Auto cinesi in Africa, petrolio in Venezuela e dazi sul solare: così Trump e Pechino si contendono il futuro dell’energia. I fatti della settimana di Marco Orioles
Le case automobilistiche cinesi non si limitano più a esportare veicoli in Africa: come sottolinea l’Associated Press, stanno iniziando a produrli direttamente sul continente. Con la domanda interna che rallenta e le barriere commerciali che crescono in Europa e Nord America, Pechino guarda all’Africa come a uno degli ultimi grandi mercati in espansione. Urbanizzazione veloce, classe media in crescita e politiche favorevoli di alcuni governi stanno spingendo questa scommessa.
A luglio Chery, il maggior esportatore cinese di auto, ha rilevato l’ex stabilimento Nissan di Rosslyn vicino a Pretoria. Lì vuole costruire ibridi plug-in, elettriche e modelli Jetour. BAIC ha già un impianto a Gqeberha e Great Wall Motor vi sta localizzando assemblaggio e componenti. Hiten Parmar, dell’organizzazione sudafricana The Electric Mission, parla dell’Africa come “la prossima frontiera del mercato auto”. Sudafrica, Marocco, Kenya, Etiopia e Ghana sono i paesi più attrezzati per attirare investimenti cinesi sulle auto elettriche, grazie a capacità industriale, incentivi o reti elettriche in miglioramento. Il Marocco, che ha il vantaggio della vicinanza all’Europa, sta preparando la prima gigafactory di batterie del continente; lo Zimbabwe, con le sue riserve di litio, potrebbe entrare nella filiera. L’Unione Africana punta a lavorare di più i minerali critici in loco.
L’Etiopia ha vietato l’import di auto a combustione e riduce i dazi sulle elettriche assemblate sul posto. Il Sudafrica offre sconti doganali, crediti e agevolazioni fiscali. Produrre in loco significa evitare dazi, abbassare i prezzi e spingere investimenti su ricariche e componenti. Le auto cinesi, più accessibili, stanno erodendo il dominio di marchi europei, giapponesi e americani, finora basato soprattutto sull’usato. Nick Hedley di Zero Carbon Analytics sottolinea che l’Africa importa carburanti raffinati e che passare all’elettrico locale conviene anche per le casse pubbliche. Tombo Banda di CrossBoundary ricorda che le fabbriche cinesi producono più di quanto il mercato interno possa assorbire: “produrre sul continente è un investimento di lungo periodo”, spiega Banda.
BP SCOMMETTE SUL GAS OFFSHORE IN VENEZUELA
BP ha ottenuto da Caracas la licenza per esplorare e sviluppare un giacimento di gas al largo delle coste venezuelane. Come spiega il Financial Times, la licenza concessa alla major britannica riguarda il giacimento Loran Phase 2, con circa 4 mila miliardi di piedi cubi di gas recuperabile. BP, che sta abbandonando la svolta green per tornare a petrolio e gas, punta ora sull’offshore, considerato un rischio più contenuto, con la possibilità di esportare il gas attraverso il terminale Atlantic Lng di Trinidad e Tobago, di cui detiene una quota insieme a Shell. Si tratta, sottolinea il Ft, di un altro segnale che le grandi compagnie petrolifere stanno tornando nel Paese, mesi dopo che gli Stati Uniti hanno deposto Nicolás Maduro. La società britannica non sarà sola: al suo fianco ci saranno Abu Dhabi National Oil Company, tramite XRG, e UCC Oil and Gas Holding. XRG, il braccio estero di Adnoc, sta accelerando le operazioni dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec. UCC appartiene ai fratelli Al-Khayyat, soci di Ivanka Trump e Jared Kushner in un progetto in Albania. L’annuncio relativo a BP arriva dopo la licenza concessa a Shell lo scorso giugno. Trump aveva spinto le major occidentali a investire fino a 100 miliardi di dollari in Venezuela. Schreiner Parker di Rystad Energy ritiene che l’ingresso in Venezuela di gruppi come BP e Adnoc rafforza l’idea che l’attuale governo e l’intesa con Washington possano durare.
Lo stesso Trump ha dichiarato di aver preso “miliardi e miliardi” dai barili venezuelani da quando le sue forze armate hanno catturato Maduro. Washington ha messo l’ex delfina del presidente deposto Delcy Rodríguez a capo del Paese in via provvisoria e insieme a lei ha fatto passare una nuova legge sugli idrocarburi. La nuova normativa ha indebolito il controllo del gruppo petrolifero statale Pdvs. Gli Stati Uniti intanto stanno allentando le sanzioni che un tempo colpivano le esportazioni di Caracas. Oggi il Venezuela produce poco più di un milione di barili al giorno, lontano dai 3,5 milioni degli anni Settanta. Le altre compagnie internazionali restano ancora prudenti: ExxonMobil, tra le altre, ha definito il Paese “non investibile”.
TRUMP ALZA I DAZI SUL SOLARE CINESE
Trump ha deciso di introdurre dazi e imporre prezzi minimi sul polisilicio importato, la materia prima base di semiconduttori e pannelli solari. Come riferisce Bloomberg, l’obiettivo è riportare la produzione negli Stati Uniti, ma il rischio è di allargare ancora di più il divario tecnologico con il resto del mondo. Dal 4 dicembre scatterà un dazio del 15% su wafer, celle e moduli, insieme a listini minimi più alti di quelli attuali. Un modulo importato non potrà scendere sotto i 38 centesimi al watt, contro i 27 di oggi e gli 11 della media globale. Chi si impegna a costruire fabbriche in America entro il 20 gennaio 2029 potrà evitare i rincari. I sostenitori del reshoring applaudono: proteggere tutta la filiera serve a impedire che le aziende aggirino i dazi aprendo stabilimenti in Paesi terzi. Per Jon Toomey della Coalition for a Prosperous America è la “prima volta che gli Stati Uniti difendono l’intera catena del solare con un’unica mossa”. Nel breve periodo, però, i pannelli costeranno di più in un Paese che già paga il doppio rispetto al resto del mondo. Se la produzione interna non prende quota in fretta, gli Usa rischiano di restare indietro mentre tutti gli altri corrono con la tecnologia cinese a basso prezzo. Come sottolinea Li Shuo dell’Asia Society Policy, “limitano una fonte di energia proprio quando serve più elettricità per l’hi-tech e l’intelligenza artificiale”. Fino al 2012 gli Stati Uniti erano i primi produttori mondiali di polisilicio.
Poi è scoppiata la guerra dei dazi con Pechino e oggi la Cina controlla oltre il 95% dell’offerta globale. Gli Usa hanno la terza capacità di assemblaggio moduli, ma dipendono ancora dall’estero per celle, wafer e polisilicio, e quasi tutte le fabbriche usano macchinari cinesi. Gli analisti di JPMorgan vedono vantaggi a lungo termine, in particolare meno rischi geopolitici e prezzi più stabili. Guggenheim calcola invece un rincaro del 12% sul costo complessivo degli impianti. Chi lo assorbirà, tra margini degli sviluppatori e bollette più care, resta da vedere. La corsa dell’IA potrebbe aiutare a digerire i costi, e il solare resta comunque tra le fonti più convenienti negli Stati Uniti. Ma il prezzo dell’occasione persa è alto: altri Paesi in giro per il mondo stanno trasformando le loro reti elettriche con moduli cinesi a prezzi stracciati.

