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L’arma del petrolio. Il piano “America First” dietro l’attacco all’Iran

La strategia del Pentagono mira a smantellare la dorsale energetica dell’Iran per mettere in ginocchio del regime. Il vero obiettivo, però, non è il nucleare ma il petrolio

L’attacco contro l’Iran è la fase del 2 del piano di Trump per imporre un nuovo ordine energetico “America First”. Nel mirino di Israele e Usa non ci sono solo le basi dei Pasdaran, ma le infrastrutture petrolifere che rappresentano il cuore pulsante e tecnologico della Repubblica Islamica. L’obiettivo è eliminare la variabile impazzita del petrolio iraniano per porre gli Usa al centro dello scacchiere mondiale dell’energia.

USA COLPISCONO PETROLIO E NUCLEARE

L’attacco si è concentrato con precisione chirurgica sui siti del programma nucleare iraniano, da anni nel mirino del Mossad e dell’intelligence americana. La vera novità di questo conflitto, però, è l’attacco sistematico alle infrastrutture energetiche. Infetti, l’offensiva ha colpito le raffinerie di Abadan e il terminal di Bandar Abbas. Così facendo, Usa e Israele hanno rescisso l’arteria che garantisce l’82% delle entrate da export di Teheran.

Privato della capacità di processare e vendere il greggio, il regime degli Ayatollah si ritrova con le casse vuote proprio mentre deve finanziare una resistenza bellica.

L’ARMA POLITICA PREFERITA DA TRUMP: IL PETROLIO

Per Donald Trump, la partita non è ideologica, ma è commerciale. Infatti, il tycoon non ha mai nascosto il suo disprezzo per l’influenza iraniana sul mercato energetico. Neutralizzare il terzo produttore di petrolio nell’OPEC (3,3 milioni di barili al giorno) permette a Washington di rimescolare le carte del settore.

L’obiettivo è mettere in ginocchio la Cina, dopo il colpo inferto con l’attacco al Venezuela. Infatti, Pechino riceveva da Teheran 1,5 milioni di barili quotidiani. Al tempo stesso, Trump vuole consolidare il dominio degli Stati Uniti come primo produttore mondiale, pronti a colmare i vuoti d’offerta con il proprio shale oil.

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