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Hormuz

Ecco perché Hormuz rischia (di nuovo) di far esplodere le bollette e i prezzi dei carburanti

La tregua tra USA e Iran è durata meno di un giorno. Con il blocco dello Stretto di Hormuz e le infrastrutture iraniane in fiamme, i mercati energetici tremano. Ecco quanto rischiamo di pagare

La riapertura dello Stretto di Hormuz è durata quanto il volo di una farfalla, ma gli effetti su bollette e prezzi dei carburanti rischiano di essere duraturi. Infatti, la violazione del cessate il fuoco da parte di Israele potrebbe infiggere un colpo ancora peggiore ai mercati energetici. Ecco perché.

L’IRAN CHIUDE HORMUZ DI NUOVO

La tregua tra Usa e Iran non ha posto fine alle ostilità in Medio Oriente. Mentre la Casa Bianca proclama una “vittoria totale”, Israele continua ad attaccare il Libano. Il Pentagono ha definito questi raid come “scaramucce separate”, non incluse nell’intesa. L’Iran, però, non la pensa allo stesso modo e ha già preso le prime contromisure. Infatti, secondo quanto riporta Agi, gli stessi Pasdaran hanno annunciato che il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz ha subito un forte rallentamento per essere poi successivamente interrotto, a seguito della “violazione del cessate il fuoco da parte di Israele in Libano”. Tra le navi bloccate, secondo il Corriere della Sera, ci sono anche l’italiana “Grande Torino”, ferma al largo di Abu Dhabi da 40 giorni e il rimorchiatore Saraceno Primo di Cafimar e Msc Euribia, con equipaggi italiani. Come se non bastasse, Teheran ha già avvertito che se gli attacchi al “fronte della resistenza” in Libano non cessano, la tregua cadrà prima ancora di iniziare.

ECCO PERCHÉ L’IRAN NON LIBERERÀ MAI HORMUZ

L’avvertimento dell’Iran suggerisce che la “finestra di pace” di 14 giorni potrebbe chiudersi in meno di 14 ore. Una vera e propria doccia fredda per i mercati, dopo i brevi festeggiamenti per la rimozione del rischio bellico. Una nuova escalation potrebbe infliggere un colpo ancora più duro ai mercati energetici proprio mentre cercavano di metabolizzare la fragilità della catena di approvvigionamento. Infatti, lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso e militarizzato. Il punto chiave dell’accordo tra Washington e Teheran era la riapertura dello Stretto, ma la realtà è che l’Iran non sembra avere alcuna intenzione di cedere il controllo sul canale. Non a caso, sta tentando di imporre un diritto di transito (in collaborazione con l’Oman), trasformando un’area di libero commercio in una zona a sovranità esclusiva. Gli stessi armatori non sembrano fidarsi della sicurezza promessa da Trump. Poco dopo l’annuncio dei Pasdaran, la petroliera Aurousa ha effettuato una virata di 180 gradi abbandonando lo Stretto. Intanto, per evitare le coste dell’Oman, sorvegliate dai Pasdaran, le navi sono ora costrette a passare tra la costa iraniana e l’isola di Larak.

L’IRAN HA PERSO GRAN PARTE DELLA SUA CAPACITA’ PRODUTTIVA

La chiusura dello Stretto di Hormuz non è l’unico elemento che rischia di far schizzare in alto i prezzi energetici. Infatti, diverse infrastrutture sono state danneggiate nel corso del conflitto. Non sono stati colpiti solo i pozzi. Gli attacchi israeliani e americani hanno devastato la colonna vertebrale industriale dell’Iran: acciaierie e impianti petrolchimici (isole di Lavan e Siri) sono in fiamme. Raid che hanno ridotto sensibilmente la capacità produttiva dell’Iran. Di conseguenza, anche l’export si ridurrà. Se si aggiunge una possibile escalation bellica si delinea uno scenario che rischia di far schizzare i prezzi di petrolio e gas oltre i massimi recenti.

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