I ricercatori di Bruegel hanno sviluppato un modello che evidenzia il ruolo delle preferenze temporali degli investitori, delle loro dimensioni/patrimonio e dell’eterogeneità nelle preferenze temporali o nelle dimensioni/patrimonio tra gli investitori nella transizione verde
I ricercatori del think tank Bruegel hanno tentato di spiegare le correlazioni positive tra investimenti verdi e partecipazioni finanziarie a lungo termine, la dimensione dell’economia e la varianza del PIL. A tal fine, hanno sviluppato un modello per gli investimenti verdi che amplia un classico schema non cooperativo di fornitura privata di beni pubblici, con agenti eterogenei e scelte intertemporali.
Gli agenti differiscono, in primo luogo, per preferenza temporale e, in secondo luogo, per ricchezza/reddito. Il modello di Bruegel mostra che le obbligazioni verdi tendono a rappresentare quote maggiori nei portafogli degli investitori orientati al lungo termine, che le economie più grandi tendono a investire di più nella mitigazione dei cambiamenti climatici e che una maggiore eterogeneità tra le tipologie di agenti aumenta gli investimenti climatici.
Questo modello ha implicazioni significative per le politiche climatiche: evidenzia l’importanza degli investitori a lungo termine nella transizione energetica e l’importanza che gruppi più ampi di Paesi concordino su quadri di cooperazione, ad esempio sotto forma di club climatici, per aumentare gli investimenti complessivi nella mitigazione dei cambiamenti climatici.
GLI INVESTIMENTI NELLA PROTEZIONE DEL CLIMA
Una vasta letteratura si propone di comprendere perché i Paesi o gli agenti investono (o non investono) in misure di protezione del clima. Le stime evidenziano delle importanti conseguenze economiche derivanti dai cambiamenti climatici, con conseguenti potenziali ingenti benefici per le misure di mitigazione.
Tuttavia, gli investimenti effettivi in questo ambito restano bassi nella maggior parte del mondo. Le misure climatiche, come la tassazione del carbonio, raramente raggiungono livelli tali da riflettere il costo sociale stimato del carbonio, anche nelle stime più prudenti. Perché, dunque, Paesi e individui investono troppo poco?
IL “BUDGET DI CARBONIO”
La risposta viene spesso inquadrata come una “tragedia globale dei beni comuni”, in cui la mancanza di diritti di proprietà sul budget di carbonio rimanente – ovvero la quantità di gas serra che può ancora essere emessa rispettando determinati obiettivi di aumento della temperatura globale – porta individui e Paesi ad emettere troppo. Di conseguenza, i beni comuni si ridurranno rapidamente e i cambiamenti climatici globali accelereranno.
Sebbene vi sia un dibattito sull’adeguatezza di questo quadro concettuale nel cogliere le ragioni per cui è così difficile garantire che gli sforzi globali di mitigazione del clima siano commisurati alla sfida, la prospettiva della tragedia dei beni comuni vanta una lunga e influente tradizione nell’economia politica e in altri campi dell’economia. Traendo origine dalla formulazione fondamentale di Hardin (1968), il modello sottolinea come un comportamento individualmente razionale porti a risultati collettivamente inefficienti, quando una risorsa condivisa non è regolamentata.
EMISSIONI DI GAS SERRA E BUDGET DI CARBONIO
Nel contesto dei cambiamenti climatici, le emissioni di gas serra sono considerate un’esternalità globale derivante dall’assenza di diritti di proprietà esigibili sul pozzo di carbonio atmosferico. Un’ampia letteratura formalizza questa logica utilizzando modelli di beni pubblici e di risorse comuni, evidenziando gli incentivi a sfruttare passivamente gli sforzi di mitigazione altrui.
In questo ambito, il budget di carbonio rimanente è concettualizzato come una risorsa comune finita che viene sistematicamente sovrautilizzata in contesti non cooperativi, portando ad emissioni eccessive e a livelli di riscaldamento inefficientemente elevati. Questa impostazione è stata ampiamente adottata sia nelle analisi teoriche che in quelle applicate delle politiche climatiche internazionali, inclusi i modelli di valutazione integrata e gli studi sugli accordi sul clima.
Bruegel ha sviluppato un modello in questo spirito concettuale. In particolare, il quadro concettuale dei ricercatori si distacca dalle motivazioni basate sulle preferenze per l’azione ambientale, come le preferenze intrinseche “verdi” o morali enfatizzate nella letteratura sul “warm glow giving”, e si concentra invece sul comportamento strategico in base a preferenze standard.
Allo stesso modo, Bruegel non si è basata sull’incertezza relativa ai danni climatici, alle tecnologie di mitigazione o all’incertezza politica futura come principale fattore determinante degli investimenti verdi, come avviene comunemente nei modelli che evidenziano il rischio, l’apprendimento o il valore delle opzioni come elementi centrali delle decisioni di investimento ambientale.
I BENI PUBBLICI A CONTRIBUZIONE VOLONTARIA
Il modello di Bruegel si basa invece su un classico gioco dei beni pubblici a contribuzione volontaria, nello spirito di Bergstrom et al. (1986), in cui gli agenti contribuiscono a un bene pubblico che avvantaggia tutti i giocatori, ma comporta un costo privato. Bruegel introduce una modifica significativa, integrando questo quadro in un contesto a due periodi.
Questa estensione consente di incorporare scelte intertemporali, risparmi e decisioni di investimento in modo parsimonioso. Introducendo la preferenza temporale e l’accumulazione di capitale, il modello collega esplicitamente le decisioni finanziarie agli investimenti verdi, permettendo di studiare come diverse quote di agenti con diversi fattori di sconto influenzino la quota di risorse allocate agli investimenti verdi.
IL BENE PUBBLICO GLOBALE DELLA PROTEZIONE DEL CLIMA
In tal modo, il modello evidenzia un nuovo canale attraverso il quale l’eterogeneità nelle preferenze temporali può plasmare i contributi di equilibrio a un bene pubblico globale come la protezione del clima. Il modello di Bruegel formula tre previsioni principali: in primo luogo, gli investitori con una prospettiva a lungo termine dovrebbero avere una maggiore propensione ad investire in attività green; in secondo luogo, gli attori/Paesi più grandi dovrebbero investire di più nel verde rispetto alle loro controparti più piccole; infine, il modello prevede che, all’aumentare della differenza di dimensioni economiche oltre una certa soglia, la quota di investimenti verdi totali (e medi) dovrebbe crescere.
Alcune basi per il modello derivano da evidenze empiriche suggestive che mostrano una correlazione positiva tra le quote di investimenti a lungo termine e le quote di investimenti verdi nei dati della Banca Centrale Europea sulle partecipazioni in titoli. I ricercatori hanno dimostrato inoltre che, a livello globale, le economie più grandi tendono ad aumentare gli investimenti verdi più dei Paesi più piccoli. Infine, hanno documentato che una maggiore eterogeneità nelle dimensioni economiche tende ad essere associata a maggiori investimenti verdi.
L’IMPEGNO SULLA MITIGAZIONE CLIMATICA
Quando si parla dell’effetto delle dimensioni economiche sulle misure di protezione climatica, l’intuizione di base è semplice. Le giurisdizioni più grandi dovrebbero internalizzare una parte maggiore dei loro sforzi di mitigazione climatica e, di conseguenza, a parità di altre condizioni, dovrebbero essere più propense a investire nella protezione del clima.
Verificare formalmente questa teoria sarebbe un compito arduo, poiché molte caratteristiche specifiche di ciascun Paese determinano l’ambizione in materia di protezione climatica ed è quindi molto difficile isolare l’effetto delle dimensioni da altri fattori. Schmidt et al. hanno testato questa ipotesi con dati sul prezzo del carbonio e sulla dimensione della popolazione, non trovando alcuna prova di una relazione positiva. Tuttavia, l’assenza di una relazione positiva non significa che l’ipotesi possa essere respinta, poiché altre ragioni specifiche di ciascun Paese potrebbero influenzare in modo determinante le decisioni di investimento nella mitigazione climatica.
L’IMPATTO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SUL BENESSERE
I ricercatori di Bruegel hanno condotto un’analisi simile, concentrandosi però sulla dimensione del PIL, anziché sulla dimensione della popolazione, in quanto indicatore migliore del potenziale impatto negativo che il cambiamento climatico potrebbe avere sul benessere. Inoltre, invece del prezzo del carbonio, hanno considerato gli investimenti effettivi in energia pulita e le variazioni nella quota di energie rinnovabili nella produzione energetica (un risultato diretto degli investimenti).
I ricercatori hanno iniziato utilizzando i dati sugli investimenti energetici tratti dal rapporto “World Energy Investment 2025” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. I dati pubblicamente disponibili riguardano gli investimenti totali per gruppi di economie e la quota di tali investimenti destinata alle “energie pulite”, per le quali si disponeva di dati dal 2015 al 2024.
I ricercatori hanno confrontato i raggruppamenti regionali per i quali sono presentati i dati AIE, fornendo prove di una relazione positiva. Tuttavia, mentre il raggruppamento dei Paesi ha senso per l’Unione Europea, poiché tiene conto del fatto che l’UE definisce elementi chiave delle politiche climatiche per tutti i suoi membri, aggregare in blocchi Paesi che non condividono le stesse politiche climatiche nasconde una significativa eterogeneità che potrebbe influenzare la relazione che ci interessa.
Successivamente, i ricercatori si sono rivolti a una diversa fonte di dati per ottenere dati a livello nazionale. Utilizzando un set di dati più aggiornato e a livello nazionale, si è messa in relazione la variazione totale della quota di energie rinnovabili tra il 2013 e il 2023, in punti percentuali, con il PIL medio, sempre in PPP e logaritmi, nello stesso periodo utilizzando i dati di Ember.
La relazione è positiva ma debole: alcune grandi economie, in particolare il Regno Unito e l’Unione Europea, registrano aumenti considerevoli nella produzione di energia rinnovabile, a dimostrazione del quadro politico sempre più ambizioso dell’ultimo decennio.
IL MODELLO DI BRUEGEL
I ricercatori di Bruegel hanno sviluppato un modello semplice per razionalizzare i fatti menzionati in precedenza. Il modello evidenzia il ruolo delle preferenze temporali degli investitori, delle loro dimensioni/patrimonio e dell’eterogeneità nelle preferenze temporali o nelle dimensioni/patrimonio tra gli investitori nella transizione verde.
La caratteristica principale del modello è che tratta l’investimento verde come un bene pubblico. Il motivo per cui l’investimento verde ha le caratteristiche di un bene pubblico è che ogni euro aggiuntivo investito da ciascun agente in ambito verde contribuisce alla prevenzione di un evento climatico estremo. Attraverso l’investimento verde, le emissioni di gas serra vengono ridotte e, di conseguenza, i beni comuni globali vengono protetti. Sebbene i costi economici degli eventi meteorologici estremi siano destinati ad aumentare ulteriormente, la gravità di tale aumento dipende in modo cruciale da quanto vengono ridotte le emissioni di gas serra.
I DUE SCENARI SUI DANNI DERIVANTI DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Nel loro modello, i ricercatori di Bruegel hanno semplificato questa complessa relazione in un mondo con due stati: uno in cui i danni derivanti dai cambiamenti climatici sono relativamente limitati e uno in cui si verificano eventi estremi a causa di un ulteriore deterioramento del clima. Per semplicità, hanno presupposto che il deterioramento climatico globale influisca sul benessere di tutti gli agenti in relazione alle loro dimensioni individuali. L’investimento verde effettuato da ciascun agente ha quindi un effetto anche sull’agente stesso. L’investimento verde può pertanto essere considerato un bene pubblico fornito privatamente.
I ricercatori hanno razionalizzato le correlazioni positive tra investimenti verdi e partecipazioni finanziarie a lungo termine, la dimensione dell’economia e la varianza del PIL, sviluppando uno schema dei beni pubblici con agenti eterogenei. Gli agenti differiscono per preferenze temporali e ricchezza/reddito. Decidono tra investire in obbligazioni verdi o convenzionali, oppure in consumi.
Sebbene i rendimenti delle obbligazioni verdi siano inferiori a quelli delle obbligazioni convenzionali, finanziano un bene pubblico, che riduce la probabilità di un evento climatico estremo.
I TRE RISULTATI DEL MODELLO BRUEGEL
Il modello fornisce tre risultati principali in linea con le evidenze di base di Bruegel. In primo luogo, una maggiore pazienza è associata a quote maggiori di investimenti verdi; in secondo luogo, le economie più grandi investono di più in investimenti verdi rispetto alle economie più piccole; infine, una maggiore varianza nella dimensione delle economie porta a maggiori investimenti verdi.
I risultati dei ricercatori hanno importanti implicazioni politiche. In primo luogo, il ruolo della pazienza e degli investimenti a lungo termine è fondamentale per finanziare la transizione verde. Sebbene i responsabili politici non possano influenzare direttamente la pazienza degli investitori, possono agevolare gli investimenti a lungo termine. Diversi requisiti normativi incentivano la detenzione di titoli di Stato, mentre gli asset a lungo termine, caratterizzati da una maggiore incertezza di mercato, risultano relativamente svantaggiati.
COME RENDERE PIÙ ATTRAENTI GLI INVESTIMENTI A LUNGO TERMINE
Una revisione e una riforma degli oneri normativi che rendono meno attraenti gli investimenti a lungo termine potrebbero aumentare la quota di portafogli che detengono titoli di debito e azionari a lungo termine, favorendo così gli investimenti verdi. È inoltre opportuna una revisione degli oneri normativi per gli investitori a lungo termine che desiderano investire in asset verdi.
In secondo luogo, le dimensioni di una giurisdizione sono importanti per la sua volontà di contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici a livello globale. La creazione di coalizioni, sotto forma di “club climatici”, dovrebbe aumentare la probabilità che tali coalizioni più ampie perseguano politiche climatiche non solo per le loro maggiori dimensioni, ma anche per la crescente eterogeneità delle giurisdizioni.
Per quanto riguarda le modalità di formazione delle coalizioni climatiche, l’Unione Europea rappresenta forse l’esempio migliore di un club forte in grado di promuovere la mitigazione dei cambiamenti climatici. Nel complesso, lo studio di Bruegel sostiene che la finanza e gli investimenti verdi possono essere rafforzati attraverso un orientamento a lungo termine e la creazione di coalizioni.


