Skip to content
porti

Il Mit corre, ma l’Ue frena. Cosa sta succedendo davvero alla riforma dei porti

Il governo corre contro il tempo per finalizzare la riforma dei porti, ma da Bruxelles arriva un avvertimento pesantissimo: sulle regole della concorrenza non ci saranno sconti

È corsa contro il tempo per la riforma dei porti. Entro l’autunno il Mit dovrà presentare alle Camere il testo definitivo. Altrimenti, il progetto di creare la Porti d’Italia rischia di naufragare. Ma la rotta tracciata dal ministero è piena di ostacoli, dai dubbi dei privati alle barricate dell’opposizione. Il più ingombrante, però, è il richiamo della vicepresidente della Commissione Ue, Teresa Ribera, al rispetto delle regole sulla concorrenza.

RIFORMA DEI PORTI A UN BIVIO

È il momento della verità per la riforma dei porti. Il Mit dovrà sintetizzare i contributi raccolti e blindare un testo definitivo da presentare alle Camere entro fine anno. Infatti, oltrepassare la soglia del 2026 senza una legge approvata significherebbe far finire il provvedimento nel cestino. La riforma immaginata dal viceministro dei Trasporti Edoardo Rixi mira a scardinare la vecchia architettura della Legge 84/94, puntando sulla creazione di “Porti d’Italia S.p.A”.

La società per azioni al 100% pubblica, controllata dal Mef e sotto la direzione operativa del MIT, diventerebbe il centro unico della portualità tricolore. Con questa mossa, Roma punta a centralizzare la regia strategica e decisionale sui grandi interventi infrastrutturali, drenando le risorse che oggi fluiscono autonomamente verso i singoli territori.

Così facendo, le entrate riscosse dalle Autorità di Sistema Portuale (AdSP) — dai diritti di ancoraggio alle tasse sulle merci, fino ai lucrosi canoni concessori — confluirebbero direttamente nelle casse della neonata S.p.A. Un’impostazione che, di fatto, svuota le attuali AdSP del loro potere di spesa, riducendole a meri organi esecutivi di periferia e aprendo contestualmente la porta all’ingresso di capitali privati nella gestione dei moli e delle banchine.

IL DIKTAT DELLA COMMISSIONE UE

La vera mina sul cammino di Rixi parla però spagnolo ed è quella piantata dalla vicepresidente della Commissione Europea, Teresa Ribera. In risposta ai solleciti giunti dall’Eurocamera, la responsabile della Concorrenza ha ricordato al governo italiano che non si danno deroghe sulle norme dell’Unione. In particolare, Ribera si riferisce alla sentenza della Corte di Giustizia UE del 2023, che ha stabilito che l’assegnazione delle aree demaniali e l’accesso alle infrastrutture portuali dietro corrispettivo economico costituiscono attività economiche a tutti gli effetti.

Di conseguenza, secondo l’Ue assoggettare le Autorità di Sistema Portuali o Porti d’Italia S.p.A. a regimi fiscali di favore o a canali finanziari privilegiati violerebbe le norme sul mercato unico. In altre parole, se Porti d’Italia S.p.A. dovesse scavalcare le regole della concorrenza, il nostro Paese andrebbe incontro a una procedura d’infrazione per aiuti di Stato.

RIFORMA DEI PORTI, I TIMORI DEGLI OPERATORI E LE CRITICHE DELL’OPPOSIZIONE

La proposta di accentrare la regia strategica e decisionale sui grandi interventi infrastrutturali dei porti in una società governativa ha provocato una reazione a catena. Difatti, diversi operatori privati del settore temono una morsa burocratica ministeriale pensata per soffocare le specificità e la rapidità operativa dei singoli scali. Sul fronte politico, il Partito Democratico ha affondato il colpo sia a Roma sia a Bruxelles.

L’europarlamentare Brando Benifei, intervistato da La Repubblica di Genova, ha puntato il dito contro quella che definisce un’operazione d’imperio. Secondo Benifei, trasferire le risorse locali a un unico carrozzone pubblico romano rischia di impoverire i territori e paralizzare la programmazione delle opere già deliberate.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Rispettiamo la tua privacy, non ti invieremo SPAM e non passiamo la tua email a Terzi

Torna su