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Iveco

Ecco cosa rischia davvero Iveco dalla guerra di successione in Tata Motors

Il manager che ha voluto e negoziato l’acquisizione di Iveco è ormai ai margini. Cosa rischia il gigante italiano dalla resa dei conti di palazzo di Tata Motors?

La guerra di successione nel gruppo indiano Tata mette un punto interrogativo sul destino di Iveco. Il manager che ha architettato l’acquisizione del campione italiano dei veicoli commerciali è uscito di scena, sfiduciato da figlio del fondatore della holding. Che fine faranno gli impegni presi riguardo occupazione e produzione?

LA GUERRA DINASTICA DI TATA

Il 24 febbraio 2026, l’organo di governo della holding Tata Sons si è riunito per rinnovare il mandato quinquennale a N. Chandrasekaran. “Chandra” è il manager esterno che ha tenuto il timone dritto mentre attorno infuriava la tempesta delle perdite di Air India, il declino delle vendite di Jaguar Land Rover e i guai legali d’Oltreoceano. Il suo piano prevedeva di proiettare Iveco Group nel gotha dei primi quattro costruttori mondiali di camion. Ma Noel Tata, fratellastro del leggendario patriarca (scomparso nel 2024) e presidente dei Tata Trusts — le fondazioni filantropiche che controllano il 66% della holding — ha posto il veto. In tutta risposta, Chandrasekaran ha lasciato la guida del gruppo con una lettera di cinque paragrafi diffusa a metà agosto.

L’OPA DI TORINO PER IVECO

In questo risiko dinastico-finanziario, il destino di Iveco sembra in bilico. L’offerta pubblica di acquisto (OPA) lanciata dagli indiani da 3,8 miliardi di euro sul piatto (14,1 euro per azione), si avvia verso la stretta finale. Infatti, manca una sola autorizzazione per far partire l’offerta a settembre e chiudere la partita a inizio novembre 2026. Tuttavia, l’uomo che ha voluto e negoziato l’acquisizione resterà al suo posto soltanto per altri novanta giorni. In altre parole, i dettagli del piano di salvataggio e sviluppo per il marchio italiano, rischiano di trasformarsi in carta straccia.

IL NODO DELLE GARANZIE

La guerra dinastica indiana ha fatto scattare più di un campanello d’allarme a Roma e a Torino. Quando a ottobre 2025 il governo italiano ha esercitato il Golden Power sulla vendita di Iveco, ha imposto prescrizioni chiare: mantenimento della testa strategica sotto la Mole, tutela dei livelli occupazionali, nessuna dismissione degli stabilimenti della penisola. Chandrasekaran ha firmato impegni vincolanti che coprono un orizzonte fino al termine del 2028. Ma il problema fondamentale è la vera natura del potere dentro l’impero di Mumbai.

Infatti, nella galassia Tata, le decisioni strategiche di lungo periodo non nascono nei consigli di amministrazione delle controllate e nei bilanci approvati dai manager, ma nei board dei trust caritatevoli. Con l’ingresso nel consiglio dei trust di Neville Tata (figlio di Noel) e lo scioglimento del comitato esecutivo, la dinastia ha ripreso le chiavi di casa.

COSA RISCHIA DAVVERO IVECO?

L’incognita che pende su Iveco non riguarda l’acquisizione. Infatti, la liquidità è blindata e il mercato scommette sulla conclusione positiva del deal. Il pericolo vero riguarda la strategia e medio-lungo periodo. In primo luogo, la nuova dirigenza potrebbe mettere in secondo piano gli investimenti per il rilancio dei veicoli commerciali europei. In secondo luogo, esaurita la finestra biennale di tutela negoziata con Palazzo Chigi, Tata non sarà obbligata a continuare a produrre in Italia.

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