Il futuro del greggio e del gas corre sottoterra, tagliando fuori gli stretti minacciati dall’Iran. Ecco come l’asse tra Israele e Penisola Arabica punta a ridisegnare la mappa del potere globale
Il mondo dell’energia sta cercando una via d’uscita alla crisi in Medio Oriente. Israele propone un piano audace che potrebbe spostare definitivamente l’asse del potere energetico verso il Mediterraneo.
LA PROPOSTA DI Netanyahu
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è stato chiaro: la sicurezza energetica non può più dipendere dai “choke point”, quei colli di bottiglia marittimi dove basta una scintilla per far schizzare il prezzo del barile. La proposta è una sfida frontale alla geografia: costruire una rete di tubazioni che attraversi orizzontalmente la Penisola Arabica, da Est a Ovest.
L’obiettivo è prtare l’energia prodotta nel Golfo direttamente nei porti israeliani, pronti per essere spediti in Europa e nel resto dell’Occidente. Un “ponte d’acciaio” che renderebbe i pericolosi transiti attraverso lo Stretto di Hormuz (controllato dall’ombra dell’Iran) e Bab el-Mandeb (minacciato dalle instabilità yemenite) un ricordo del passato.
GLI ACCORDI DI ABRAMO
Questa visione affonda le radici negli Accordi di Abramo del 2020, che hanno normalizzato i rapporti tra Israele e diverse nazioni arabe. Quello che allora sembrava un trattato diplomatico, oggi si rivela per ciò che è sempre stato: un’architettura infrastrutturale ed energetica senza precedenti.
IL “NO” DI RIAD
Se da un lato Israele spinge sull’acceleratore, dall’altro la stampa saudita frena, dichiarando che “nulla è ancora pronto”. Il balletto diplomatico è delicatissimo: per Riad, ufficializzare un legame infrastrutturale così profondo con Tel Aviv in questo momento storico è una mossa ad alto rischio politico. Ma il pragmatismo economico preme: un corridoio sicuro verso il Mediterraneo è un asset a cui nessun gigante del petrolio vorrebbe rinunciare.
La partita è aperta. Se il progetto dovesse concretizzarsi, Israele diventerebbe il terminale energetico d’Europa, e il Medio Oriente cambierebbe volto, diventando non più un luogo di transiti obbligati e rischiosi, ma un hub logistico integrato.


