dell’intero mercato petrolifero.

