Skip to content
cinesi

Energia: l’idrogeno sotterraneo sfida la crisi di Hormuz, mentre Trump congela l’eolico USA. I fatti della settimana

Mentre in Quebec si sperimenta l’idrogeno stimolato dal sottosuolo e l’Asia accelera sui biocarburanti per rispondere alla crisi nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti di Donald Trump frenano bruscamente sullo sviluppo dell’eolico offshore. Il contrasto globale evidenzia nuove strategie per l’autonomia energetica tra innovazioni rivoluzionarie, rischi ambientali e pesanti resistenze politiche. I fatti della settimana di Marco Orioles

In Quebec, la startup Vema Hydrogen punta a produrre idrogeno pulito a basso costo stimolando la “serpentinizzazione” delle rocce entro il 2028. Questa tecnica inietta acqua nel sottosuolo per generare il gas, promettendo energia per settori pesanti come l’acciaio e la chimica. Parallelamente, la guerra in Iran e il blocco di Hormuz spingono l’India e il Sud-est asiatico verso un uso massiccio di biocarburanti. Nuova Delhi mira al 27% di etanolo nella benzina, mentre Indonesia e Malaysia potenziano il biodiesel per ridurre la dipendenza dal greggio. Tuttavia, queste colture dedicate sollevano allarmi per l’enorme consumo idrico, la deforestazione e la competizione con la sicurezza alimentare globale. Negli USA lo scenario è opposto: Donald Trump ha ordinato lo stop ai cantieri eolici offshore, invocando motivi di sicurezza nazionale. La mossa contrasta con la corsa della Cina, leader mondiale con 48,4 GW installati, e ignora la forte crescita globale del settore. Fermare i parchi eolici americani mette a rischio 18.000 posti di lavoro e oltre 25 miliardi di dollari in investimenti già avviati. Progetti come Vineyard Wind garantirebbero risparmi miliardari sulle bollette, rendendo il blocco politico estremamente oneroso per l’economia interna. Il panorama mondiale appare così diviso tra chi insegue una sovranità green innovativa e chi decide di ancorarsi ai combustibili fossili.

IDROGENO DAL SOTTOSUOLO: LA SCOMMESSA RIVOLUZIONARIA DEL QUEBEC

Fuori da Thetford Mines, in Quebec, dove un tempo si estraeva l’amianto che ha rifornito mezzo mondo, una startup chiamata Vema Hydrogen sta perforando la roccia alla ricerca di una nuova fonte di energia pulita. Come riporta il New York Times, l’azienda ha già scavato due pozzi di prova da 300 metri e sta iniziando a iniettare acqua trattata in rocce ricche di ferro. L’obiettivo è accelerare una reazione naturale chiamata serpentinizzazione, che produce idrogeno senza emissioni. L’idrogeno, quando brucia, libera solo vapore acqueo. Potrebbe sostituire i combustibili fossili in settori difficili come l’acciaio, la chimica, l’aviazione e la navigazione. Il problema finora è sempre stato produrlo in modo economico e pulito: oggi la maggior parte viene fatta dal gas naturale con tante emissioni, mentre quello “verde” da rinnovabili è ancora troppo caro. Vema non cerca solo depositi naturali di idrogeno, ma vuole stimolarne la produzione direttamente nel sottosuolo. Pierre Levin, il CEO, è convinto: rocce simili esistono in tutto il mondo e potrebbero generare miliardi di tonnellate di idrogeno. La zona di Thetford Mines è perfetta perché ricca di ofioliti, antiche rocce oceaniche spinte in superficie 400 milioni di anni fa. Proprio quelle rocce verdi, segnate dalla serpentinizzazione, sono promettenti. L’azienda sta affinando in laboratorio la “special sauce”: temperatura, pressione, catalizzatori e tipo di acqua per ottimizzare la reazione. L’obiettivo è passare alla produzione su scala nel 2028, puntando a un costo inferiore ai combustibili fossili. Certo, le difficoltà non mancano: fughe di gas, microbi che lo mangiano, possibili terremoti o deformazioni del terreno. Trasportare e stoccare l’idrogeno è complicato, quindi l’idea è usarlo localmente, magari per produrre metanolo verde per le navi o carburanti sostenibili per aerei. Alcuni immaginano persino metano sintetico per sostituire il gas naturale. È ancora una scommessa ambiziosa, ma l’enorme potenziale, con alcune stime che parlano di secoli di fabbisogno mondiale, giustifica l’entusiasmo.

LA GUERRA IN IRAN SPINGE L’ASIA VERSO I BIOCARBURANTI

Come scrive l’Associated Press, la guerra con l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno creando grossi problemi ai prezzi dell’energia in Asia, e l’India ne sta risentendo parecchio. Il governo Modi ha reagito aumentando i prezzi di petrolio e diesel, vietando le esportazioni di zucchero fino a settembre e spingendo forte sull’etanolo. Si è già raggiunto il 20% di miscela nella benzina, in anticipo rispetto al target, e si parla di arrivare al 27% entro il 2030, o addirittura di veicoli che girino con l’85-100% di etanolo. L’obiettivo è ridurre la dipendenza dalle importazioni di greggio, di cui l’India ne importa il 90%, e abbassare le emissioni. Modi ha anche chiesto ai cittadini di usare più trasporti pubblici, car sharing e di rinunciare ai viaggi internazionali. Nel Sud-est asiatico succede qualcosa di simile: l’Indonesia vuole salire al 50% di biodiesel dal palmello, la Malesia sta testando miscele al 15-20%. L’idea è approfittare delle risorse agricole locali per guadagnare sovranità energetica. Però non mancano i problemi. Gli automobilisti lamentano minore autonomia, gli esperti avvertono che serve tempo per adattare motori, catene di fornitura e test di compatibilità. Produrre etanolo da canna da zucchero, mais e riso compete con l’alimentazione umana e animale, consuma tantissima acqua, fino a 10.000 litri per litro di etanolo, e rischia di aggravare la deforestazione, soprattutto con l’olio di palma. Molti analisti, come quelli di IEEFA e del Centre for Social and Economic Progress, sottolineano che i veri benefici climatici sono limitati se non si usano scarti e residui agricoli invece di colture dedicate. Nel lungo periodo, dicono, le auto elettriche e le rinnovabili vere resterebbero la soluzione più efficiente.

TRUMP BLOCCA L’EOLICO OFFSHORE NEGLI USA MENTRE IL MONDO CORRE AVANTI

Donald Trump sta frenando pesantemente lo sviluppo dell’energia eolica offshore negli Stati Uniti proprio nel momento in cui il settore stava per decollare. Come sottolinea l’Associated Press, nonostante il potenziale enorme di produrre energia pulita lungo le coste americane, l’amministrazione ha ordinato lo stop ai cantieri, sta riacquistando alcune concessioni federali pagando le aziende per rinunciare e sta mettendo altri ostacoli burocratici, mentre spinge forte sui combustibili fossili. Oggi negli Usa ci sono solo tre parchi eolici offshore operativi (Block Island, Coastal Virginia pilot e South Fork) e altri tre in fase finale (Vineyard Wind, Revolution Wind e il progetto Coastal Virginia). Trump ha bloccato a dicembre i cinque progetti in costruzione sulla East Coast per presunti motivi di sicurezza nazionale, ma i giudici federali hanno autorizzato la ripresa dei lavori. Il contrasto con il resto del mondo è netto. Sono 19 i Paesi che producono energia da eolico offshore: la Cina è nettamente in testa, avendo aggiunto 6,6 GW solo nel 2025 e arrivando a 48,4 GW totali. La seguono Regno Unito e Germania. Nel 2025 a livello globale sono stati installati 9,3 GW, abbastanza per alimentare 10,2 milioni di case, con una crescita del 16% rispetto all’anno precedente. La Cina dovrebbe rappresentare il 56% delle nuove capacità mondiali tra 2026 e 2030. Negli Stati Uniti il settore sostiene già 18.000 posti di lavoro e ha generato 25,5 miliardi di dollari di investimenti in porti, acciaio, navi, formazione e ricerca, coinvolgendo oltre 1.000 aziende in 40 Stati. Progetti come Coastal Virginia forniranno energia a 660.000 case, mentre Vineyard Wind farà risparmiare 1,4 miliardi di dollari sulle bollette del Massachusetts nei prossimi 20 anni. Fermare questi progetti avrebbe un impatto economico pesante: secondo le stime, cancellare un solo progetto da 1 GW nel Nord-Est costerebbe circa 10 miliardi tra posti di lavoro persi, investimenti sfumati e mancati risparmi in bolletta.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Rispettiamo la tua privacy, non ti invieremo SPAM e non passiamo la tua email a Terzi

Torna su