L’avvertimento di Trump spaventa le imprese. Ecco chi rischia davvero di pagare i dazi minacciati dal presidente Usa
Trump ha dichiarato guerra economica all’Iran, lanciando un avvertimento al resto del mondo: chi aiuterà Teheran, dovrà affrontare conseguenze economiche tremende. Una minaccia che tocca principalmente la Cina, ma nessuno è escluso a priori. L’Italia rischia di finire nella black list del tycoon?
DAZI, TRUMP MINACCIA CONSEGUENZE ECONOMICHE TREMENDE
Le trattative tra Teheran e Washington sono ormai saltate. Poche ore dopo è arrivato, puntuale, il commento di Donald Trump su Truth Social. Il tycoon ha accusato l’Iran di non aver colto l’occasione offerta dagli Usa e ha annunciato “l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese! Si tratterà di una guerra economica e di un isolamento senza precedenti”.
Il presidente americano ha specificato che chiunque offrirà all’Iran un’ancora di salvezza subirà “conseguenze economiche tremende”. Un messaggio che suona come un monito universale rivolto a qualsiasi alleato o Paese terzo per isolare totalmente la Repubblica Islamica.
I SETTORI SOTTO LA LENTE DI TRUMP
Il presidente statunitense non ha fornito un elenco dettagliato di Paesi bersaglio. Nel mirino di Trump ci sono aziende, banche, aeroporti o enti pubblici che potrebbero offrire supporto finanziario o commerciale all’Iran. Una delle principali fonti di sostentamento del Paese Medio-Orientale è il greggio. Il commercio di petrolio iraniano in Europa si è azzerato, ma le esportazioni di Teheran sono continuate quasi esclusivamente verso la Cina grazie all’ormai celebre “flotta fantasma” di navi cisterne.
DAZI, COSA RISCHIA L’ITALIA?
In passato l’Italia ha stretto relazioni commerciali di rilievo con l’Iran nel settore energetico, ma la riattivazione delle sanzioni statunitensi e le tensioni geopolitiche internazionali hanno spinto le principali aziende e istituzioni finanziarie italiane a interrompere o ridurre drasticamente i rapporti operativi con il Paese. In particolare, i principali attori europei ed italiani del comparto Oil & Gas e delle infrastrutture energetiche si sono completamente disimpegnati dopo il ripristino delle sanzioni USA.
Eni ha siglato il primo accordo nel Paese nel 1957, un rapporto intensificato dopo l’accordo nucleare del 2015 (JCPOA), che ha dato il via a nuovi contratti. Proprio l’intesa sul nucleare, bocciata dagli Stati Uniti nel 2018, è la causa scatenante dei dazi statunitensi contro il Paese Medio-Orientale applicate sul commercio di metalli, valuta, auto, esportazione di petrolio e gas, servizi finanziari/bancari e sul settore navale e portuale iraniano. Una mossa che ha spinto Eni a qualsiasi nuovo investimento, limitandosi solo al recupero dei vecchi crediti pregressi con la compagnia statale NIOC attraverso deroghe concordate con le autorità statunitensi.
Anche Saipem ha ormai chiuso i rapporti con l’Iran, mandando all’aria i piani per diverse opere. Nel 2016 l’impresa aveva siglato accordi preliminari e protocolli d’intesa di grande valore, che includevano la realizzazione di gasdotti e l’ammodernamento di raffinerie. Tuttavia, questi progetti non si sono concretizzati o sono stati bloccati prima dell’esecuzione per evitare le ritorsioni dei mercati finanziari occidentali. Lo stesso destino è toccato a Maire Tecnimont. Dopo la riattivazione delle sanzioni statunitensi la società di ingegneria industriale ed energetica ha cancellato o sospeso le commesse nel Paese.
RISCHI ED ECCEZIONI
Esiste qualche azienda che riesce a sfuggire alla morsa dei dazi Usa? La risposta è sì, piccole aziende della componentistica, in particolare. In passato, l’OFAC americano ha già sanzionato singole PME per la riesportazione indiretta di materiali attraverso Paesi terzi (come la Turchia o gli EAU).
Tra le indagini e le sanzioni comminate dall’OFAC (Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro USA), il caso più noto e documentato riguarda la società italiana Nordgas, produttrice di componenti e valvole per impianti a gas, colpita da una sanzione di 950.000 dollari. Tra il 2013 e il 2017, la società ha effettuato 27 spedizioni di pressostati ad aria destinati a circa 10 clienti in Iran nascondendo la destinazione finale al produttore americano.
Oltre ai casi ufficiali registrati nei report dell’OFAC, la Guardia di Finanza e le autorità doganali italiane effettuano periodici controlli sui beni cosiddetti dual-use (tecnologie o componenti meccanici/industriali che possono avere un impiego sia civile che militare o energetico-sanzionato). Le irregolarità riguardano principalmente schemi di triangolazione commerciale: forniture inviate formalmente a Paesi terzi d’appoggio (come gli Emirati Arabi Uniti o la Turchia) che venivano poi riesportate e incanalate verso le infrastrutture industriali o energetiche iraniane.

