Advertisement Skip to content
Auto

180 miliardi per case green, Stellantis fiduciosa su obiettivi, pronto ricorso Cina a Wto per dazi auto. Che c’è sui giornali

180 miliardi per case green, Stellantis tira dritto sugli obiettivi e elargisce 7,7 miliardi, Cina pronta a ricorso Wto per dazi Ue su auto elettriche, Anie: serve prezzo unico elettricità. La rassegna stampa

L’Italia deve spendere altri 180 miliardi per adeguarsi alla direttiva Ue Casa Green, secondo l’ultimo report di Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. La federazione che rappresenta i settori industriali dell’elettrotecnica e dell’elettronica Anie chiede all’Ue il prezzo unico dell’energia elettrica. Ieri il ceo di Stellantis, Carlos Tavares, ha confermato gli obiettivi finanziari per il 2024 e ha scelto di remunerare il capitale degli azionisti con almeno 7,7 miliardi in dividendi e riacquisti di azioni proprie quest’anno. Intanto, la Cina sta preparando un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio riguardo i dazi imposti dall’Unione Europea sui veicoli elettrici Made in China.

CASE GREEN, ITALIA DEVE SPENDERE ALTRI 180 MILIARDI

“Circa 180 miliardi di euro. È quanto costerebbe al Paese adeguarsi alla direttiva Ue Casa Green (Energy Performance of Buildings Directive) qualora venisse recepita dall’Italia, secondo un modello elaborato da Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare. Il calcolo è contenuto nell’Efficiency Energy Report 2024, che verrà presentato mercoledì 19 giugno alle 9.30 al Politecnico, in via Durando 10. Una cifra che equivale a quanto è stato speso nell’ultimo triennio tra superbonus, ecobonus e bonus casa. L’Italia non ha ancora recepito la Energy Performance of Buildings Directive (Epbd) che per gli edifici residenziali ha un target di riduzione dei consumi di energia del 16% al 2030 rispetto al 2020 – e ci sarà da vedere se saranno proposte modifiche dal nuovo Parlamento Europeo. Ma al momento, secondo i calcoli del team di Energy & Strategy”, si legge sull’edizione odierna de Il Sole 24 Ore.

“(…) Al momento sarebbero da efficientare almeno il 43% degli immobili in classe G, che rappresentano circa il 40% del parco immobiliare italiano. Un intervento che, da solo, costerebbe tra i 93 e i 103 miliardi di euro, a cui ne andrebbero aggiunti altri 80 per coprire il restante 45%, e intervenire sugli edifici delle altre classi energetiche. Il modello è stato elaborato analizzando sei casi abitativi: appartamento in condominio di dieci unità e villetta monofamiliare al Nord, Centro e Sud. Per ognuno sono stati previsti tre scenari di riduzione dei consumi. L’opzione uno – ovvero il cambio della caldaia – ha costi ridotti (26-30 mila euro per un condominio, 3,5mila euro per una villetta), ma riesce a malapena a raggiungere il 20% di riduzione richiesto. Con le opzioni due e tre ci si avvicina al 70% di riduzione, ma servono interventi che comprendono cappotto, installazione di pompa di calore e impianto fotovoltaico. In questo caso i costi lievitano a circa 55-60 mila euro per una villetta e intorno ai 400mila per un condominio. (…) l’obiettivo a lungo termine di elettrificazione dei consumi e non prepara alla decarbonizzazione del parco immobiliare del Paese»”, continua il giornale.

Vittorio Chiesa, direttore di E&S, sottolinea un punto chiave: «Bisognerà intervenire in maniera molto più estensiva sul territorio in termini di numero di edifici, sempre che il comparto dell’edilizia possa gestire un numero enorme di cantieri in così pochi anni e anche che i prodotti e i materiali siano disponibili, e a un prezzo in linea con quanto previsto dalle stime. Parte di queste risorse dovrebbe arrivare da un nuovo grande piano di finanziamenti europei, ma occorre una pianificazione attenta e la messa a punto di strumenti di supporto alla riqualificazione energetica». (…) in termini previsionali mancano quattro anni alla scadenza del primo target. Lavorare sul 43% di cinque milioni di edifici (la stima dei più inefficienti) in quattro anni vorrebbe dire attivare 800mila cantieri all’anno”, continua il giornale.

“«Gli altri Paesi continentali non sono molto più pronti di noi e serve più tempo per far sì che gli interventi sul patrimonio edilizio europeo siano decisivi e trasformativi, e non solo legati a target da spuntare. Per quanto riguarda l’Italia, per un’operazione di larga scala serve riportare sul tavolo strumenti come la cessione del credito, sicuramente migliorabili, ma che permettono ai cittadini di agire sui propri immobili. L’adeguamento energetico della casa va reso comparabile con il cambio dell’auto», conclude Chiaroni. Senza contare la ricaduta territoriale, uniformemente distribuita, di una grande operazione edilizia di efficientamento, gestita imparando dagli errori del passato”, si legge sul quotidiano.

ELETTRICITÁ, ANIE: SERVE PREZZO UNICO

“«Sarebbe importante avere un costo dell’energia e una fiscalità comune in tutti i Paesi Ue, insieme a una rete elettrica europea interconnessa, dove Stati con maggiore capacità produttiva possano bilanciare la minore produzione di altri, e a standard tecnici uguali per tutti. Nonché reti intelligenti protette con investimenti in cybersecurity. La transizione verde deve essere condivisa e proporzionale alla capacità dell’industria di realizzarla, per una competitività a livello globale più forte e per la costruzione di un futuro dove, a livello produttivo e distributivo, non ci sia dipendenza da Paesi terzi». Così Filippo Girardi, presidente di Anie –la federazione che rappresenta i settori industriali dell’elettrotecnica e dell’elettronica – sintetizza le richieste del comparto all’Europa”, si legge sull’edizione odierna de Il Sole 24 Ore.

«Il settore delle tecnologie per le reti dovrebbe essere un interesse vitale. L’Europa ha bisogno di una base industriale forte per supportare il sistema elettrico e consentirgli di crescere e innovare in modo sempre più resiliente». A maggio il valore medio del Pun in
Italia è stato di 95 euro al MWh, contro i 67 della Germania, i 27 della Scandinavia, i 30 della Spagna e i 27 della Francia. Ad aprile il Parlamento europeo ha approvato la riforma del mercato dell’energia elettrica dell’Ue, che introduce soluzioni a lungo termine,
come i contratti per differenza, che promuovono l’uso delle rinnovabili. Il procedere con decisione sulla strada dell’energia pulita è una richiesta di tutte le imprese della filiera dell’energia. (…) È di fondamentale importanza che il nuovo indirizzo politico confermi la direzione della decarbonizzazione per raggiungere gli obiettivi al 2030, accelerando la strada verso una maggiore sicurezza energetica, a beneficio della competitività economica e industriale e per contrastare il veloce cambiamento climatico in atto», commenta Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura”, continua il giornale.

“(…) Come mettere sullo stesso piano il nucleare francese con l’idroelettrico italiano? Come superare i limiti fisici all’interconnessione?) e indicando altre priorità. Il settore idroelettrico per esempio lamenta l’introduzione di gare per le concessioni scadute delle grandi derivazioni solo in Italia, in violazione del principio di reciprocità: «Abbiamo 15 miliardi di euro di investimenti
bloccati per l’incertezza sulle concessioni. Chiediamo che sia rivisto il sistema delle gare che l’Europa impone, in modo sincrono in tutti gli Stati. Il nostro è un Paese con industria a crescente intensità energetica. Pensare di mettere a gara l’idroelettrico quando gli altri non lo fanno significa mettere a dura prova il nostro sistema industriale», commenta Paolo Taglioli, direttore generale di Assoidroelettrica”, continua il quotidiano.

“(…) Il fotovoltaico è oggi la tecnologia più conveniente e sicura per ridurre i costi dell’energia», sottolinea Italia Solare. Posizione condivisa da Alleanza per il fotovoltaico, critica sul decreto Fer 2 che incentiva tecnologie innovative per le rinnovabili, a cui la Commissione europea ha dato il via libera: «Occorre avere una visione strategica che al contempo permetta lo sviluppo di tecnologie
collaudate come il fotovoltaico utility scale e l’agrivoltaico base». Resta sullo sfondo, la ricostruzione della filiera del solare in Europa, che non riesce a competere con la Cina. Il decreto Fer 2 è stato invece salutato con favore da Anev, associazione
nazionale energia del vento, perché tra le tecnologie incentivate c’è anche l’eolico offshore. Per il presidente, Simone Togni, «il costante sviluppo delle rinnovabili deriva proprio da una spinta europea. Non vedo grossa discontinuità rispetto al passato, questo percorso dovrebbe continuare»”, si legge sul giornale.

AUTO ELETTRICA, CINA PRONTA A RICORSO A WTO CONTRO DAZI UE

“Passa dalle parole ai fatti, la Cina, riservandosi il diritto di presentare un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio dopo che
l’Unione europea ha annunciato l’imposizione di dazi sui veicoli elettrici Made in China. He Yadong, portavoce del Ministero del Commercio, ha dichiarato in conferenza stampa che «Pechino si riserva il diritto di presentare un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio di adottare tutte le misure necessarie per difendere risolutamente i diritti e gli interessi delle imprese cinesi». Reazione inevitabile, quella cinese, davanti alla decisione dell’Unione europea di aumentare i dazi sulle importazioni di auto elettriche dalla Cina, attesa poco
prima delle elezioni europee ma, all’ultimo momento, slittata al dopo voto, mercoledì 12 giugno.”, si legge sull’edizione odierna de Il Sole 24 Ore.

“L’aumento scatterà, con ogni probabilità, dal 5 luglio: i nuovi dazi andranno dal 17,4% al 38,1 per cento, attualmente le imposte sono al 10% circa mentre quelle che Pechino applica sulle vetture di provenienza europea sono al 15%. La decisione europea sull’aumento dei dazi è arrivata dopo mesi di indagini, iniziate il 4 ottobre da concludersi entro un tempo massimo di 13 mesi. (…) Secondo la Commissione Ue i veicoli elettrici cinesi “beneficiano di sussidi ingiusti” e che “stanno causando una minaccia di danno economico ai produttori Ue”. Di qui la decisione di imporre dazi compensativi sulle importazioni, con l’inclusione di tre produttori cinesi inclusi nel campione: Byd al 17,4%;
Geely 20%; Saic 38,1%. Altri produttori che hanno collaborato all’indagine saranno soggetti a un dazio del 21%, mentre sarà del 38,1% per
quanti non hanno collaborato. I dazi si andrebbero a sommare a quelli già esistenti al 10 per cento. Dopo la comunicazione preventiva inviata al Governo cinese e alle aziende coinvolte, le società incluse nel campione hanno la possibilità di fornire commenti sull’accuratezza dei calcoli pre-comunicati dei loro dazi individuali”, continua il giornale.

“Entro il luglio 2024, la Commissione pubblicherà nella Gazzetta ufficiale un regolamento che spiega in dettaglio quanto valutato per decidere l’entità dei dazi. I dazi entrerebbero in vigore il giorno successivo alla pubblicazione. Ma il rapporto tra Europa e Cina
è alle corde, si cercano vie di mezzo. «Rendendo pubblici i dazi provvisori che intendiamo imporre – ha commentato Valdis Dombrovskis,
vicepresidente della Commissione europea – il nostro obiettivo non è chiudere il mercato europeo ai veicoli elettrici cinesi, ma garantire che la concorrenza sia leale»”, si legge sull’edizione odierna de Il Sole 24 Ore.

“E c’è chi, come la Camera di commercio europea in Cina, considera che «se si vogliono imporre tariffe, dovrebbero essere proporzionate in modo trasparente e coerente con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’indagine antisovvenzioni sui veicoli elettrici della Ue è appena entrata nella sua fase provvisoria e le misure definitive (…) saranno confermate solo alla fine dell’anno»”, continua il giornale.

AUTO, STELLANTIS CONFERMA OBIETTIVI 2024

«Siamo solidi, supereremo i momenti difficili e vinceremo nel lungo termine». L’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, durante il primo Investor Day del gruppo nato dalla fusione di Fca e Peugeot, indica le traiettorie di sviluppo agli analisti, non nascondendo le criticità. Dal Michigan conferma gli obiettivi finanziari per il 2024 e sceglie di remunerare il capitale degli azionisti con almeno 7,7 miliardi in dividendi e riacquisti di azioni proprie quest’anno. La reazione in Borsa, però, è negativa e il titolo chiude, in una giornata difficile per il settore, a -2,77% a 19,66 euro. «Il 2024 è un anno di transizione – insiste Tavares – andiamo avanti con determinazione con il piano al 2030». L’ad di Stellantis, gruppo che ha come primo azionista Exor che controlla anche Repubblica , il giorno dopo la scelta di Bruxelles di inasprire i dazi con la Cina, sottolinea l’importanza della joint venture con Leapmotor, start up di Hangzhou. Un asso nella manica per Tavares”, si legge sull’edizione odierna de Repubblica.

“«Se non riuscirò a competere con i brand cinesi, allora metterò un brand cinese davanti a loro, ovvero Leapmotor». La stratega? «Non vogliamo stare sulla difensiva, dobbiamo cavalcare l’onda dell’offensiva cinese». Il giudizio su dazi è negativo: «Con i dazi si cerca di correggere un gap di competitività, ma in realtà si crea uno squilibrio è ingenuo pensare che con i dazi saremo più protetti». La transizione verso l’elettrico è il filo conduttore dell’Investor Day. (…) Un esempio è la gigafactory di Termoli, invstimento sospeso da Acc, joint venture tra Stellantis, Total Energies e Mercedes. «La decisione non è di Stellantis. Il progetto non è cancellato, ma non si possono produrre batterie in Paesi dove poi non si vendono veicoli elettrici. Nessuno vuole perdere soldi e quindi è normale prendersi una pausa anche per vedere che direzione prenderà l’Europarlamento appena eletto ». (…) La responsabile finanziaria Natalie Knight indica le aspettative 2024: margine Aoi atteso del 10-11% per il primo semestre, con free cash flow industriale significativamente inferiore rispetto al 2023, ma in miglioramento nella seconda parte dell’anno grazie anche al lancio dei nuovi modelli e alle azioni sui costi di 500 milioni. Nel 2025 l’azienda punterà alla fascia alta del range del 25-30% della sua politica di distribuzione dei dividendi rispetto al 25% degli ultimi anni. E la Fiom, dopo il tavolo al ministero dove l’azienda ha dato rassicurazioni sulla Maserati di Modena, chiede «stop ai dividendi e l’investimento di utili in occupazione e salario»”, continua il giornale.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Abilita JavaScript nel browser per completare questo modulo.

Rispettiamo la tua privacy, non ti invieremo SPAM e non passiamo la tua email a Terzi

Torna su