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Documento di finanza pubblica 2026

Stangata energia per 4 imprese su 5: Bankitalia svela quanto pesa l’impatto di Hormuz e il rincaro dei listini

Oltre il 70% delle aziende trasferisce i rincari sui clienti finali, mentre le fabbriche puntano sull’autoproduzione elettrica. Le stime d’inflazione tengono al 2,6% a 12 mesi; investimenti ed export resistono nonostante il calo della domanda interna.

L’escalation militare in Medio Oriente e il blocco delle rotte marittime attraverso lo Stretto di Hormuz colpiscono al cuore le catene produttive italiane, scaricando sui bilanci aziendali una pesante ondata di rincari energetici che si sta progressivamente trasferendo sui prezzi al consumo. Nel terzo trimestre del 2026, oltre quattro imprese su cinque (più dell’80%) hanno registrato un deciso aumento dei costi degli input produttivi, guidato proprio dalle bollette energetiche e dalle materie prime.

Di fronte a questo shock, più del 70% delle realtà colpite ha già iniziato ad adeguare al rialzo i propri listini di vendita per difendere i margini operativi, mentre nel comparto manifatturiero prende quota una decisa spinta verso l’autoproduzione di energia elettrica per ridurre la dipendenza dalle reti esterne. È quanto emerge dall’Indagine sulle aspettative di inflazione e crescita della Banca d’Italia.

L’IMPATTO DI HORMUZ: ENERGIA ALLE STELLE PER PIÙ DELL’80 PER CENTO DELLE IMPRESE

La rilevazione dell’istituto centrale fotografa con chiarezza la natura dello shock innescato dalla crisi geopolitica: le tensioni internazionali non hanno affossato la domanda complessiva, ma hanno fatto impennare le spese di approvvigionamento. L’aumento dei costi dei fattori di produzione – con l’energia in prima fila – è stato segnalato da oltre quattro aziende su cinque.

Le prospettive a breve termine sulle condizioni operative nel quarto trimestre restano pertanto sfavorevoli per l’intero sistema produttivo: il saldo tra previsioni di miglioramento e peggioramento a tre mesi rimane negativo a -15 punti percentuali sia nell’industria sia nei servizi, mentre nelle costruzioni risale a -11 punti (da -19). A pesare sulle valutazioni degli imprenditori continuano a essere, come fattori frenanti primari, l’incertezza economica e politica e l’andamento del prezzo del petrolio. Le difficoltà appaiono più mitigate solo tra i grandi gruppi industriali con almeno 1.000 addetti, dove il saldo negativo si ferma a -8 punti (rispetto al -15 della precedente rilevazione).

LA TRASMISSIONE SUI LISTINI: OLTRE IL 70 PER CENTO SCARICA I RINCARI SUI CLIENTI

La risposta prevalente del tessuto produttivo all’incremento dei costi operativi è stata la traslazione a valle sui prezzi finali. Tra le aziende interessate dai rincari provocati dal conflitto in Medio Oriente, la maggioranza assoluta ha già rivisto o prevede di ritoccare a breve le proprie tariffe: circa il 16% lo ha fatto o lo farà entro tre mesi in misura significativa o pressoché integrale, mentre il 57% vi ha fatto ricorso in misura moderata, portando la quota complessiva di trasferimento dei costi oltre il 73%.

I prezzi di vendita praticati negli ultimi dodici mesi mostrano incrementi stabili nell’industria in senso stretto (+2,6%) e nei servizi (+1,9%), mentre nelle costruzioni la dinamica registra una lieve frenata, pur attestandosi su un più marcato +3,9%. Per il prossimo anno le aspettative aziendali indicano ulteriori rincari legati alle materie prime: listini attesi in crescita del 2,4% nell’industria e del 2,1% nei servizi, mentre l’edilizia prevede un aumento medio del 4,5% (in calo rispetto al 5,1% del trimestre precedente).

LA RISPOSTA INDUSTRIALE: AUTOPRODUZIONE ELETTRICA E RINEGOZIAZIONE DEI CONTRATTI

Davanti all’impennata delle bollette emergono strategie di adattamento fortemente polarizzate a seconda della tipologia di attività economica. Quasi la metà delle imprese coinvolte dai rincari (circa il 45%) dichiara di non aver intrapreso azioni specifiche, con una percentuale di inazione più marcata nei servizi (51%) rispetto all’industria (38%).

Tra le realtà che hanno invece reagito attivamente, la manifattura ha imboccato la via della riconversione energetica: circa due quinti delle imprese industriali (il 40%) hanno fatto ricorso soprattutto a una maggiore autoproduzione di energia elettrica, installando impianti dedicati per schermare le linee produttive dai picchi di mercato. Al contrario, nel comparto dei servizi circa un terzo delle aziende ha optato principalmente per la revisione commerciale delle forniture, ricorrendo al cambio del fornitore o alla rinegoziazione contrattuale dei canoni di fornitura.

ASPETTATIVE DI INFLAZIONE: IL DATO A 12 MESI FRENA AL 2,6 PER CENTO

Nonostante le tensioni sui costi energetici, le attese sull’inflazione al consumo in Italia formulate dalle aziende restano sostanzialmente ancorate, evidenziando una frazionale flessione sugli orizzonti temporali più ravvicinati. La crescita attesa dei prezzi al consumo si attesta al 2,7% a sei mesi e al 2,6% a dodici mesi, a fronte rispettivamente del 2,8% e del 2,7% riscontrati nell’indagine dello scorso trimestre.

Sui termini più lunghi le previsioni non registrano scostamenti: le aspettative a due anni e sull’orizzonte tra i tre e i cinque anni rimangono stabili al 2,5%, indicando che il tessuto imprenditoriale considera la spinta inflattiva recente come un fenomeno persistente ma privo di accelerazioni fuori controllo.

DOMANDA A DUE VELOCITÀ: L’EXPORT SOSTIENE LE VENDITE, ARRETRANO I CONSUMI INTERNI

Sul fronte commerciale, la domanda totale per beni e servizi mantiene un andamento complessivamente positivo ma rivela una profonda spaccatura geografica. La tenuta complessiva è alimentata quasi esclusivamente dagli ordinativi esteri, a fronte di un chiaro indebolimento della domanda domestica sia nell’industria sia nel terziario.

Nel terzo trimestre, le valutazioni sulla domanda estera hanno visto i giudizi di aumento superare quelli di diminuzione di 3 punti percentuali nella manifattura e di 6 punti nei servizi. Il divario a favore dell’export si amplia in misura considerevole per le imprese a forte vocazione internazionale (con una quota di vendite oltreconfine superiore ai due terzi), dove il saldo positivo è balzato da 3 a 9 punti. Per il quarto trimestre le attese di domanda totale restano favorevoli con un saldo complessivo di 17 punti, spinte dall’edilizia che sale a 28 punti (da 21), mentre l’export si posiziona a 14 punti percentuali.

Nel complesso, il pessimismo sulla situazione economica generale mostra un’attenuazione: il saldo negativo tra miglioramento e peggioramento si è ridotto a -39 punti rispetto al -49 della rilevazione precedente, con recuperi più marcati nelle fabbriche e nel Nord Italia, pur restando lontano dai livelli antecedenti allo scoppio del conflitto mediorientale.

INVESTIMENTI, CREDITO E OCCUPAZIONE: PIANI ESPANSIVI NONOSTANTE L’INCERTEZZA

La pressione sui costi non ha arrestato i programmi di sviluppo delle aziende per il 2026, che si confermano orientati all’espansione. Il saldo relativo ai piani di investimento per l’anno in corso è salito a 13 punti percentuali (dai 9 punti del trimestre precedente), trainato dai servizi (circa 20 punti) e dalle costruzioni (circa 16), a fronte di una crescita più prudente nell’industria (circa 4 punti). Le valutazioni sulle condizioni generali per investire, pur rimanendo sfavorevoli specialmente per le imprese di minore dimensione, migliorano portandosi a -24 punti (da -33).

A sostenere i piani aziendali contribuisce la stabilità del sistema finanziario: poco meno del 90% delle imprese giudica immutate le condizioni di accesso al credito bancario (con un saldo marginalmente negativo a -4 punti tra le rimanenti), mentre la posizione di liquidità attesa viene definita ampiamente adeguata dalla larga maggioranza del campione. Segnali di tenuta arrivano infine dall’occupazione: le attese sulla compagine dei lavoratori per il quarto trimestre restano positive in tutti i settori con un saldo di 6 punti percentuali (trainato dal 12,7% delle costruzioni), pur evidenziando una lieve decelerazione rispetto al 7% registrato nello stesso periodo del 2025 e all’8% del 2024.

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