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Perché la crisi di Hormuz farà schizzare in alto i prezzi dei carburanti. Parla Bompard (PoliTo)

La crisi di Hormuz riduce i volumi di petrolio e prodotti raffinati disponibili sul mercato: Ettore Bompard indica 120 dollari al barile come scenario possibile, fino a 150 in caso di nuovi danni alle infrastrutture. Il gasolio resta il prodotto più esposto, mentre l’Italia guarda al Gnl per diversificare gli approvvigionamenti

Il rischio di nuovi rincari dei carburanti è legato soprattutto alla riduzione fisica dell’offerta provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo spiega Ettore Bompard, direttore scientifico di “EST– Energy Center” del Politecnico di Torino, ed esperto di sistemi energetici, in un’intervista a La Stampa. «Nello scenario peggiore il Brent può salire fino a circa 120 dollari al barile, e a 150 in caso di ulteriori danni alle infrastrutture». Secondo Bompard, «Prima della chiusura attraverso lo Stretto transitavano petrolio e prodotti raffinati per una quantità equivalente a circa il 20% della domanda mondiale. L’impatto sul Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) è più contenuto, intorno al 3%. Il Brent rende bene l’idea: dai circa 59 dollari al barile di dicembre 2025 è salito fino al picco di 122 dollari del 29 aprile. Al 10 settembre era a 109 dollari». L’analisi della IEA indica che nel 2025 attraverso Hormuz sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi, pari a circa il 25% del commercio mondiale via mare di petrolio.

IL DIESEL È IL PUNTO PIÙ CRITICO

Il mercato dei prodotti raffinati presenta una vulnerabilità particolare per il diesel. «Se aumenta il prezzo del greggio, cresce anche la pressione sui prezzi finali dei carburanti, ma oggi una criticità particolare riguarda il gasolio. La differenza tra il prezzo del prodotto raffinato e quello del greggio, da febbraio è passato da circa 20 dollari al barile a oltre 70. L’Europa produce meno diesel di quanto ne consumi, sono venute meno parte delle forniture dalle raffinerie del Golfo e la Russia ha ridotto l’export dopo i danni alle proprie raffinerie». Per le imprese, aggiunge Bompard, «L’effetto sui carburanti è molto rapido: Brent e prezzi alla pompa di benzina e gasolio tendono a muoversi nella stessa direzione con un ritardo medio di circa una o due settimane. I primi settori colpiti sono autotrasporto, agricoltura e pesca, perché più esposti al costo dei carburanti. Per elettricità e gas l’impatto sulle imprese può arrivare dopo alcune settimane o pochi mesi, soprattutto per i contratti a prezzo variabile».

GLI SCENARI SUL BRENT

Sul futuro delle quotazioni, Bompard distingue tra lo scenario più severo e quello prevalente tra gli analisti. «Oggi l’export di greggio e prodotti raffinati dall’area del Golfo Persico è circa la metà rispetto ai livelli precedenti alla crisi. Se questa situazione dovesse continuare fino al primo o al secondo trimestre del 2027, il Brent potrebbe salire a circa 120 dollari al barile e arrivare a 150 in presenza di nuovi danni alle infrastrutture. Ma lo scenario più condiviso dagli analisti è più favorevole: 85-90 dollari a fine 2026 e 75-80 nel 2027».

IL GNL E LA DIVERSIFICAZIONE ITALIANA

Sul gas, Bompard evidenzia il ruolo crescente del Gnl nella diversificazione degli approvvigionamenti italiani. «Con il Gnl gli approvvigionamenti possono essere più diversificati. Nel 2025 il Gnl rappresentava il 34% delle importazioni italiane di gas: il 47% arrivava dagli Stati Uniti e il 32% dal Qatar. Nei primi mesi del 2026 il peso del Qatar è sceso all’11%, mentre quello degli Usa è salito al 68%. Il Gnl garantisce maggiore flessibilità, ma espone alle rotte marittime e non elimina il rischio di dipendere da fornitori dominanti. Inoltre costa più del gas russo che ha sostituito. Rimane una dipendenza via gasdotto del 33% dal gas naturale dell’Algeria».

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