Dopo undici mesi di inattività, il governo riattiva l’organismo per la crisi idrica per porre fine agli scontri tra settori e territori. Intanto, miliardi di fondi restano inutilizzati
La siccità è ormai un problema strutturale, ma è ancora il protagonista dimenticato della transizione ecologica. Le temperature da record stanno facendo scoppiare guerre tra settori produttivi e territori per accaparrarsi le ultime gocce di acqua disponibili. In tutta risposta, il ministro Salvini questa mattina ha convocato d’urgenza una nuova seduta della Cabina di regia nazionale per la crisi idrica per il 9 luglio, 11 mesi dopo l’ultima riunione.
TORNA LA CABINA DI REGIA (FANTASMA) PER LA CRISI IDRICA
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha convocato d’emergenza una nuova seduta della Cabina di regia nazionale per la crisi idrica. Una mossa inattesa, dopo che per quasi anno si erano perdute le tracce dell’organo governativo nato tre anni fa per contrastare la siccità. Infatti, l’ultima riunione della Cabina di regia risale all’8 agosto 2025.
Una decisione che arriva nelle stesse ore in cui Alberto Stefani, governatore del Veneto e fedelissimo del leader della Lega, ha dichiarato lo stato di emergenza regionale per siccità e ha chiesto di aumentare i deflussi d’acqua dai bacini di Emilia-Romagna, Lombardia e dalle province autonome di Trento e Bolzano per salvare le proprie campagne.
SCOPPIANO LE GUERRE DELL’ACQUA
L’allarme di Stefani è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Infatti, l’assenza di una regia nazionale realmente operativa ha fatto scoppiare negli ultimi mesi diverse “guerre dell’acqua” tra territori e settori produttivi. Nei giorni scorsi si è acceso un duro scontro nel Nord Italia tra la Lomellina (Pavia) e il Vercellese per i prelievi dal fiume Sesia. Un confronto che ha opposto la necessità di produrre energia idroelettrica e il bisogno d’acqua per le coltivazioni del distretto risicolo più importante d’Europa.
Ad aprile, invece, è esplosa la tensione sul Lago Maggiore. Per garantire le riserve d’acqua al bacino padano, è stato deciso di innalzare il livello massimo del lago a 1,40 metri. Una scelta che ha fatto insorgere i sindaci della costa e gli operatori turistici, terrorizzati dall’idea di vedere spiagge e strutture allagate all’inizio della stagione.
IL “GIALLO” DEI 6 MILIARDI
Il paradosso è che l’Italia avrebbe un tesoro da spendere, secondo il Fatto Quotidiano. Si parla infatti di ben 6 miliardi di euro di investimenti complessivi. Il “Pacchetto Acqua” del PNRR assicura 4,3 miliardi. I restanti fondi dovrebbero arrivare dal Piano nazionale complementare (Pnc) e dalla revisione della spesa pubblica. Infine, secondo il Fatto Quotidiano, il ministro Salvini spera di recuperare altri 500 milioni di euro dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
Ma perché questi fondi sono ancora nei cassetti dei ministeri? La risposta è nel labirinto della burocrazia italiana. A dirlo è la Corte dei conti, che ha messo nel mirino lo strumento principale scelto per mettere a terra gli investimenti in opere idriche: il Pniissi. Il piano strategico prevede complessivamente 12 miliardi di euro per 418 grandi opere come invasi e acquedotti. Tuttavia, l’organo di controllo ha denunciato “ritardi nelle tempistiche di attuazione” e una vera e propria “stasi” su molti interventi chiave.
QUANTO CI COSTA LA CRISI IDRICA
L’Italia detiene il primato in Europa per dispersione idrica. Ogni anno, infatti, 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua (il 42,4% dell’acqua immessa nelle reti) svaniscono nel nulla a causa di tubature vecchie, corrose e piene di guasti. Come se non bastasse, solo il 4% delle acque reflue depurate viene riutilizzato. A complicare il quadro si aggiunge il fatto che la maggiore riserva strategica – le falde acquifere – è inquinata da fertilizzanti agricoli, PFAS e criminalità organizzata. Per non parlare del fatto che burocrazia impedisce di ripulire le dighe esistenti, poiché i sedimenti sul fondo sono considerati per legge “rifiuti speciali”, quindi intoccabili.
Tirando le somme, se non spendiamo oggi per le infrastrutture, continueremo a pagare una tassa multimiliardaria. Secondo i dati ufficiali Ispra, i cittadini italiani spendono ogni anno 3,5 miliardi di euro per riparare i danni di alluvioni e frane, mentre la sola siccità ci è costata 4 miliardi all’anno negli ultimi quattro anni.
L’ALLARME DELL’ANBI: SEGUIAMO L’ESEMPIO DELLA SPAGNA
Alla luce di questi dati, l’associazione che unisce i consorzi di bonifica chiede al Governo di accelerare sulle infrastrutture. “Con il PNRR qualche passo è stato fatto, ma i ritmi dei cambiamenti climatici impongono un cambio di passo e di paradigma. Ad oggi l’Italia raccoglie appena l’11% dell’acqua piovana attraverso le dighe. Dobbiamo arrivare al 40%, come ha fatto la Spagna!”, sottolinea Massimo Gargano, direttore generale dell’ANBI, nell’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano.
L’associazione ha già presentato 266 progetti pronti all’uso per un valore di 7,3 miliardi di euro. L’obiettivo è costruire 74 invasi (di cui 48 completamente nuovi) per raccogliere un miliardo di metri cubi d’acqua in più.

