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GM e le batterie LMR, Chevron firma in Siria e Trump punta sul carbone contro il gelo 2026. I fatti della settimana

Kurt Kelty (GM) scommette sulle celle al manganese per il 2028 sfidando il dominio cinese e il calo degli incentivi USA. Chevron stringe un patto a Damasco per il primo offshore siriano, espandendosi nel Mediterraneo orientale. Intanto, l’amministrazione Trump rivendica il ruolo dei fossili nel superare l’emergenza freddo nazionale. I fatti della settimana di Marco Orioles

Kurt Kelty, responsabile EV di General Motors, lancia una rischiosa scommessa sulle batterie LMR al manganese per rilanciare la strategia elettrica del gruppo entro il 2028. L’obiettivo è superare le svalutazioni miliardarie e la concorrenza cinese, offrendo prestazioni superiori a costi contenuti nonostante il mutato scenario politico americano. In Medio Oriente, Chevron ha firmato un memorandum a Damasco per sviluppare il primo giacimento offshore della Siria, un passo cruciale per la ricostruzione energetica del Paese dopo 14 anni di guerra civile. Contemporaneamente, l’amministrazione Trump rivendica di aver evitato blackout nazionali durante l’ondata di gelo del 2026 grazie al ricorso forzato a carbone e gas naturale. Il segretario Chris Wright ha minimizzato il ruolo delle rinnovabili, accusate di scarsa resa durante l’emergenza, sollevando però dure critiche sui costi ambientali e finanziari. La scelta di tenere in vita vecchie centrali inquinanti potrebbe infatti costare ai cittadini circa 3 miliardi di dollari l’anno in bolletta. Alcuni operatori hanno già impugnato i provvedimenti d’emergenza in tribunale, contestando scelte ritenute politiche e non tecniche. La sfida globale tra innovazione tecnologica, geopolitica delle risorse e sicurezza delle infrastrutture energetiche rimane così apertissima.

GM PUNTA SU BATTERIE LMR: LA SCOMMESSA RISCHIOSA DI KELTY

Come riferisce il Financial Times, Kurt Kelty, che guida la divisione auto elettriche di General Motors, sta puntando tutto su una tecnologia di batterie ancora tutta da dimostrare, le LMR (lithium manganese-rich), per provare a salvare la strategia EV di GM dopo una mazzata da 7,6 miliardi di dollari in svalutazioni. Lui per primo la chiama una scommessa tosta e rischiosa. Se non funziona, dice chiaro e tondo, “allora ho fallito anch’io”. Però aggiunge: “Se non ci prendiamo qualche rischio, finiamo per fare sempre le solite auto, solo un po’ più aggiornate. Non è per questo che mi hanno chiamato”. Arrivato in GM nel 2024 dopo anni in Tesla e Panasonic, Kelty è convinto che serva proprio un colpo di reni per far decollare di nuovo le vendite elettriche negli Stati Uniti. Dopo l’euforia del 2021-2022 il mercato si è inceppato: le previsioni erano gonfiate, le vendite non sono arrivate e i grandi di Detroit si sono ritrovati a fare miliardi di svalutazioni. Kelty non si fa troppe illusioni sul breve periodo: secondo lui il vero boom delle elettriche slitta agli anni ’30. Uno dei motivi più importanti, spiega, è il cambio di scenario politico con Trump: addio al bonus da 7.500 dollari e proposta di abbassare gli standard sulle emissioni. Ma il vero nodo resta un altro: in Occidente non siamo ancora capaci di fare auto elettriche che costino davvero come quelle a benzina. In Cina nel 2025 più di un’auto nuova su due era elettrica o ibrida plug-in. Da noi si sta fermi intorno all’8%. Le batterie LMR potrebbero essere una svolta, si sostiene. Usano tanto manganese, che è abbondante, e riducono al minimo nickel e cobalto, i materiali cari e difficili da reperire. Si pongono a metà strada tra le LFP cinesi, che sono economiche ma con meno autonomia, e le high-nickel coreane, che risultano performanti ma costose e soprattutto dominano il nostro mercato. I critici storcono il naso perché le LMR hanno sempre sofferto di “voltage fade”, cioè perdono capacità velocemente con i cicli di ricarica. Kelty giura che il suo team ha risolto il problema e promette batterie con costi simili alle LFP prodotte fuori dalla Cina, ma con un 33% di prestazioni in più. Il debutto è fissato per il 2028. Intanto GM sta allargando i fornitori, guarda a celle prismatiche più compatte e Kelty è già in trattativa per vendere queste batterie anche ad altri costruttori. Lui è ottimista: “Vinciamo la corsa alle LMR e nel 2028 spacchiamo”. Però è anche realista: anche con queste batterie non sarà ancora il momento in cui le elettriche costeranno quanto le auto tradizionali. Servirà almeno un altro passo avanti importante per arrivare alla vera parità. Ford ha già annunciato che lancerà la sua LMR nel 2029.

CHEVRON IN SIRIA: ACCORDO PER IL PRIMO GIACIMENTO OFFSHORE

Mercoledì scorso Chevron ha firmato un accordo preliminare con la Syrian Petroleum Company per studiare lo sviluppo del primo giacimento offshore di petrolio e gas siriano. Lo riporta il New York Times, secondo cui la firma del contratto è avvenuta a Damasco, al palazzo presidenziale, alla presenza anche dell’inviato speciale americano per la Siria, Thomas Barrack Jr. Insieme a Chevron c’era pure la società qatariota Power International Holding. Per il governo di Ahmed al-Sharaa è un passo importantissimo: dopo 14 anni di guerra civile che hanno distrutto quasi tutto il settore energetico, Damasco sta cercando in ogni modo di rimettere in piedi la produzione di idrocarburi. Nelle scorse settimane lo Stato ha ripreso il controllo dei principali giacimenti onshore, tra cui quello di al-Omar, il più grande del paese, che erano in mano alle milizie curde. Quelle zone rappresentavano la quasi totalità della produzione petrolifera siriana e la principale fonte di entrate per le forze democratiche siriane. Come ricorda il New York Times, fino al 2011 la Siria produceva abbastanza petrolio da coprire il fabbisogno interno e da far arrivare nelle casse dello Stato circa il 25% delle entrate totali. Poi è arrivata la guerra, l’ISIS che si è preso i giacimenti, le sanzioni internazionali: oggi il Paese riesce a produrre pochissima elettricità e i blackout sono all’ordine del giorno. L’accordo con Chevron segue di poco quello firmato a novembre con ConocoPhillips e Novaterra per rilanciare i giacimenti di gas già esistenti e cercarne di nuovi. Per l’americana Chevron si tratta di un’altra mossa nel Mediterraneo orientale, dove è già presente in Israele, Egitto e Cipro e punta a diventare un fornitore importante di gas verso l’Europa. Youssef Qiblawi, numero uno della Syrian Petroleum Company, ha definito questo memorandum “l’accordo più rilevante nella storia recente del settore energetico siriano”. Intanto sui vecchi contratti pesano ancora le sanzioni: al-Omar, per esempio, era gestito in joint venture con Shell prima della guerra. Dopo la riconquista del campo, lo stesso Qiblawi ha detto che Shell ha chiesto di uscire e di lasciare la sua quota interamente in mano siriana. L’idea ora è gestirlo con personale e competenze interamente locali.

GELO 2026, TRUMP: “EMERGENZA VINTA CON IL CARBONE”

L’amministrazione Trump ha rivendicato il merito di aver evitato un blackout nazionale durante le due settimane di gelo estremo che hanno colpito gran parte degli Stati Uniti. Secondo il segretario all’Energia Chris Wright, citato dall’Associated Press, gli ordini di emergenza per tenere in funzione vecchie centrali a carbone e a gas, insieme alla sospensione temporanea di alcuni limiti sulle emissioni, hanno fatto la differenza. Senza quelle misure, ha detto, in certi momenti “le luci si sarebbero spente”. Durante il picco della crisi, il gas naturale ha coperto il 43% della produzione elettrica, il carbone il 24%, il nucleare il 15%, mentre eolico, solare e idroelettrico insieme si sono fermati al 14%. Wright ha sottolineato che il contributo delle rinnovabili è calato drasticamente (il vento ha perso il 40% rispetto alla media), definendo il solare “praticamente insignificante” in condizioni meteo così estreme. Rispetto alla crisi del 2021, quando ci furono blackout pesanti, stavolta – dicono al Dipartimento dell’Energia – non si è verificata nessuna interruzione per mancanza di capacità. Ci sono stati cioè quasi un milione di guasti, ma quasi tutti brevi, legati a ghiaccio su linee locali. Venerdì scorso erano ancora senza corrente circa 55.000 utenze. I critici però non ci stanno. Dicono che l’amministrazione minimizza il ruolo delle rinnovabili, soprattutto in Texas, dove eolico, solare e batterie hanno fornito circa il 25% dell’elettricità, aiutando a evitare i disastri del passato. Secondo l’industria delle clean energy, proprio le fonti pulite hanno fatto risparmiare miliardi ai consumatori. Al contrario, tenere in vita centrali a carbone vecchie e poco competitive costerà caro: una stima parla di almeno 3 miliardi di dollari all’anno in più sulle bollette per i prossimi anni. Alcuni operatori, come quelli della centrale Craig in Colorado, si sono già ribellati in tribunale e al Dipartimento, sostenendo che gli ordini di emergenza sono stati usati in modo improprio e che si stanno facendo pagare ai cittadini scelte politiche, non tecniche. Wright risponde secco: “Il costo di un blackout sarebbe infinitamente più alto”.

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