Dalle incognite regolatorie negli USA ai colli di bottiglia del solare in India, fino alla scommessa di Toyota sull’idrogeno: la mappa dei nuovi assetti energetici globali. I fatti della settimana di Marco Orioles
Gli azionisti di Dominion Energy e NextEra Energy hanno approvato l’aggregazione da 66,8 miliardi di dollari per creare la terza compagnia energetica degli Stati Uniti. L’operazione punta a soddisfare il boom di domanda elettrica dei data center dedicati all’intelligenza artificiale, ma l’accordo deve ancora ottenere il via libera dei regolatori statali e federali, con i governi di Virginia e Maine che chiedono garanzie su bollette, concorrenza e tutela dell’occupazione. Nonostante oltre 300 GW di capacità pulita installata, l’India ha sprecato circa 11 TWh di energia solare negli ultimi 15 mesi. I ritardi nella costruzione delle linee di trasmissione, la carenza di batterie di accumulo e l’incapacità delle centrali a carbone di modulare rapidamente la produzione durante i picchi pomeridiani stanno costringendo gli operatori a tagliare la produzione rinnovabile. Toyota infine scommette sull’idrogeno logistico: Spinta dall’aumento dei costi dei carburanti e dalla necessità di garantire la sicurezza energetica nazionale, Toyota valuta l’impiego dell’idrogeno nei camion pesanti destinati al trasporto dei componenti automobilistici. La mossa si inserisce in una strategia multi-tecnologica che prevede anche una più stretta collaborazione tra i costruttori giapponesi per la standardizzazione dei componenti e del software.
GLI AZIONISTI DANNO L’OK ALLA FUSIONE TRA DOMINION ENERGY E NEXTERA ENERGY
Gli azionisti di Dominion Energy e NextEra Energy hanno approvato la fusione da 66,8 miliardi di dollari annunciata lo scorso maggio. Come sottolinea Reuters, l’idea che ha mosso l’operazione è creare una delle più grandi compagnie elettriche al mondo proprio nel momento in cui i data center per l’intelligenza artificiale stanno facendo esplodere la domanda di energia. Dominion, che ha sede in Virginia, gestisce già la più grande concentrazione di data center del pianeta. Dopo quasi un ventennio di consumi elettrici sostanzialmente fermi, adesso la richiesta sta tornando a crescere in modo deciso grazie ai data center e all’elettrificazione di trasporti e industrie. Non a caso si sta vedendo un’ondata di grandi fusioni nel settore delle utility. Se l’accordo andasse in porto, nascerebbe la terza compagnia energetica americana, dietro solo a Exxon Mobil e Chevron, con un valore d’impresa più alto delle due utility successive messe insieme. Mancano però ancora tutte le autorizzazioni. Il ceo di NextEra, John Ketchum, ha detto che il via libera degli azionisti è un passo importante ma adesso tocca affrontare gli occhiuti regolatori statali e federali. La governatrice della Virginia Abigail Spanberger ha già dichiarato che interverrà nel procedimento aperto davanti alla commissione statale: la governatrice pretende impegni precisi sulle bollette affinché restino sostenibili, sulla tutela dei posti di lavoro e sugli investimenti nelle fonti rinnovabili. Anche la governatrice del Maine Janet Mills ha alzato la voce, sostenendo che NextEra finirebbe per avere un controllo eccessivo sulle reti elettriche del New England, limitando la concorrenza e rendendo più difficile far scendere i costi dell’energia. Proprio in Maine ad aprile è stato approvata una moratoria sui nuovi data center per i timori su eccessivi rincari delle bollette e per l’impatto ambientale di tali ingombranti infrastrutture.
IL SOLARE CHE L’INDIA NON RIESCE A USARE
L’India sta installando impianti solari a raffica ma non riesce a usarli tutti, rimarca l’Associated Press. La scorsa estate, nel momento in cui le temperature raggiungevano il massimo, la domanda serale è schizzata perché i condizionatori restavano accesi più a lungo. Eppure alcuni produttori di rinnovabili si sono sentiti dire di tagliare la produzione: la rete non ce la faceva a gestire tutta quella corrente pulita. Negli ultimi 15 mesi il Paese ha sprecato quasi 11 terawattora di solare, abbastanza per dieci milioni di case. E questo mentre il caldo estremo e un monsone scarso facevano salire i consumi per raffrescare e pompare acqua nei campi. Il problema non è più soltanto installare pannelli. L’India ha già oltre 300 gigawatt di capacità pulita, più della metà del totale installato, ma il carbone continua a produrre la maggior parte dell’elettricità. Quando il solare raggiunge il picco nel pomeriggio i grandi impianti a carbone non riescono a spegnersi o a rallentare in fretta senza perdere efficienza o rischiare guasti. “È come chiedere a un elefante di ballare”, ha affermato un operatore del settore. I produttori di rinnovabili ci rimettono perché vengono pagati solo per quello che riescono a immettere in rete. Gran parte del solare sta concentrato nel Gujarat e nel Rajasthan, e le linee di trasmissione da quelle parti si intasano subito. Costruire nuove linee richiede almeno tre anni, mentre un parco solare può essere pronto in due. Negli ultimi cinque anni l’India ha raggiunto solo l’80% degli obiettivi di nuove linee. Senza batterie sufficienti si rischia di tenere accese le centrali a carbone anche quando c’è energia pulita a basso costo. Oggi lo storage è ancora poca cosa: 3 gigawatt di batterie e 7,4 di pompaggio. Un recente studio americano sostiene che il solare affiancato dalle batterie può essere affidabile quasi quanto una centrale tradizionale e costare meno del carbone. Ma se si continua ad aggiungere fotovoltaico senza risolvere il problema dello stoccaggio, i tagli alla produzione non faranno che aumentare. La domanda sta crescendo più in fretta del previsto, anche per l’elettrificazione dei trasporti e per l’edificazione di sempre nuovi data center. Nessuno si aspettava una domanda così forte, affermano gli operatori. L’obiettivo è raggiungere i 500 gigawatt puliti al 2030 e il 70% di capacità non fossile al 2036, ma senza rete e batterie adeguate quel traguardo rischia di restare sulla carta.
TOYOTA VALUTA L’IDROGENO PER LA LOGISTICA
L’aumento dei prezzi dei carburanti e le tensioni sulle forniture energetiche dopo l’inizio del conflitto in Medio Oriente hanno riportato in primo piano anche in Giappone i combustibili alternativi. Come riporta Bloomberg, Toyota sta valutando l’utilizzo dell’idrogeno per i mezzi pesanti destinati al trasporto dei componenti. Il vicepresidente Koji Sato ha indicato che l’azienda potrebbe estendere l’impiego dell’idrogeno anche agli impianti e alle reti logistiche dei fornitori. L’idrogeno era considerato una leva per la decarbonizzazione, ma i costi elevati e le inefficienze di produzione, stoccaggio e trasporto ne hanno limitato la diffusione. In Giappone le autovetture a celle a combustibile restano un mercato di nicchia: a marzo 2025 circolavano meno di 8.300 unità, contro gli obiettivi di 200 mila veicoli entro il 2025 e 800 mila entro il 2030. L’attenzione si è quindi spostata sui veicoli commerciali. Gli investimenti nell’idrogeno pulito hanno superato i 110 miliardi di dollari a luglio 2025. Nell’ambito della Japan Hydrogen Association, Toyota si è impegnata a coprire con l’idrogeno l’1% di logistica, carburanti e materie prime. All’iniziativa aderiscono già 67 soggetti tra banche, società di trading, assicurazioni ed enti locali. L’azienda conferma l’approccio che affianca idrogeno, motori termici, ibridi e batterie senza scommesse esclusive sull’elettrico. Dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, la sicurezza energetica è diventata una priorità. Sato ha insistito sul passaggio dal procurarsi l’energia all’estero alla produzione interna. L’idrogeno entra nel quadro nazionale per rafforzare la resilienza del sistema. Come presidente di JAMA, Sato ha però sottolineato che i costruttori giapponesi non possono più operare in isolamento. Il settore è sotto pressione per l’avanzata dei competitor cinesi, l’evoluzione della domanda e le politiche protezionistiche. Serve una collaborazione più strutturata. Un fronte su cui lavorare è la standardizzazione dei componenti. Circa il 70% dei pezzi proviene da altri produttori e gli standard divergenti comportano costi aggiuntivi e ostacolano l’automazione. Ridurre le varianti consentirebbe ai fornitori di incrementare la produttività, con benefici per l’intera filiera. Honda e Nissan svilupperanno insieme il software dei veicoli di nuova generazione e Mitsubishi potrebbe seguire. Secondo Tatsuo Yoshida di Bloomberg Intelligence, più che procedere in autonomia è necessario ridefinire i confini tra competizione e cooperazione, sviluppando prodotti calibrati sui singoli mercati.

