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Le riserve di petrolio Usa sono agli sgoccioli. Ecco perché e cosa rischiamo

Le riserve Usa di petrolio sono ai minimi dagli anni ’80. L’Italia e l’Ue rischiano di pagare un conto salato per benzina, gas ed energia. L’analisi di Matteo Villa (ISPI)

Le riserve strategiche di petrolio Usa sono agli sgoccioli. L’ultima rilevazione sulle giacenze della Strategic Petroleum Reserve (SPR) degli Stati Uniti mostra che l’estrazione continuativa ha portato il livello delle scorte governative sotto la soglia critica dei 300 milioni di barili. Matteo Villa, Head of PolicyLab di Ispi, fa notare su X che si tratta del valore più basso dagli anni ’80 a oggi, ben al di sotto della metà della capacità massima teorica di stoccaggio dell’impianto (pari a circa 714 milioni di barili).

A COSA SERVONO LE SCORTE DI PETROLIO USA

Nata dopo lo shock petrolifero del 1973 in attuazione dell’Energy Policy and Conservation Act (EPCA) del 1975, la Riserva Strategica nasceva allo scopo di tutelare la sicurezza nazionale americana contro improvvise ed esogene interruzioni di forniture. Tuttavia, nel corso dell’ultimo quadriennio, l’impiego della SPR si è trasformato da strumento emergenziale di geopolitica a calmiere strutturale per i prezzi alla pompa.

I massicci rilasci coordinati avviati a partire dal 2022 (con oltre 180 milioni di barili immessi nel circuito commerciale per raffreddare l’impennata dei prezzi del carburante) e proseguiti sotto l’onda delle ultime frizioni geopolitiche hanno gradualmente prosciugato l’infrastruttura. Così oggi, nel momento esatto in cui il Medio Oriente affronta una delle sue fasi più acute di instabilità, l’America si ritrova con i depositi vuoti per oltre il 55% e con una capacità di manovra drasticamente ridotta.

PETROLIO, IL COLLO DI BOTTIGLIA DI HORMUZ

Se la riserva americana piange, il Golfo Persico non ride. Il vero epicentro del nervosismo dei mercati risiede nello Stretto di Hormuz, la sottile striscia d’acqua (larga nel punto minimo appena 21 miglia nautiche) che separa l’Oman dall’Iran e attraverso cui transita una quota compresa tra il 20% e il 21% del consumo mondiale totale di petrolio liquido (pari a circa 20-21 milioni di barili al giorno), oltre al 20% del gas naturale liquefatto (GNL) globale.

L’Oleodotto Abu Dhabi-Fujairah (EAU), invece trasporta 1,5 – 1,8 Mln b/g bypassando Hormuz e sfocia nel Golfo di Oman. La East-West Pipeline saudita sposta 5,0 Mln b/g collegando l’Est al Mar Rosso (Yanbu).

GLI STRATAGEMMI DEI PAESI DEL GOLFO

Come sottolineato da Matteo Villa, l’aspetto drammatico dell’attuale congiuntura non è solo la vulnerabilità dello stretto, ma l’evidenza che gli stratagemmi logistici messi in campo dalle monarchie del Golfo sono insufficienti a coprire il vuoto. Per aggirare la minaccia di blocco o il costo stratosferico delle polizze assicurative contro i rischi di guerra sulle navi cisterne, i Paesi produttori stanno spingendo al limite le infrastrutture di aggiramento via terra. Riyadh ha convertito e potenziato la condotta che attraversa la penisola arabica per spostare il greggio dai giacimenti orientali di Abqaiq fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Ma la capacità effettiva impiegabile non supera i 5 milioni di barili al giorno. Abu Dhabi, invece, canalizza fino a 1,5-1,8 milioni di barili al giorno direttamente verso il terminal di Fujairah, all’esterno dello Stretto di Hormuz. Al tempo stesso, si moltiplicano i trasferimenti ombra e le triangolazioni di carico al largo delle acque internazionali per sdoganare greggio senza tracciamento diretto nelle aree a massimo rischio.

Anche sommando la capacità massima teorica di tutti gli oleodotti di bypass disponibili nella regione, oltre due terzi del flusso di Hormuz rimarrebbero fisicamente bloccati. Nessuna riserva al mondo, nemmeno la SPR americana prosciugata al limite, può compensare un ammanco di queste dimensioni per più di qualche settimana.

COSA RISCHIANO UE E ITALIA

In uno scenario di sofferenza delle riserve USA e di strozzatura nel Golfo, l’Italia è il vero anello debole della catena. Se da un lato il nostro Paese soddisfa la normativa IEA mantenendo scorte petrolifere d’emergenza (in larga parte gestite direttamente dall’OCSIT e dai privati), dall’altro sconta una grande dipendenza strutturale dal gas naturale liquefatto (GNL).

Una prolungata paralisi di Hormuz non significa solo carburanti più cari al distributore, ma il blocco delle metaniere provenienti dal Qatar, fornitore chiave per i nostri rigassificatori (a partire dall’impianto di Rovigo). Il petrolio delle riserve può comprare tempo sul mercato dei carburanti, ma non può sostituire le molecole di gas necessarie per far girare le nostre centrali termoelettriche e le industrie energivore.

IL CONTO CHE LA GEOPOLITICA PRESENTA ALLA POLITICA

L’utilizzo spregiudicato delle scorte strategiche Usa per finalità di breve termine ha svuotato i paracadute proprio alla vigilia della tempesta perfetta. Gli stratagemmi infrastrutturali dei Paesi del Golfo mostrano che la logistica mondiale si trova al limite fisiologico. Senza una rapida de-escalation o un piano di riempimento vincolante delle scorte occidentali, il prezzo dell’energia tornerà a schizzare in alto.

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