Il Bollettino economico evidenzia come l’aumento dei tassi e del debito strutturale impediscano nuovi maxi-sostegni. Le misure attuali pesano solo per lo 0,1% del PIL e puntano a interventi mirati per famiglie e imprese.
L’area euro si trova ad affrontare un nuovo shock energetico globale che, pur richiamando la crisi del 2022, presenta dinamiche profondamente diverse e condizioni di partenza molto più fragili per le finanze pubbliche. Se nel 2022 i governi potevano contare su risparmi precauzionali elevati e una forte ripresa della crescita, oggi l’aumento dei costi di finanziamento e la spesa per la difesa limitano la possibilità di adottare nuove e massicce misure compensative senza minacciare la sostenibilità del debito. È quanto emerge da una valutazione pubblicata nel Bollettino economico della BCE dagli economisti Othman Bouabdallah, Cristina Checherita-Westphal e Philip Muggenthaler-Gerathewohl secondo cui l’attuale margine di manovra fiscale si è drasticamente ridotto rispetto al periodo post-pandemico.
UN MARGINE DI MANOVRA RIDOTTO RISPETTO AL PASSATO
Sebbene le posizioni fiscali aggregate dell’area euro sembrassero simili all’inizio degli shock del 2022 e del 2026, con deficit previsti intorno al 3,2-3,3%, la realtà sottostante è mutata. Nel 2022, la crescita era sostenuta dalla domanda repressa post-COVID e dalle politiche di sostegno al reddito, che avevano ampliato le basi imponibili. Nel 2026, invece, il disavanzo strutturale si attesta al 3,3%, contro il 2,6% del 2022.
Mentre quattro anni fa il ritiro dei sostegni pandemici creava spazio per rispondere alla crisi energetica, oggi la politica fiscale era già orientata all’allentamento prima ancora dello scoppio della guerra in Medio Oriente. Questo fenomeno è dovuto principalmente agli ingenti piani di spesa per infrastrutture e difesa avviati dalla Germania e da altri paesi membri della NATO, sottolineano gli esperti della Bce.
IL PESO DEL DEBITO E L’IMPENNATA DEI TASSI DI INTERESSE
Un altro fattore critico riguarda le prospettive del debito pubblico. Nonostante il rapporto debito/PIL aggregato sia rimasto vicino all’89% in entrambi i periodi, il costo del rifinanziamento è cambiato radicalmente. Nel 2022, i tassi di interesse erano ai minimi storici, permettendo differenziali tasso-crescita negativi che favorivano la stabilità.
Nel 2026, con tassi e premi a termine decisamente più alti, questo “cuscinetto fiscale” è ormai esaurito. Le proiezioni a lungo termine basate su uno scenario di “nessun cambiamento di politica fiscale” dopo il 2028 indicano oggi traiettorie molto più rischiose per la sostenibilità dei conti pubblici europei.
INTERVENTI DISCREZIONALI E LEZIONI APRESE DAL PASSATO
In risposta alle tensioni geopolitiche attuali, i governi dell’area euro hanno adottato un approccio molto più cauto. Il sostegno fiscale discrezionale ammonta finora solo allo 0,1% del PIL aggregato, concentrandosi su misure temporanee per l’anno in corso. Molti dei sussidi ancora attivi sono in realtà eredità della crisi del 2022.
Questa prudenza riflette la consapevolezza degli elevati costi sostenuti in passato: se da un lato i vecchi aiuti hanno frenato l’inflazione, dall’altro ne hanno aumentato la persistenza. Inoltre, oggi si ritiene fondamentale non alterare eccessivamente il segnale dei prezzi, così da non rallentare la transizione verde europea verso l’abbandono dei combustibili fossili.
COMPOSIZIONE DEI SOSTEGNI E IMPATTO SUI PREZZI AL CONSUMO
Le nuove misure messe in campo nel 2026 consistono prevalentemente in tagli temporanei alle imposte sull’energia e in sussidi per carburanti, trasporti ed elettricità. Circa il 60% del costo fiscale totale è rappresentato da interventi diretti sui prezzi, spesso non mirati, mentre il restante 40% opera tramite sussidi al reddito. La ripartizione vede le famiglie beneficiare di circa due terzi degli aiuti, con il restante terzo destinato alle imprese.
L’impatto sull’inflazione (misurata dall’IPCA) è stato stimato in una riduzione di 0,2 punti percentuali nel secondo trimestre del 2026. Tuttavia, a causa della natura temporanea di tali interventi, si prevede un aumento di entità analoga nel secondo trimestre del 2027. Solo pochi Stati hanno scelto di finanziare queste spese attraverso tagli ad altri trasferimenti o aumenti delle imposte indirette.
IL MITO DELL’AUTOFINANZIAMENTO DELLE MISURE ENERGETICHE
L’idea che le misure possano “ripagarsi da sole” tramite l’aumento delle entrate fiscali legate all’inflazione appare, nel contesto attuale, priva di fondamento. Storicamente, gli shock sull’offerta di petrolio non generano incrementi a breve termine del rapporto entrate/PIL. Sebbene prezzi più alti possano inizialmente gonfiare le basi imponibili nominali, l’inflazione finisce per erodere il reddito disponibile e deprimere i consumi privati, annullando i vantaggi iniziali.
I dati sull’IVA raccolti tra marzo e maggio 2026 confermano questa tendenza, rimanendo entro i limiti storici senza mostrare picchi di riscossione. Al contrario, le accise sui carburanti risentono negativamente sia della riduzione delle aliquote sia del fatto che sono calcolate sulle quantità consumate, che tendono a diminuire quando i prezzi salgono.
LE SFIDE FUTURE PER LA STABILITÀ ECONOMICA E CLIMATICA
Guardando avanti, la BCE sottolinea che la politica fiscale dovrà muoversi lungo un sentiero molto stretto. Poiché lo spazio di manovra è limitato e l’autofinanziamento improbabile, ogni intervento dovrà essere “temporaneo, mirato e personalizzato”.
La stabilità economica generale dipende dalla capacità dei governi di proteggere i segmenti più vulnerabili della popolazione e le imprese strategiche, senza però compromettere la sostenibilità fiscale a lungo termine. Preservare il segnale dei prezzi dell’energia rimane dunque una priorità non solo economica, ma anche ambientale, per garantire che il sistema produttivo continui a investire nella resilienza e nella sostenibilità.

