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Carbone, l’Italia scommette sul phase out ma è un percorso a ostacoli per il gas

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Alcune centrali a carbone chiuderanno anche prima del 2025 ma i territori ostacolano la riconversione in centrali a gas, fondamentali per mantenere in equilibrio il sistema elettrico

Carbone sul banco degli imputati in tutta Europa: dopo decenni di onorato servizio nella produzione di energia elettrica, la scure della transizione energetica e della lotta ai cambiamenti climatici, sta inesorabilmente lasciando il segno, finendo per minacciare anche i bilanci delle utilities europee.

PORTE CHIUSE AL CARBONE A LA SPEZIA DAL 2021

Il termine ultimo del phase out italiano del carbone è stato fissato da tempo al 2025 all’interno del Pniec, il Piano energia e clima. In alcuni casi si procederà a una dismissione anticipata come avverrà , ad esempio, a La Spezia dove la centrale locale Eugenio Montale di Vallegrande, verrà chiusa addirittura nel 2021. “L’ha ribadito a Roma in conferenza dei servizi, il ministro dell’Ambiente – scrive Il Secolo XIX -. C’erano Pierluigi Paracchina e Monica Paganini, nei panni di primi cittadini di Spezia e Arcola. ‘È stata ua giornata storica – affermano -. Non si userà più carbone dal 2021 e ci sarà anche un abbassamento dei limiti delle emissioni, entro sei mesi dal decreto autorizzativo’.Dalle fila dell’opposizione il Pd non è altrattanto entusiasta: ‘Già si sapeva dell’impegno a dismettere nel 2021 con la differenza che Enel avrebbe dovuto chiedere e basta. Preoccupa il silenzio del sindaco sui nuovi piani di Enel di smettere col carbone e ricominciare col gas. È su questo che si deve lavorare’”. “La partita sul turbogas deve ancora giocarsi”, ha evidenziato in un altro articolo La Nazione sottolineando che sull’argomento “il Consiglio si è più volte spaccato, trovando unità con il via libera alla delibera con cui Palazzo civico ha messo mano al Puc e, con una variante, ha ridisegnato le aree produttive, vincolandole al divieto di utilizzo di combustibili fossili”. In ogni caso “la dismissione del carbone entro il 31 dicembre 2021 era nell’aria, già anticipata lo scorso 26 giugno dal direttore di Enel Italia, Carlo Tamburi, e sollecitata settimane più tardi dallo stesso sindaco Pierluigi Peracchini in una lettera inviata ai ministri Luigi Di Maio e Sergio Costa”.

ANCHE A2A PRONTA AD ANTICIPARE IL PHASE OUT

In vista del 2025 anche A2A, guidata da Luca Valerio Camerana, ha in progetto di spendere 475 milioni di euro per riconvertire la sua centrale di Monfalcone, sulla costa goriziana, sostituendola con una a metano. I piani dell’azienda sono state presentate il 29 ottobre scorso a Trieste, l’iter prevede le autorizzazioni dei ministeri di riferimento, ovvero lo Sviluppo economico e l’Ambiente. Come scrive il Sole 24 Ore “nei prossimi giorni i faldoni di documenti che aprono il percorso per l’autorizzazione saranno mandati ai ministeri di riferimento”. La centrale è formata da quattro gruppi produttivi attualmente. A2A “’è pronta a spendere per chiudere in anticipo di due-tre anni rispetto al programma del governo se potremo investire subito in una centrale alternativa a basso impatto ambientale che possa continuare a dare corrente a Udine, Trieste, Gorizia e Pordenone’, commenta l’amministratore delegato Camerano”, secondo quanto riferisce ancora il Sole 24 Ore che riporta anche un’analisi di Terna secondo cui “se si spegne Monfalcone non basta intasare la regione di impianti solari e eolici per allontanare la certezza di blackout severi: non c’è alternativa alla centrale termoelettrica sostitutiva”.

SISTEMA ENERGETICO BASATO PRINCIPALMENTE SUL CARBONE Giuseppe Conte

In Sardegna la situazione è più complicata. Il sistema energetico dell’isola fa ancora affidamento sul carbone. La regione sta studiando la costruzione di un metanodotto che possa portare il metano a Cagliari, ma il progetto ha tempi lunghi. E dire addio al carbone nel 2025, per la Sardegna è un obiettivo alquanto complicato. Per questo la regione vorrebbe una proroga: almeno fino al 2030. A chiarire bene la posizione dei vertici dell’isola le parole pronunciate qualche tempo fa dall’assessore regionale all’Industria, Anita Pili: “Oggi il fabbisogno energetico rappresentato dalle fonti rinnovabili si attesta al 30% e da qui al 2025 riuscire a coprirlo al 100% ci sembra eccessivo, non realizzabile, anche perché un sistema solo con le rinnovabili non può garantire la continuità di energia per gli stabilimenti industriali. Abbiamo già trasmesso le nostre osservazioni, in cui si evidenzia la necessità di prorogare il phase out dal carbone al 2030”. Nelle settimane scorse, poi, il premier Conte ha spiazzato tutti parlando dell’elettrodotto che collegherebbe Sardegna e Sicilia ed esprimendo contrarietà rispetto alla richiesta di posticipare il phase out dal carbone dopo il 2025.

BUFERA ANCHE SULLA RICONVERSIONE DELLA CENTRALE DI CIVITAVECCHIA

È vento di bufera anche a Civitavecchia dove la riconversione a gas della centrale di Torrevaldaliga Nord trova nel gruppo consiliare del M5s un netto rifiuto con la sponda della Lega. Poco più di una due settimane fa, il ministero dell’Ambiente ha dato il via libera alla nuova Autorizzazione integrata ambientale per la riconversione della centrale, malgrado la contrarietà del comune: il cronoprogramma prevede che entro 12 mesi Enel presenti al dicastero di via Cristoforo Colombo il piano di stop definitivo del carbone, che poi verrà trasmesso a Ispra. Il piano si articola su un arco temporale di 16 anni “ferma restando l’autorizzazione all’utilizzo del carbone quale combustibile” solo “fino al 31 dicembre 2025”, come previsto dal Pniec. Il piano di Enel era già stato reso noto da tempo e prevede la realizzazione nel sito di 1.120 MW di peaker gas, con la possibilità di incremento fino a 1.680 MW con tecnologia Ccgt. Nel sito di Civitavecchia la società sta pensando anche di installare 60 MW di batterie.

ENERGIA DA CARBONE IN ITALIA

In Italia si bruciano circa 12 milioni di tonnellate di “carbone” (dati Assocarboni). E si bruciano praticamente in tutto il territorio: nel nostro Paese le centrali a carbone sono otto. Di proprietà della A2A gli impianti di Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, e di Brescia. La prima ha due sezioni su quattro alimentate a carbone (165 e 171 Mw), la seconda un’unica sezione da 70 Mw. Appartengono a Enel spa cinque impianti: Fusina, in Veneto, composta da quattro unità da 320 Mw; La Spezia, con un’unica unità da 600 Mw; Torrevaldaliga Nord, in Lazio, operativa dal 2009: tre sezioni da 660 Mw riconvertite a carbone; Brindisi: quattro unità ciascuna da 660 Mw e in Sardegna il Grazia Deledda di Portoscuso, nel Sulcis, un tempo fondamentale per la filiera dell’alluminio tra Alcoa e Eurallumina e ora, con le fabbriche chiuse, attivo a singhiozzo. Sempre sull’Isola, ma di proprietà della Ep Produzione, un gruppo della Repubblica ceca arrivato dopo E.On ed Endesa, si trova l’impianto di Fiumesanto (Sassari), di fronte al golfo dell’Asinara, con due sezioni da 320 Mw.

QUATTRO CENTRALI SU CINQUE OPERANO IN PERDITA, BILANCI UTILITY A RISCHIO

A decretare la fine al carbone sono anche alcuni studi di Think tank di settore: “Quattro su cinque centrali elettriche che utilizzano questo combustibile nel Vecchio continente oggi operano in perdita secondo uno studio di Carbon Tracker, che stima per il 2019 un ‘rosso’ complessivo di 6,6 miliardi di euro – si legge sul Sole 24 Ore -. La continua discesa dei costi di generazione da fonti rinnovabili e il recente crollo dei prezzi del gas nel Vecchio continente hanno reso il carbone sempre meno competitivo (anche se il carbone stesso è calato di prezzo). Un duro colpo è arrivato dall’impennata dei diritti per l’emissione di CO2, il cui valore è triplicato nell’ultimo anno (e quintuplicato rispetto a un paio di anni fa) stabilizzandosi tra 25 e 30 euro per tonnellata: livelli che per la prima volta nella storia, commenta Carbon Tracker, rendono poco conveniente persino la lignite. In Italia ad esempio, dov’è previsto il phase-out del carbone entro il 2025, qualche impianto riesce ancora ad operare con profitto secondo Carbon Tracker. Lo stesso accade in Slovenia e nella Repubblica ceca (a causa del caro elettricità, come da noi). Si salvano dalle perdite anche alcune centrali tedesche e olandesi molto avanzate dal punto di vista tecnologico. Ma solo in Polonia, grazie a generosissimi sussidi statali, il settore nel suo insieme avrà un Ebitda positivo quest’anno (+631 milioni di euro). In Italia è atteso un rosso di 32 milioni”. “Chi soffrirà di più in assoluto è la Germania, che ha rinviato il phase-out al lontano 2038: le sue centrali a carbone avranno margini negativi per quasi 2 milioni di euro, prevede Carbon Tracker, e Rwe da sola si avvia a perdere 975 milioni, pari a circa il 6% della capitalizzazione. L’utility tedesca però respinge la previsione”. “Perdite molto pesanti sono previste quest’anno anche per la Spagna (-992 milioni) e per la Repubblica Ceca (-899 milioni)”.