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Ex Ilva, dopo stop area a caldo Urso convoca imprese e sindaci per exit strategy e bando

Dal 2012 lo Stato ha già versato 5 miliardi di euro per il polo siderurgico, mentre la dismissione ne costerebbe 3,5.

Il futuro dell’ex Ilva di Taranto è a un punto di rottura che appare ormai irreversibile. Una combinazione di sentenze giudiziarie, tensioni sociali e insostenibilità finanziaria sta spingendo il Governo verso una radicale riscrittura dei piani per il più grande polo siderurgico d’Italia. Dopo l’ordine della Corte d’Appello di Milano di sospendere l’attività dell’area a caldo entro 90 giorni, motivata dalla persistente presenza di amianto e polveri sottili, le sigle sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato otto ore di sciopero per lunedì 3 agosto, mentre il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato una serie di tavoli tecnici per il 4 e 5 agosto. Per questo l’esecutivo starebbe preparando un “Piano B” che prevede la vendita della sola area a freddo, segnando di fatto la fine della produzione di acciaio a ciclo integrato in Italia.

LA SENTENZA DI MILANO E LO STOP ALLA PRODUZIONE

La decisione della Corte d’Appello di Milano agisce come un macigno su una situazione già compromessa. I giudici hanno centrato il provvedimento sulla presenza di oltre 2.000 chili di amianto ancora inglobati negli impianti, che avrebbero dovuto essere rimossi entro l’agosto del 2026. La Corte ha stabilito che il semplice rispetto dei limiti di emissione previsti dalla legge non è sufficiente a garantire la salute dei cittadini, citando l’incremento dei casi di mortalità e ospedalizzazione nelle aree limitrofe allo stabilimento. Questo decreto impone la fermata dell’area a caldo, ovvero il cuore della produzione, disapplicando le prescrizioni ambientali ritenute inadeguate. Il provvedimento segue di poche settimane il rigetto da parte della Cassazione del ricorso per il dissequestro dell’altoforno 1, fermo dal maggio 2025 dopo un incendio.

LA MOBILITAZIONE SINDACALE E L’EMERGENZA OCCUPAZIONALE

I sindacati hanno reagito con estrema fermezza, definendo la situazione una questione di “sicurezza nazionale” che coinvolge 20.000 lavoratori tra diretti e indotto. Lo sciopero di otto ore del 3 agosto interesserà tutti gli stabilimenti del gruppo, con presidi particolarmente caldi a Taranto dalle 9 alle 16. Le organizzazioni dei lavoratori chiedono garanzie certe su un piano industriale che non sacrifichi l’occupazione in nome di una transizione ecologica finora rimasta solo sulla carta.

La preoccupazione è rivolta anche al tessuto commerciale locale, che da decenni risente dell’instabilità della fabbrica. “Occorre traguardare questo momento critico con buon senso e lungimiranza”, sottolineano i vertici di Confindustria Taranto, evidenziando il rischio di un effetto domino irreversibile sull’economia del territorio.

IL PIANO B DEL GOVERNO E L’EXIT STRATEGY

Il ministro Adolfo Urso ha accelerato le consultazioni convocando per martedì 4 agosto un tavolo tecnico interministeriale con i sindacati, Invitalia e i commissari straordinari. Il giorno seguente, il 5 agosto, sarà la volta di Confindustria, Federacciai e Federmeccanica. L’obiettivo è gestire una transizione che appare inevitabile.

Come concordato con le istituzioni locali pugliesi nel corso dell’incontro svoltosi nella giornata di ieri, Urso ha convocato sempre per mercoledì 5 agosto, alle ore 10.00, il Tavolo Taranto con l’obiettivo di esaminare i progetti industriali presentati dai soggetti che hanno manifestato interesse a realizzare nuovi investimenti sul territorio.

Alla riunione parteciperanno i rappresentanti della Presidenza del Consiglio, del Ministero dell’Economia e delle Finanze, del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, del Ministero per gli Affari europei, il PNRR e le Politiche di Coesione, della Regione Puglia, della Provincia di Taranto e dei Comuni di Taranto e Statte, nonché i rappresentanti di Invitalia, Cassa Depositi e Prestiti, dell’Autorità Portuale di Taranto, dell’Agenzia del Demanio, dell’Area Sviluppo Industriale di Taranto, delle principali associazioni datoriali e di categoria come Confindustria Taranto, Casartigiani Taranto, CNA Brindisi-Taranto, Confartigianato Taranto, Confapi Taranto e Confagricoltura Taranto, unitamente alle imprese che hanno presentato progetti di investimento nella provincia di Taranto e nelle aree limitrofe. Alla riunione saranno presenti anche i commissari straordinari di ADI e di Ilva in AS.

Il ministro ha invece convocato per giovedì 6 agosto, alle ore 10.00, un incontro con le associazioni che rappresentano le imprese dell’indotto dello stabilimento ex Ilva di Taranto, finalizzato ad approfondire le prospettive produttive e industriali del sito e le conseguenze sul sistema produttivo locale.

Secondo indiscrezioni riportate da Milano Finanza, a settembre il Governo potrebbe riscrivere il bando di gara per la vendita, scorporando l’area a freddo — dove l’acciaio viene lavorato — dall’area a caldo. Questo permetterebbe di mantenere operativa una parte del sito acquistando l’acciaio grezzo dall’estero. Per far ripartire la produzione interna servirebbero nuovi forni elettrici, un investimento che richiederebbe almeno tre anni per entrare a regime. Tra i potenziali acquirenti restano in pole position i gruppi stranieri Jindal e Baku Steel, ma non si esclude l’intervento di una cordata italiana composta da nomi storici come Arvedi o Marcegaglia.

IL BUCO NERO DEI CONTI PUBBLICI

Il sostegno dello Stato all’ex Ilva rappresenta un onere pesantissimo per i contribuenti. Dal 2012 a oggi, tra prestiti ponte, aumenti di capitale e ammortizzatori sociali, sono stati spesi circa 5 miliardi di euro, secondo una ricostruzione de La Stampa. Solo negli ultimi mesi sono stati stanziati fondi per centinaia di milioni di euro per garantire la continuità produttiva, inclusi 390 milioni autorizzati dalla Commissione UE come prestito di salvataggio. Valutare la chiusura totale dello stabilimento comporterebbe costi ancora più elevati: le stime per la dismissione, le bonifiche e la messa in sicurezza superano i 3,5 miliardi di euro. Questa cifra evidenzia come la fermata definitiva non sia una soluzione a costo zero, ma un ulteriore aggravio per la finanza pubblica.

AMBIENTE E LAVORO: UNA CONTRAPPOSIZIONE SENZA VINCITORI

La vicenda ex Ilva continua a essere il simbolo del conflitto irrisolto tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Taranto è stata dichiarata area ad elevato rischio di crisi ambientale già nel 1990, e da allora la contrapposizione tra queste due necessità primarie ha prodotto soltanto sconfitti. La nota del Flacks Group sottolinea che “il futuro di Taranto non può più essere costruito sul modello industriale del passato” e che è necessaria una svolta tecnologica per coniugare produzione e tutela ambientale. Il Governo è ora chiamato a una scelta di estrema complessità: trovare un acquirente capace di investire in tecnologie pulite o gestire lo smantellamento di quello che un tempo era il simbolo della potenza industriale italiana, oggi ridotto a una “cattedrale di ferro e fumo”.

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