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L’energia nell’era dell’IA: la maxi-utility da 124 mld, il carbon capture e lo stato solido. I Fatti della settimana

Mentre NextEra acquista Dominion per ridisegnare la rete elettrica dei data center, ExxonMobil accelera sul sequestro di CO₂ tra le proteste e l’industria prepara il superamento delle batterie al litio. I fatti della settimana di Marco Orioles

I grandi equilibri del mercato energetico globale e dell’innovazione tecnologica stanno attraversando una profonda fase di ridefinizione strutturale. Il panorama attuale è dominato da una convergenza senza precedenti tra l’inarrestabile espansione dell’intelligenza artificiale, la ricerca di soluzioni di decarbonizzazione industriale su larga scala e l’urgenza di superare i limiti chimici dello stoccaggio elettrico. Questo scenario vede i colossi dell’energia impegnati in operazioni finanziarie multimiliardarie e in complessi progetti infrastrutturali che spaziano dal consolidamento delle reti elettriche statunitensi allo sviluppo di reti di confinamento dell’anidride carbonica, fino ai laboratori scientifici dove si progetta la prossima generazione di batterie destinate alla mobilità e alle reti civili.

LA SCOMMESSA DI EXXONMOBIL SUL CARBON CAPTURE

ExxonMobil, da sempre sotto accusa per la sua scarsa sensibilità alle questioni climatiche, sta investendo miliardi sul carbon capture and storage (CCS). Lo riferisce il Financial Times, secondo cui il colosso americano sta realizzando la più grande rete al mondo per catturare e stoccare CO₂: oltre 900 miglia di pipeline che collegheranno clienti industriali a formazioni rocciose profonde in Texas, Louisiana e Mississippi. Solo per questo progetto l’azienda spende centinaia di milioni di dollari all’anno tra nuovi pozzi e infrastrutture, con l’obiettivo di superare i 5 miliardi di investimento complessivo. Dominic Genetti, vicepresidente senior per il CCS, spiega che gli ingredienti ci sono tutti, soprattutto nel Golfo del Messico, ma l’azienda sta già guardando anche a Canada, Taiwan, Singapore e altre parti del mondo. È un segnale chiaro di come le grandi compagnie petrolifere tradizionali vogliano ritagliarsi un ruolo anche nella decarbonizzazione. Tuttavia, proprio in Louisiana sta crescendo una forte opposizione. Il tesoriere dello Stato John Fleming, candidato repubblicano al Senato, definisce il progetto una potenziale “discarica tossica” per il resto del Paese, criticando una tecnologia che considera sperimentale, sostenuta da sussidi pubblici e che rischia di calpestare i diritti di proprietà dei residenti. Perfino il governatore Jeff Landry ha imposto una moratoria sulle nuove autorizzazioni per i pozzi di iniezione. Le critiche ambientali sono particolarmente dure. Molti considerano il CCS un “cavallo di Troia” dell’industria petrolifera per continuare a estrarre combustibili fossili. Attualmente gran parte della CO₂ catturata viene infatti reiniettata nei giacimenti per recuperare altro petrolio. Non mancano poi le preoccupazioni per possibili fughe dalle pipeline e contaminazione delle falde acquifere. Dal lato positivo, la domanda di CCS sta crescendo grazie ai grandi data center dei colossi tech. Aziende come CF Industries stanno investendo miliardi per produrre ammoniaca a basso contenuto di carbonio destinata all’export verso Europa e Asia. Genetti parla di un “gap di educazione” e avverte che l’opposizione locale potrebbe spingere Exxon a spostare gli investimenti in altri Stati, con un danno economico per la Louisiana.

LA FUSIONE NEXTERA-DOMINION E L’ETÀ D’ORO DELL’ENERGIA SPINTA DALL’IA

Come riferisce l’Economist, NextEra Energy, già la più grande utility quotata al mondo, ha annunciato l’acquisto di Dominion Energy per un valore di 124 miliardi di dollari, che porta l’azienda combinata a circa 420 miliardi includendo il debito. Si tratta dell’ultima grande operazione in un settore che, grazie all’esplosione dell’IA, sta vivendo un vero e proprio boom di domanda. John Ketchum, CEO di NextEra, aveva parlato già lo scorso anno di una “età d’oro di domanda d’energia” e questa mossa lo conferma in modo netto. Nata nel 1925 come semplice fornitore locale in Florida, NextEra si è trasformata nel corso del secolo in leader nello sviluppo di energia eolica e solare. Negli ultimi anni, di fronte alle critiche di Trump contro i “mulini a vento”, ha ridistribuito gli sforzi puntando anche su gas naturale, nucleare e accumulo con batterie. Questo approccio flessibile e “tutto compreso” le ha permesso di attirare i grandi colossi tech affamati di energia: a ottobre ha riaperto un impianto nucleare da 615 MW in Iowa per alimentare i data center di Google, e poco dopo ha firmato contratti per 2.500 MW tra generazione e storage con Meta. La fusione con Dominion, che gestisce il più grande cluster di data center al mondo in Virginia, risponde a due esigenze strategiche. Da una parte consente di finanziare investimenti enormi: NextEra ha già aumentato la spesa di oltre il 50% dal 2021, arrivando a 25 miliardi l’anno scorso, ma Dominion era troppo indebitata per sostenere da sola lo sviluppo necessario in Virginia. La nuova realtà potrebbe destinare oltre 220 miliardi di capital expenditure tra 2027 e 2030. Dall’altra, aiuta NextEra a mantenere il giusto equilibrio tra attività regolamentate e quelle non regolamentate legate all’IA, come richiesto dalle agenzie di rating. Dopo vari tentativi falliti di fusione negli ultimi vent’anni, questa volta l’obiettivo sembra disponibile. Restano però le incognite regolatorie in Virginia e nelle Caroline. I cittadini stanno già puntando il dito contro i data center che fanno salire le bollette, e i democratici – a partire dalla governatrice Abigail Spanberger – chiedono che le big tech “paghino la loro parte”. NextEra sta giocando bene le sue carte: promette economie di scala che renderanno l’energia più accessibile, crediti in bolletta per 2,25 miliardi di dollari nei due anni successivi alla chiusura e il rilancio di progetti eolici offshore. Secondo gli analisti l’accordo dovrebbe superare gli ostacoli, anche se probabilmente non nei 18 mesi inizialmente previsti. Se la fusione andrà in porto, NextEra si posizionerà come la utility dominante dell’era dell’IA.

BATTERIE DEL FUTURO: LO STATO SOLIDO SFIDA IL LITIO

La batteria agli ioni di litio, dopo decenni di dominio assoluto su smartphone, auto elettriche e droni, sta mostrando i primi segni di stanchezza. Nonostante i continui ritocchi, si sta avvicinando al suo limite teorico: soffre il freddo, perde capacità rapidamente e, soprattutto nei dispositivi domestici, rischia ancora di incendiarsi spontaneamente. Nel frattempo la domanda non è mai stata così alta. Nel 2026 si prevede che il 30% delle auto vendute sarà elettrico, mentre le installazioni di grandi sistemi di accumulo per case e aziende potrebbero crescere di quasi il 40% entro la fine del decennio. Servono alternative credibili. Come evidenzia l’Economist, tra le più promettenti ci sono le batterie a stato solido. Al posto dell’elettrolita liquido infiammabile, catodo, anodo ed elettrolita vengono compressi in lastre solide. Questo permette di raggiungere densità energetiche fino a 500 Wh/kg, contro i circa 300 Wh/kg delle attuali batterie, con un rischio di incendio molto più basso. Il principale ostacolo finora è stata la fragilità: durante i cicli di carica e scarica la batteria si espande e si contrae, creando microfratture che rallentano il passaggio degli ioni e riducono le prestazioni. A gennaio i ricercatori degli Shenzhen Institutes of Advanced Technology hanno compiuto un passo importante: hanno realizzato un elettrolita stratificato, alternando sottilissimi strati di ceramica e polimero, orientati perpendicolarmente agli elettrodi. Il risultato è un materiale che conduce efficacemente gli ioni ma resiste molto meglio alle crepe. Rimangono altre sfide, come i dendriti, le strutture filamentose che crescono sugli elettrodi e possono provocare cortocircuiti. Uno studio del MIT pubblicato a marzo ha corretto l’idea tradizionale: questi cristalli non si formano solo per accumulo di litio, ma soprattutto per cambiamenti chimici che indeboliscono l’elettrodo. Quindi non basta renderlo più resistente meccanicamente: serve maggiore stabilità chimica. Sul fronte della velocità, i ricercatori dell’Oak Ridge National Laboratory hanno trovato un modo per accelerare il movimento degli ioni nei polimeri, ottenendo spostamenti fino a 10 miliardi di volte più rapidi. Un grande vantaggio delle batterie a stato solido è che aprono la porta al sodio, elemento mille volte più abbondante e meno costoso del litio. Con anodi di sodio metallico si potrebbero raggiungere densità energetiche vicine ai 500 Wh/kg. Alcuni gruppi stanno addirittura sperimentando batterie senza anodo preesistente: durante la carica gli ioni di sodio si depositano su un collettore di corrente, formando l’anodo al momento del bisogno. Questo permette di usare un catodo più spesso e di aumentare ulteriormente la capacità. Tutto questo progresso accelera anche la produzione. Il metodo tradizionale, che usa solventi e richiede enormi quantità di energia per l’essiccazione, crea micropori e problemi di uniformità. La nuova manifattura a secco, che pressa polveri direttamente, riduce i consumi energetici della metà e i costi di circa un quinto, migliorando al tempo stesso le prestazioni. Tesla, LG Energy Solution, CATL, Samsung e Toyota stanno investendo pesantemente: si parla di prime batterie a stato solido di serie già nel 2027 e di vetture con batterie sodio-ione entro la fine di quest’anno.

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