Dalla governance delle FER alle gare per la distribuzione elettrica e del gas: il piano dell’AGCM per accelerare la transizione e centrare gli obiettivi 2030.
L’Italia deve installare circa 10 GW di nuova capacità rinnovabile ogni anno da qui al 2030 per rispettare gli impegni europei, ma il sistema è frenato da colli di bottiglia burocratici, una governance multilivello inefficiente e regimi concessori che limitano la competizione. È quanto sostiene l’Antitrust che ha presentato lo scorso il 29 luglio, una corposa segnalazione a Governo e Parlamento (AS2187) contenente le proposte di riforma per la Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2026. Segnalazione che ha come obiettivo quello di intervenire sulle concessioni idroelettriche, assicurare gare trasparenti nella distribuzione elettrica e del gas e armonizzare le norme italiane sul controllo delle concentrazioni ai parametri europei.
LA CORSA CONTRO IL TEMPO PER LE ENERGIE RINNOVABILI
Il cuore della transizione energetica italiana risiede nella capacità di colmare un gap produttivo significativo. Al 2025, la potenza installata da fonti rinnovabili (FER) è di circa 83,5 GW; per raggiungere il target di 131 GW fissato dal PNIEC entro il 2030, mancano all’appello 47,5 GW. Questo significa che nei prossimi cinque anni il ritmo delle installazioni dovrà raddoppiare rispetto ai tassi storici.
L’Antitrust evidenzia nel bollettino settimanale diffuso ieri, che l’espansione delle FER è una priorità di sicurezza nazionale, necessaria per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati e proteggere l’economia dalla volatilità dei mercati internazionali. Tuttavia, per attirare gli investimenti necessari, serve un mercato aperto e contendibile, privo di barriere amministrative che rallentano l’entrata in esercizio dei nuovi impianti.
GOVERNANCE E PRINCIPIO DI INTERESSE PUBBLICO PREVALENTE
Uno degli ostacoli principali è la frammentazione decisionale tra Stato e Regioni. Nonostante l’introduzione del Testo Unico FER (TUFER), persistono duplicazioni istruttorie e conflitti di competenza. L’Antitrust propone di rafforzare il coordinamento normativo, introducendo meccanismi di intervento automatico o poteri sostitutivi dello Stato in caso di inerzia delle amministrazioni locali nel raggiungere i target regionali. Un punto critico riguarda il “principio dell’interesse pubblico prevalente”, derivante dalle direttive UE come la RED III.
Secondo l’Autorità, l’Italia lo ha recepito in modo troppo blando: l’amministrazione che nega un’autorizzazione dovrebbe avere l’onere di dimostrare, con motivazione rafforzata, che il progetto arreca un danno ambientale grave e irreparabile non mitigabile. Per incentivare i territori, si suggeriscono inoltre premialità economiche per le comunità locali più virtuose, così da superare la sindrome Nimby.
DISTRIBUZIONE ELETTRICA: STOP ALLE PROROGHE AUTOMATICHE
Sul fronte della distribuzione elettrica, l’Authority critica invece la tendenza a prolungare le concessioni esistenti attraverso “piani straordinari di investimento”, come previsto dalla Legge di Bilancio 2025. L’Autorità ribadisce che solo procedure competitive trasparenti possono garantire l’innovazione necessaria a gestire reti sempre più complesse, caratterizzate da generazione distribuita e sistemi di accumulo (BESS).
Se la proroga è inevitabile per investimenti urgenti, deve essere limitata al tempo strettamente necessario, con l’obbligo per il subentrante di rimborsare gli investimenti non ammortizzati. Viene inoltre auspicata una netta separazione (unbundling) tra i gestori delle reti (DSO) e i venditori di energia, per garantire che il distributore sia un soggetto terzo e neutrale rispetto ai concorrenti sul mercato.
RETI GAS E SFIDA DELLA RICONVERSIONE GREEN
Anche la distribuzione del gas naturale necessita di un cambio. Il sistema delle gare d’ambito (ATEM) è in ritardo e i criteri attuali premiano ancora troppo l’estensione della rete piuttosto che la sua modernizzazione. Per questo l’Antitrust chiede nella segnalazione di aggiornare i bandi di gara privilegiando i progetti che favoriscano la riconversione delle infrastrutture verso il trasporto di biometano e idrogeno.
Al contempo, mette in guardia contro l’accorpamento eccessivo degli ambiti di gara: aree troppo vaste potrebbero escludere i piccoli operatori, riducendo la pressione competitiva. L’obiettivo deve essere un modello di rete capace di fungere anche da storage energetico, integrandosi con il sistema elettrico in un’ottica di flessibilità complessiva.
GRANDI DERIVAZIONI IDROELETTRICHE E TRASPARENZA DATI
Il settore idroelettrico è definito dall’Antitrust un asset strategico per la flessibilità della rete, ma la sua gestione è bloccata da una fase di stallo nelle assegnazioni regionali. Molte concessioni sono scadute e rimangono in mano agli storici gestori (incumbent). L’Autorità propone scadenze perentorie per le leggi regionali e per l’avvio delle gare, con sanzioni per le Regioni inerti.
Un punto fondamentale riguarda l’accesso ai dati tecnici: i nuovi concorrenti devono poter consultare tutta la documentazione sugli impianti a parità di condizioni con il gestore uscente. Chi omette o fornisce informazioni inesatte deve essere sanzionato pesantemente, fino alla revoca della concessione. “Le gare devono essere lo strumento ordinario per garantire investimenti sulla sicurezza e l’efficienza delle dighe”, si legge nella segnalazione.
RIFORMA DELLE CONCENTRAZIONI E OBBLIGO DI STAND STILL
Oltre all’energia, l’Authority chiede di allineare la normativa antitrust italiana a quella europea sul controllo delle fusioni e acquisizioni. Attualmente, in Italia, le imprese possono tecnicamente perfezionare un’operazione prima del via libera definitivo dell’Autorità, a meno di un ordine specifico di sospensione. L’Antitrust propone l’introduzione dell’obbligo di “stand still”: le concentrazioni non possono essere realizzate finché non arriva l’approvazione finale.
Questo eviterebbe situazioni in cui è impossibile ripristinare la concorrenza una volta che le aziende si sono già integrate. Per chi viola questo divieto, si prevedono sanzioni fino al 10% del fatturato, eliminando il minimo edittale dell’1% per permettere una maggiore flessibilità nelle punizioni per le violazioni minori.
MODERNIZZAZIONE DELLE INTESE E AUTOCERTIFICAZIONE
Infine, l’Autorità suggerisce di abrogare le norme desuete che prevedono l’autorizzazione preventiva per le intese restrittive (gli articoli 4 e 13 della legge 287/90). Seguendo il modello di “eccezione legale” introdotto dall’Unione Europea ormai vent’anni fa, la responsabilità della valutazione deve ricadere sulle imprese (autovalutazione). L’Antitrust interverrà solo ex post per sanzionare eventuali abusi.
Questo passaggio verso l’autocertificazione della conformità alle regole di concorrenza mira a snellire le procedure amministrative e a responsabilizzare gli attori economici, eliminando carichi burocratici che non trovano più riscontro nella prassi internazionale ed europea.

