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Trump arruola il petrolio, le batterie cinesi emigrano, l’Europa torna a consumare elettricità. I fatti della settimana

La guerra in Medio Oriente ridisegna le scelte energetiche. Washington usa una legge del 1950 per spingere raffinazione e produzione, i colossi cinesi delle batterie investono all’estero per aggirare il protezionismo e nell’Ue la domanda elettrica cresce da tredici mesi di fila. I fatti della settimana di Marco Orioles

Donald Trump ha invocato la Defense Production Act del 1950, nata durante la Guerra di Corea, per dichiarare produzione e raffinazione di petrolio essenziali alla difesa nazionale. L’obiettivo è far scendere i prezzi del carburante, mentre il Brent è arrivato a 114 dollari e il gasolio americano costa 6,32 dollari al gallone in vista delle elezioni di midterm. Secondo analisti e operatori, però, questa e le altre misure dell’amministrazione avranno effetti modesti, perché i prezzi restano legati al greggio globale e ai rischi a Hormuz e a Bab el-Mandeb. Sull’altro fronte della transizione, scrive il Financial Times, i big cinesi delle batterie come CATL, BYD e Gotion portano parti della filiera fuori dalla Cina per difendersi dal protezionismo occidentale. Dal 2023 hanno investito all’estero quasi 90 miliardi di dollari, con l’Europa come seconda destinazione dopo il Sud-est asiatico, complicando i piani europei per ridurre la dipendenza da Pechino. Intanto, secondo Bloomberg, la domanda di elettricità in Europa torna a crescere dopo quindici anni di calo. Auto elettriche, condizionatori e data center la spingono, e nell’Ue settembre è stato il tredicesimo mese consecutivo di aumento. La ripresa potrebbe favorire nuovi investimenti in eolico e solare, ma mette sotto pressione reti già in affanno e rischia di frenare per i prezzi del gas ai massimi dal 2022. Le tre storie hanno un filo comune: la crisi in Medio Oriente rende più nervosi i Paesi importatori e accelera la corsa all’elettrificazione.

TRUMP TIRA FUORI LA LEGGE DELLA GUERRA DI COREA PER SPINGERE IL PETROLIO

Donald Trump ha deciso di usare una legge vecchia di oltre settant’anni, la Defense Production Act del 1950, per spingere produzione e raffinazione di petrolio e cercare di far scendere i prezzi di gasolio e benzina. Come scrive Time, in un memorandum il presidente ha stabilito che queste attività sono essenziali per la difesa nazionale, dopo aver dichiarato a gennaio l’emergenza energetica. Il contesto è chiaro: la guerra in Medio Oriente ha fatto schizzare i prezzi dell’energia, il Brent è arrivato a 114 dollari al barile e il gasolio americano viaggia intorno ai 6,32 dollari al gallone. Con le elezioni di midterm alle porte, l’inflazione energetica è diventata un tema caldo. La sezione 303 della legge permette al governo di intervenire direttamente: comprare, finanziare, fornire attrezzature e allargare la capacità produttiva. Con una deroga d’emergenza ha eliminato alcuni vincoli, tra cui la notifica ordinaria al Congresso. Non sono stati indicati progetti specifici, ma il vicepresidente JD Vance ha detto che l’amministrazione vuole potenziare la raffineria Delek in Texas. Senza questi interventi, secondo il memo, i colli di bottiglia su finanziamenti, permessi e catene di approvvigionamento non permetterebbero all’industria di rispondere in tempo. La legge era stata usata durante la Guerra di Corea per alluminio e titanio, poi per vaccini e farmaci durante la pandemia, e da Biden per minerali delle batterie e pompe di calore. Ad aprile Trump l’aveva già invocata per gas, carbone e rete elettrica; da lì sono arrivati 42 milioni per la Constitution Pipeline e altri 50 milioni per linee elettriche in Virginia e West Virginia. Gli ambientalisti, come il Center for Biological Diversity, parlano di uso illegale, ma la legge include esplicitamente energia e costruzioni nella definizione di difesa nazionale. Intanto l’amministrazione ha provato altre strade: diesel colorato esentasse per veicoli fuoristrada, rilascio di 100 milioni di barili dalle riserve del G7, proroga del Jones Act per navi straniere e un accordo molto contestato con Putin per importare gasolio russo. Analisti e operatori dicono che gli effetti di queste misure saranno modesti e temporanei: pochi centesimi di benzina dal Jones Act, niente di strutturale dalle riserve, diesel russo probabilmente limitato dalle raffinerie danneggiate. Le esportazioni mediorientali sono tornate sopra i livelli pre-guerra, ma le navi nello Stretto di Hormuz restano a rischio e gli Houthi minacciano il passaggio delle petroliere saudite nello stretto di Bab el-Mandeb. Il memo può favorire investimenti, ma i prezzi dipendono ancora dal greggio globale.

I CINESI DELLE BATTERIE FUGGONO DALLA CINA

Da un po’ di tempo le grandi aziende cinesi delle batterie come CATL, BYD, Gotion, CALB, Sungrow e i loro fornitori stanno costruendo pezzi di filiera fuori dalla Cina. Non perché a casa manchino spazio o soldi, ma perché in Occidente il vento è cambiato e tutti vogliono proteggersi dal flusso di celle, materiali e componenti made in China. Come sottolinea il Financial Times, in Cina queste aziende sanno mettere in piedi una gigafactory a un terzo del costo e tre volte più in fretta che in Europa. Però ormai hanno capito che il protezionismo e la localizzazione non sono una moda passeggera. Quest’anno hanno annunciato 12 miliardi di dollari di investimenti fuori dal Paese in 14 operazioni. Dal 2023 il totale sfiora i 90 miliardi, di cui 52 in celle e 38 in materiali. L’Europa è tra le mete principali, superata solo dal Sud-est asiatico. A fine settembre Gotion ha detto che metterà più di un miliardo di euro in una joint venture con Volkswagen per produrre in Spagna, Slovacchia e Marocco. Bruxelles vuole la filiera delle batterie tutta europea entro fine decennio, ma le case automobilistiche avvertono che manca know-how, materie prime e competitività sui prezzi. Zhu Lingbo di CATL, il più grande produttore mondiale, ha detto chiaramente che qualunque regola arrivi, loro devono localizzare i componenti principali. Per questo cercano siti nuovi in Europa e parlano con i governi. Nella Germania CATL compra quasi la metà delle parti in loco, ma con l’aumento della domanda di auto elettriche diventa più difficile. Matt Shen, responsabile europeo, ammette che comprare tutto fuori non è economico e che bisogna capire come scalare e fare profitto. Tutto questo dipende anche da Pechino: investimenti e trasferimento di tecnologia richiedono autorizzazioni. E c’è il rischio che i governi stranieri blocchino le operazioni, come ha fatto il Regno Unito con le turbine Ming Yang o la Germania con un’acquisizione nel porto di Amburgo. La mole degli investimenti cinesi rischia di lasciare Pechino ancora dominante su elettricità, trasporti e data center. CATL spinge pure i propri fornitori a investire all’estero, complicando i piani di decoupling dell’Europa. Il problema è che in Cina c’è un eccesso di capacità rispetto alla domanda vicina, e le aziende devono uscire dal Paese per sopravvivere. Le azioni di CATL sono quasi dimezzate da giugno dopo risultati sotto le attese. Intanto l’azienda continua a esportare a tutto spiano dalle fabbriche domestiche, e ha già parlato con società americane per i data center. CATL ha già fabbriche in Thailandia e India e ne sta costruendo una in Polonia. Negli Stati Uniti però la musica è diversa: dazi altissimi e timori di spionaggio rendono l’accesso a quel mercato incerto.

L’EUROPA RICOMINCIA A CONSUMARE CORRENTE

Dopo un lungo periodo in cui la domanda di elettricità in Europa è scesa, in alcuni dei Paesi più grandi del continente sta di nuovo salendo. Come osserva Bloomberg, non siamo di fronte ad un’esplosione come quella americana spinta dall’intelligenza artificiale, ma ad un cambiamento che si vede dai dati e che dovrebbe accelerare man mano che le fonti fossili vengono abbandonate. Negli ultimi tempi il consumo in Europa era stato frenato da industrie in sofferenza, dai prezzi alti e da un uso più efficiente. Adesso però auto elettriche, condizionatori e data center stanno tirando di più dalla rete. BloombergNEF, aggiustando i numeri per il meteo, ha rilevato una crescita della domanda nella maggior parte dei mesi dell’ultimo anno in Germania, Italia e Spagna. Ember parla di una tendenza più ampia in tutta l’Unione Europea: qui settembre è stato il tredicesimo mese di fila di aumento su base annua, la sequenza più lunga almeno dal 2018. Nei quindici anni fino al 2023 la domanda nell’Ue era calata di circa il 9%. Ora quella curva sembra invertirsi. Per Peter Lekander, che gestisce un fondo specializzato a Londra, sempre più energia passa dall’elettricità, quindi anche se il consumo totale di energia scende, quello elettrico sale. Ed è un processo destinato a durare decenni. I data center contano sempre di più: la potenza installata in Europa dovrebbe raddoppiare oltre i 30 gigawatt entro il 2032 e arrivare intorno ai 39 nel 2035. Paesi con elettricità abbondante e a basse emissioni, come Finlandia e Spagna, sono i candidati naturali ad ospitare queste infrastrutture energivore. Anche per Arhnue Tan di BNEF la domanda complessiva è destinata inesorabilmente ad aumentare. Il consumo europeo resta comunque lontano dai picchi storici, soprattutto perché l’industria in Germania e altrove è ancora debole. C’è pure il rischio che i prezzi del gas, saliti ai massimi dal 2022, raffreddino di nuovo la domanda. Se però il consumo continua a salire, può spingere nuovi investimenti in eolico e solare. Il problema è che le reti già faticano a tenere il passo delle rinnovabili: più domanda significa più pressione. Kingsmill Bond di Ember nota che condizionatori, industria e auto elettriche pesano in modo diverso a seconda di quanto è sviluppato ciascun Paese. Intanto la guerra in Medio Oriente30 ha reso più nervoso chi importa energia: la maggior parte del mondo non ha tanto petrolio e gas, e il caos spinge verso l’elettrificazione.

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