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Raffinerie, l’industria che tutti danno per morta ma che salverà l’Europa (e i nostri portafogli)

La transizione ecologica può avere successo solo se ancorata a una solida base produttiva interna, trasformando le infrastrutture esistenti invece di lasciarle morire. È quanto emerge dal nuovo Manifesto di FuelsEurope

La raffinazione europea non è un retaggio del passato, ma un pilastro insostituibile per la sicurezza energetica, la difesa e la resilienza industriale del continente. In un contesto segnato da forti incertezze geopolitiche, l’industria dei combustibili lancia un monito a Bruxelles: la transizione ecologica può avere successo solo se ancorata a una solida base produttiva interna, trasformando le infrastrutture esistenti invece di lasciarle morire. È quanto emerge dal nuovo Manifesto di FuelsEurope, intitolato “Un asset industriale strategico che l’Europa non può permettersi di perdere”, redatto con il contributo tecnico di Unem.

Il documento evidenzia come i combustibili liquidi e gassosi, pur in uno scenario di decarbonizzazione accelerata, continueranno a coprire fino al 55% della domanda energetica globale nel 2050, rendendo la conservazione e la riconversione delle raffinerie una questione di pragmatismo economico e sovranità nazionale.

L’INTEGRAZIONE NELLA CATENA DEL VALORE EUROPEA

Il sistema della raffinazione e della produzione di combustibili rappresenta oggi il cuore pulsante dell’ecosistema industriale dell’Unione Europea. Secondo i dati contenuti nel Manifesto, il settore contribuisce per l’1,8% al PIL dell’UE, sostenendo direttamente e indirettamente circa 76.000 posti di lavoro stabili e qualificati, con un gettito fiscale complessivo che tocca i 228 miliardi di euro. L’integrazione con gli altri comparti è totale: circa la metà delle materie prime dell’industria chimica deriva dai prodotti della raffinazione, che copre inoltre il 100% dei fabbisogni nei settori delle costruzioni, dell’agricoltura e del comparto militare.

Come sottolineato nel testo, non si tratta solo di energia per il trasporto, ma di una fornitura essenziale di cere, lubrificanti, solventi e bitumi, senza i quali interi rami della manifattura si fermerebbero. La produzione domestica di biocarburanti ha già iniziato a diversificare il mix energetico, ma il potenziale per ridurre la dipendenza dalle importazioni di greggio e prodotti raffinati resta ancora in gran parte da sfruttare.

COMPETITIVITÀ E RISCHI STRATEGICI DEL DECLINO

Il settore opera oggi in un mercato globale ferocemente competitivo, dove le raffinerie europee devono affrontare pressioni strutturali crescenti. I costi energetici sono più elevati e volatili rispetto ad altre regioni, mentre il prezzo della CO2 nell’ambito del sistema ETS europeo erode i margini operativi, mettendo a rischio la redditività degli investimenti a lungo termine. Dal 2009 ad oggi, ben 35 raffinerie hanno chiuso definitivamente i battenti, rappresentando una perdita del 20% della capacità totale di raffinazione.

“Non riconoscere il carattere strategico di questo settore comporterebbe conseguenze sistemiche”, si legge nel documento, avvertendo che ogni chiusura è irreversibile. La perdita di queste piattaforme industriali non solo aumenterebbe la vulnerabilità dell’Europa agli shock dei prezzi esterni, come dimostrato dalla recente crisi di Hormuz, ma comporterebbe una deindustrializzazione forzata dei territori.

IL DIVARIO TRA AMBIZIONI E INVESTIMENTI REALI

Per raggiungere gli obiettivi climatici entro il 2030, il mondo avrebbe bisogno di circa 100 miliardi di dollari all’anno di investimenti in energie rinnovabili e combustibili a basse emissioni. Tuttavia, la realtà dei flussi finanziari è ben diversa, fermandosi a una quota di circa 25 miliardi. In Europa, la forbice tra l’ambizione politica e la capacità di spesa è evidente: servirebbero tra i 3,8 e i 7,5 miliardi di euro all’anno per gli impianti industriali e fino a 1,2 miliardi per le materie prime.

Gli investimenti sono frenati da una scarsa prevedibilità dei ricavi e da quadri normativi frammentati, che spingono i capitali verso regioni del mondo con rendimenti più certi. FuelsEurope e Unem avvertono che, senza un supporto finanziario adeguato e una mitigazione del rischio, la capacità industriale associata alla transizione si sposterà altrove, indebolendo l’autonomia strategica dell’Unione.

CONVERSIONE DEGLI ASSET: UN IMPERATIVO ECONOMICO

La trasformazione delle raffinerie esistenti in bioraffinerie viene indicata come il percorso più razionale ed efficiente. I modelli industriali mostrano che riconvertire un sito esistente riduce le spese in conto capitale del 30-50% rispetto alla costruzione di impianti “greenfield” da zero. Le infrastrutture attuali sono le uniche piattaforme in grado di scalare rapidamente la produzione di carburanti sostenibili, garantendo costi inferiori per unità di emissioni abbattute.
Uno studio di S&P Global stima che entro il 2050 l’UE avrà bisogno di un numero compreso tra 22 e 48 bioraffinerie. Utilizzare i siti esistenti permette di evitare la creazione di “asset irrecuperabili” e di mantenere viva una filiera di competenze tecnologiche d’avanguardia. In questa fase di transizione, i combustibili convenzionali restano comunque necessari per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento, specialmente per settori come l’aviazione e la marina che non dispongono di alternative elettriche immediate.

LA TRANSIZIONE NELLA PRATICA E IL RUOLO DELL’ITALIA

L’industria è già entrata in una fase di trasformazione attiva attraverso il co-processing di materie prime sostenibili e lo sviluppo di carburanti sintetici (RFNBO). Gianni Murano, Presidente di Unem, ha ribadito con forza la necessità di un approccio pragmatico: “La transizione energetica si farà solo se l’Europa saprà mantenere e trasformare la propria base industriale. La raffinazione è parte della soluzione”. Murano ha evidenziato come l’Italia sia in prima linea in questo processo, disponendo di infrastrutture avanzate e progetti già avviati nel campo delle bioraffinerie.

Valorizzare questi asset nazionali è cruciale per evitare che la decarbonizzazione si traduca in una pericolosa dipendenza dai mercati esteri. Per supportare questo sforzo, il Manifesto chiede la revisione di diversi dossier normativi, tra cui la Direttiva sulle Emissioni Industriali (IED), il regolamento REACH e il meccanismo CBAM, affinché non diventino ostacoli burocratici ma strumenti di crescita. “Servono regole stabili e un approccio che consenta alle imprese di continuare a investire”, ha concluso Murano, indicando nella neutralità tecnologica la bussola per una transizione industrialmente sostenibile.

Il-Manifesto-2.0-della-raffinazione-europea

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