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Usa, India e tech: dal boom green sotto Trump al record di petrolio russo a Nuova Delhi. I fatti della settimana

La crescita record delle rinnovabili americane spinta da data center e scadenze fiscali, mentre Waymo accelera sul lobbying per i robotaxi. Le tensioni in Medio Oriente spingono Nuova Delhi a riazzerare le riserve e toccare i massimi storici di importazioni di greggio da Mosca. I fatti della settimana di Marco Orioles.

Il quadro energetico e tecnologico globale è segnato da profonde trasformazioni guidate da spinte di mercato, innovazione e tensioni geopolitiche. Negli Stati Uniti, nonostante l’orientamento critico dell’amministrazione Trump verso la transizione ecologica e i tagli ai sussidi, si assiste a un’impennata di nuova capacità rinnovabile, spinta dall’esplosione della domanda di elettricità per i data center dedicati all’intelligenza artificiale, dai prezzi elevati del gas legati al conflitto in Iran e dalla corsa degli sviluppatori a sfruttare gli ultimi crediti d’imposta prima della loro scadenza definitiva.

Sul fronte dell’innovazione nei trasporti, la società di mobilità autonoma Waymo ha quasi raddoppiato le spese di lobbying federale e statale per superare le resistenze della politica e dei sindacati, puntando all’introduzione immediata di robotaxi senza conducente e prendendo le distanze dall’approccio più graduale e ibrido sostenuto da Uber.

Nel frattempo, l’instabilità nel Medio Oriente e i colli di bottiglia logistici nello Stretto di Hormuz hanno evidenziato la vulnerabilità energetica dell’India, spingendo Nuova Delhi a riazzerare le scorte e a toccare il record storico di oltre 2,6 milioni di barili al giorno di petrolio importato dalla Russia per garantire la stabilità economica e industriale del Paese.

IL BOOM GREEN INATTESO SOTTO TRUMP

Nonostante la guerra dichiarata dal presidente Usa alle fonti rinnovabili, sotto Trump gli Stati Uniti stanno sperimentando un’impennata di energia pulita. Secondo S&P Global Energy, quest’anno le nuove capacità di energia green arriveranno a 45 gigawatt, un quarto in più del massimo del 2024 e quanto basta a coprire i consumi medi della Turchia. Come spiega il Financial Times, dietro questa spinta ci sono fattori come la guerra in Iran che ha fatto salire i prezzi dell’energia, la fame di elettricità dei data center per l’intelligenza artificiale e la corsa degli sviluppatori a sfruttare gli ultimi crediti d’imposta in scadenza. “In campagna elettorale avevano promesso di fermare le rinnovabili, ma si sono resi conto che senza non si può fare”, dichiara Izzet Bensusan di Captona. Nel 2026 solare e eolico cresceranno ancora, rispettivamente di quasi un terzo e di circa il 50%. La Casa Bianca intanto continua ad esaltare la produzione record di petrolio e gas e a rivendicare la fine dei sussidi a fonti “costose e inaffidabili”. Trump ha smantellato il gigantesco progetto Esmeralda 7 in Nevada, tagliato i crediti fiscali con l’One Big Beautiful Bill Act e bloccato centinaia di autorizzazioni. Però la legge ha lasciato una finestra: chi ha iniziato i lavori entro il 4 luglio ha tempo fino al 2030. Il risultato è una vera e propria corsa a partire. La domanda di elettricità, dovrebbe salire del 39% entro il 2035, trainata dai data center e dall’elettrificazione di case e trasporti. Solare ed eolico restano le soluzioni più rapide e convenienti, con meno di due anni per entrare in rete contro almeno tre del gas, e costi di break-even intorno ai 37-38 dollari per megawattora contro i 48 del gas. Dopo la fine dei sussidi dell’Inflation Reduction Act i prezzi dell’energia sono destinati a salire, e per gli sviluppatori è un momento d’oro. Intanto le famiglie, spinte dagli uragani e dal rincaro dei carburanti, stanno installando più pannelli e acquistando molte più batterie e auto ibride o elettriche. I tribunali nel frattempo hanno bloccato diversi tentativi dell’amministrazione Trump di fermare parchi eolici: gli operatori riescono a ottenere il via libera presentando i propri progetti come complementari, non sostitutivi, dei combustibili fossili.

WAYMO RADDOPPIA I FONDI PER IL LOBBYING SUI ROBOTAXI

Waymo, la società di Alphabet dedicata ai servizi di guida autonoma, ha deciso di alzare la posta sul fronte politico. Tra aprile e giugno l’azienda ha speso più di un milione di dollari in lobbying federale, oltre il doppio rispetto all’anno precedente. Considerando integralmente i primi sei mesi del 2026, la cifra supera i due milioni, con un aumento del 93%. Si è così avvicinata a Uber e ha lasciato indietro i rivali Zoox e Tesla. Come sottolinea il Financial Times, l’obiettivo della società è ottenere il via libera ai servizi completamente autonomi dei cosiddetti robotaxi. Uber, invece, punta su un’introduzione più graduale, in cui le auto a guida autonoma condividano la strada con i tassisti umani. Questa differenza di visione ha raffreddato i rapporti tra le due società. Ad Austin e Atlanta, dove ancora collaborano, Waymo starebbe valutando di uscire dalla partnership. Entrambe le aziende stanno intensificando la pressione a Washington e in diversi Stati dopo gli stop ricevuti a New York e Chicago. Sono ostacolate da molti esponenti politici e dai sindacati che paventano la perdita di posti di lavoro. Nella capitale Waymo ha speso più di Uber e Zoox. Nello Stato di New York ha superato il mezzo milione di dollari, più del doppio di Uber, dopo che la governatrice Hochul ha ritirato le norme che avrebbero aperto al servizio quasi tutto il territorio. Waymo ha anche proposto un fondo da 20 milioni per aiutare i conducenti colpiti. La società afferma di volere solo facilitare il lancio dei veicoli autonomi, senza limitare nessuno. Uber, che ha investito oltre 10 miliardi dopo aver abbandonato il proprio progetto interno nel 2020, chiede reti ibride: in New Jersey propone che almeno l’85% delle corse resti in mano ai conducenti umani durante la sperimentazione. Accusata di voler proteggere la propria piattaforma, Uber risponde che l’approccio misto porta prima la tecnologia ai clienti e dà tempo ai legislatori di gestire la transizione.

L’INDIA TORNA A FARE INCETTA DI PETROLIO RUSSO

L’India ha riportato ai massimi storici gli acquisti di petrolio russo. Secondo i dati riportati dal Financial Times, a giugno e luglio ha importato da Mosca più di 2,6 milioni di barili al giorno, superando la metà del suo fabbisogno totale di greggio. Solo a febbraio era scesa a un milione di barili. Nel complesso le importazioni giornaliere del Paese hanno toccato i 5 milioni di barili, il livello più alto da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l’Iran. Dopo le accuse di Trump, che l’anno scorso aveva criticato Nuova Delhi per aver finanziato la macchina da guerra russa in Ucraina tramite gli acquisti di petrolio, il Paese aveva ridotto le forniture da Mosca. Con un accordo di pace tra Washington e Teheran ancora lontano, il restringimento del flusso attraverso lo Stretto di Hormuz ha spinto però di nuovo il Paese asiaticoverso la Russia. Trump ha pure concesso esenzioni per permettere questi acquisti. L’India dipende dalle importazioni per oltre il 90% del suo fabbisogno di greggio e gas. Sei mesi di conflitto nel Golfo hanno messo in luce quanto il Paese sia vulnerabile sul fronte energetico. Nel discorso del Giorno dell’Indipendenza Modi ha definito la sicurezza energetica “una necessità del momento” e ha invitato a puntare con decisione sulle fonti alternative. I combustibili fossili restano centrali per la nazione più popolosa del mondo: il carbone copre quasi il 60% del suo mix energetico, il petrolio il 28% e il nucleare appena l’1,6%. Il governo ha aperto il settore nucleare ai privati e chiesto alle raffinerie di produrre più gas da cucina, ma gli esperti avvertono che non si cambia sistema da un giorno all’altro. Hemant Mallya del CEEW sottolinea i rischi multipli: dipendenza dalle importazioni, concentrazione dei fornitori, scorte limitate, colli di bottiglia infrastrutturali e volatilità dei prezzi. Tutto questo colpisce insieme famiglie, industrie, bilanci pubblici e inflazione. Modi ha ricordato che le città con gas naturale canalizzato sono passate da 70 a 700, arrivando a interessare 17,5 milioni di famiglie. Resta però una goccia rispetto ai più di 330 milioni di nuclei che usano bombole di GPL. Le raffinerie ne hanno aumentato la produzione, ma gran parte di quella nazionale deriva comunque da greggio importato. L’India sta rafforzando le riserve strategiche: può stoccare 5,33 milioni di tonnellate di petrolio e, insieme alle scorte commerciali, arrivare a 74 giorni di importazioni. Sta anche valutando di tenere parte delle riserve negli Emirati. Per GPL e GNL le scorte sono molto più limitate, e in ambedue i casi si è sentita di più la pressione. Con le forniture di gas mediorientali strozzate, il Paese ha di nuovo puntato sul carbone, la cui produzione annuale è salita del 70%, arrivando a 1,04 miliardi di tonnellate. Secondo gli analisti di Kpler, la guerra in Iran ha mostrato che la sfida immediata è diversificare forniture e rotte di trasporto. E con la crescita economica e della domanda, il greggio resterà a lungo una componente importante del mix energetico indiano.

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