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Ilva

Taranto si ferma, spariscono 720 milioni e Arvedi sfida Jindal. Che succede all’llva

Taranto spegne gli altiforni, spariscono 720 milioni di euro e la gara per la vendita resta senza offerte vincolanti. Tutti misteri sul futuro dell’Ilva

Tutti gli impianti dell’area a caldo dell’Ilva sono spenti, mentre si consuma il giallo dei 720 milioni di scomparsi. Intanto, non sono ancora arrivate offerte ufficiali sul tavolo dei commissari straordinari e regna il mistero sui possibili concorrenti di Jindal. È la situazione attuale dell’ex Ilva, il più grande polo siderurgico d’Europa.

ALTOFORNI DELL’ILVA SPENTI

Le ciminiere dell’Ilva non fumano più da questa mattina. È quanto ha spiegato il direttore generale di Acciaierie d’Italia, Maurizio Saitta, durante l’incontro al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione, secondo quanto riporta Adnkronos. Un’esecuzione in piena regola della sentenza della Corte d’Appello di Milano, dopo che il 29 ottobre le Sezioni Unite della Cassazione hanno spazzato via i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia in A.S., decretando lo stop definitivo dei giganti a caldo.

ILVA, IL GIALLO DEI 720 MILIONI SCOMPARSI

Mentre i motori di Taranto tirano l’ultimo respiro, a Roma si consuma un giallo finanziario. Una “manina” all’interno del Ministero dell’Economia e delle Finanze, guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti, ha letteralmente azzerato la dotazione destinata alla decarbonizzazione della siderurgia italiana, secondo quanto riporta la Gazzetta del Mezzogiorno.

Inizialmente, il Governo aveva deciso di destinare un miliardo di euro per realizzazione dell’impianto di preridotto (DRI) a Taranto. A giugno di quest’anno, a causa di “sopravvenute insufficienze di risorse”, l’Esecutivo sfila i fondi dal Mase e li dirotta al Mimit, sciogliendo il vincolo diretto per la società DRI d’Italia e facendoli confluire in un generico sostegno alla transizione verde della siderurgia. Infine, nel disegno di legge di Bilancio 2027-2029, sono stati cancellati 720,6 milioni di euro previsti tra il 2027 e il 2030. Risorse pubbliche destinate all’ammodernamento ecologico e alla costruzione dei forni elettrici dell’unica acciaieria a carbone rimasta nel Paese.

COME PROCEDONO LE TRATTATIVE PER LA CESSIONE

La desertificazione finanziaria pubblica arriva proprio sul traguardo della gara per la vendita del complesso siderurgico. Ad oggi non è stata depositata nessuna offerta vincolante sul tavolo dei commissari straordinari. E la cordata di costruttori nostrani coordinata da Federacciai potrebbe abbandonare la partita a causa dei costi da capogiro emersi durante la due diligence.

Sullo sfondo resta così l’ipotesi del colosso indiano Jindal Steel, pronta a mettersi in pancia i complessi di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Una prospettiva che spaventa i capitani d’industria locali e che ha convinto il gruppo cremonese Arvedi a valutare una mossa solitaria e disperata, secondo il Fatto Quotidiano.

LA MOSSA DI ARVEDI PER SCONFIGGERE JINDAL

Per anni il gruppo fondato da Giovanni Arvedi ha smentito ogni coinvolgimento diretto, per poi tentare la via di Federacciai. Oggi, spaventato dalla possibile penetrazione indiana nel mercato italiano della laminazione, il gruppo starebbe vagliando un piano di emergenza autonoma. La prima fase prevedrebbe l’acquisto della struttura “a freddo” dopo lo spegnimento definitivo degli altiforni, ripartendo con poco meno di 3.000 addetti per rilanciare i laminatoi. Il secondo passo della strategia sarebbe costruire a proprie spese un primo forno elettrico (occorrerà almeno un anno e mezzo dal passaggio delle consegne) per poi raddoppiare in seguito, puntando a regime a 5.000 occupati.

Un’operazione ambiziosa ma piena di incognite, che rischia di scontrarsi due grossi ostacoli. Il primo sono i 2,5 miliardi di euro necessari per ristrutturare la catena produttiva e convertire l’impianto in elettrico senza fondi statali. Il secondo sono i possibili controlli dell’Antitrust UE, dato che Arvedi detiene già una posizione dominante nei laminati dopo l’acquisto delle acciaierie di Terni da Thyssenkrupp nel 2022. Tuttavia, l’opzione Arvedi farebbe tira un sospiro di sollievo al governo Meloni, da mesi a caccia di una soluzione per mantenere il controllo del dossier in mani italiane. I rapporti tra Palazzo Chigi e l’azienda lombarda sono solidi, come testimonia l’intesa siglata a maggio col Mimit per un accordo di sviluppo da 82,5 milioni su Cremona e dall’impegno del gruppo su altri fronti caldi come CLN-Coils.

I LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE

Acciaierie d’Italia ha formalizzato la richiesta di un vertiginoso aumento della cassa integrazione straordinaria fino al 28 febbraio 2027. AdI chiede una CIGS per 8.622 lavoratori (più del doppio dei 4.450 attuali). In particolare, a Taranto sarebbero 6.964 cassintegrati su 7.875 dipendenti totali, a Genova sarebbero 870 su 917 e a Novi Ligure: 515 su 542.

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