Scenari

Cina, Turchia, Uk e non solo. Il Taccuino estero

Turchia

Alcuni dei principali dossier tra energia, tlc e geopolitica nel Taccuino estero di Marco Orioles per Energia Oltre

TUTTE LE SINTONIE E GLI INTRALLAZZI TRA TURCHIA E QATAR

Per la sua prima visita all’estero dopo la pandemia, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha scelto il suo alleato di ferro: il Qatar.

Accompagnato dal ministro del Tesoro e delle Finanze, Berat Albayrak, dal ministro della Difesa nazionale Hulusi Akar, dal responsabile dell’intelligence, Hakan Fidan, dal capo della comunicazione Fahrettin Altun e dal portavoce presidenziale Ibrahim Kalin, Erdogan ha messo piede venerdì nel Paese più problematico del Golfo dove ha incontrato l’emiro Sheikh Tamim bin Hamad Al Thani.

Secondo un comunicato della presidenza turca, al centro delle discussioni ci sono state relazioni bilaterali tra due paesi che si definiscono “fratelli e amici e un giro d’opinioni sulle questioni regionali e internazionali.

D’altra parte, come ricorda un lungo paper del Besa Center scritto in occasione del viaggio in Qatar di Erdogan, è almeno dal 2014 che Turchia e Qatar sono entrate in una relazione strategica. In quell’anno infatti i due paesi hanno firmato un accordo sulla sicurezza che concede ad Ankara una base nell’emirato, dove oggi stazionano – non lontano dalla mega base Usa di al-Udeid – circa 3 mila militari turchi e una varietà di unità navali ed aeree.

Il momento della gratitudine per Ankara è arrivato tre anni dopo, quando è scoppiata la crisi interna al Consiglio di Cooperazione del Golfo che ha portato all’isolamento e al boicottaggio del Qatar da parte delle altre potenze del Golfo.

In quell’occasione, mentre l’emirato era accerchiato in un inquietante embargo, Erdogan venne in soccorso del suo amico emiro trasferendo numerosi cargo e aerei carichi di cibo e beni essenziali. Fece inoltre il gesto plateale di rafforzare il dispositivo militare turco in Qatar, in un avvertimento tutt’altro che velato alle potenze del Golfo.

Quel gesto fu ripagato con gli interessi nel 2018 in uno dei momenti più difficili passati dalla Turchia negli anni recenti: erano i giorni delle sanzioni americane, che fecero calare del 40% la quotazione della lira, in una situazione cui pose rimedio l’emiro investendo seduta stante 15 miliardi di dollari nelle banche e nel mercato finanziario turchi.

Poco dopo, inoltre, l’emiro decise di cementare l’amicizia col Sultano con un prezioso dono: un esemplare di Boeing 747-8, il jet privato più grande e costoso del mondo dal valore di 400 milioni di dollari.

Arrivò quindi, ricorda ancora il Besa Center, anche il momento della cooperazione nell’industria della difesa, con l’acquisto da parte di un fondo d’investimento qatarino del 50% di BMC, azienda turca che produce veicoli corazzati (e che è di proprietà di amici stretti del presidente Erdogan). Ne scaturì immediatamente l’accordo per la produzione di più di mille esemplari del carro armato Altays.

Oltre a questo lauto affare, vi fu anche la joint venture tra la turca Havelsan, un’azienda di stato specializzata in software, e la Al Mesned Holkdings per realizzare soluzioni dedicate di cyber-security per il Qatar.

L’amicizia tra I due paesi ha avuto modo di manifestarsi anche sotto la pandemia, che la Turchia ha patito con un aumento record della disoccupazione, destinata a toccare il 17%, e un nuovo deprezzamento della lira. Anche in questo caso, la generosità del Qatar è stata decisiva, avendo rinnovato l’accordo con la Banca Centrale turca sui cambi con un surplus che ha portato da 5 a 15 miliardi di dollari la disponibilità per Ankara – un passaggio che ha immediatamente rafforzato la valuta sui mercati.

E infine c’è il dossier più scottante di tutti: la Libia. Nei comunicati ufficiali non è menzionata per nome, ma è chiaro che la situazione nella nostra ex colonia, dove Turchia e Qatar sono non solo alleati ma sono attualmente dalla parte che sta prevalendo, avrà dominato i conversari tra i due leader.

E chissà cosa si saranno detti, a porte chiuse, delle minacce di Haftar, dell’Egitto e dei russi, che sembrano tutto fuorché intenzionati a cedere ai due alleati di Doha e Ankara tutta la posta in gioco in Libia.


Mar Cinese Meridionale surriscaldato

Settimana ad alta tensione nel Mar Cinese Meridionale innescata dalla decisione della marina di Pechino di condurre delle esercitazioni navali nei pressi delle isole Paracels.

Si tratta chiaramente di un gesto provocatorio, visto che le isole sono rivendicate tanto dal Vietnam, che le chiama Hoang Sa Islands (i cinesi le chiamano Xisha) quanto dalle Filippine, e si trovano in un luogo, il Mar Cinese Meridionale, che i cinesi rivendicano interamente per sé creando numerose frizioni con i paesi vicini e soprattutto con gli Usa.

Immediata la reazione del ministero degli esteri del Vietnam, che ha definito le esercitazioni una violazione della sovranità di cui Pechino potrebbe pagare il fio presso l’Asean. Piccata anche la reazione del ministro della  Difesa filippino Delfin Lorenzana che ha definito “altamente provocatoria” la mossa di Pechino.

E non è tardata nemmeno la risposta da parte degli Usa. A esprimersi è stato il Pentagono, che ha definito le esercitazioni cinesi “le ultime in una serie di azioni (della Cina) volte ad asserire rivendicazioni marittime illegali e mettere in svantaggio i propri vicini del Sudest asiatico”

Poche ore dopo è arrivata la replica di Pechino, che – per bocca del portavoce del ministero degli esteri, Zhao Lijan .- ha rigettato le accuse del Pentagono e ribadito che le Paracels sono territorio cinese e che la marina ha tutto il diritto di operare in aree che rientrano nella sovranità cinese.

Ma il colpo di cannone l’hanno sparato gli Usa due giorni dopo annunciando attraverso il portavoce della Settima Flotta che due loro portaerei, la USS Nimitz e la USS Reagan erano entrate nel Mar Cinese Meridionale con i relativi Strike Group per compiere a loro volta delle esercitazioni,

“La presenza delle due portaerei”, ha spiegato in una nota la Settima Flotta, “non è legata ad alcun evento politico o mondiale (ma) è uno dei molti modi in cui la Marina Usa promuove la sicurezza, la stabilità e la prosperità nell’Indo-Pacifico”.

Ma ci ha pensato il Segretario di Stato Mike Pompeo con un tweet a mettere in relazione i due eventi definendo “altamente provocatorie” le esercitazioni della marina cinese e ribadendo che gli Usa si “oppongono alle richieste illegali di Pechino. Punto”.


Mai notizia battuta in Gran Bretagna fu più gradita negli States. Ieri infatti i giornali britannici della domenica hanno riportato un’indiscrezione secondo la quale il governo di Sua Maestà si accinge a fare un passo indietro sulla stessa propria decisione del gennaio scorso di concedere ad Huawei di avere un ruolo limitato nella realizzazione del 5G.

La decisione al tempo causò non poca irritazione a Washington, e mise pure in agitazione una serie di parlamentari conservatori del tutto allineati ai colleghi americani circa la concezione di Huawei come cavallo di Troia del Partito Comunista cinese.

Nel frattempo tuttavia è intervenuto un fattore: le sanzioni del maggio scorso del Dipartimento del Commercio Usa minacciate a tutte le aziende produttrici di semiconduttori con contenuto intellettuale americano che volessero rifornire Huawei.

Fu una mossa contestatissima anche perché mise di fronte il colosso di Shenzhen ad un fatto compiuto: per stare al passo, d’ora in poi avrebbe dovuto cambiare tutta la sua supply chain e trovare altri fornitori.

Ebbene, l’intelligence britannica è giunta alla conclusione che questo cambiamento non rimarrà senza conseguenze sulla sicurezza delle reti 5G made in Huawei, che a questo punto – essendo obbligata a ricorrere a componenti ritenute non affidabili –  pongono rischi che suggeriscono la sua completa esclusione dall’infrastruttura.

Questo almeno è quanto sarebbe contenuto in un rapporto del National Cyber Security Centre del GCHQ che sta circolando per il momento tra i ministri.

A confermare l’esistenza del rapporto, su cui Boris Johnson dovrebbe pronunciarsi a breve annunciando un cambio di politica, sono stati i principali quotidiani britannici che hanno riportato, tra le altre cose, il commento del ministro della cultura Oliver Dowden.

“Sin dalla metà di maggio”, ha detto Dowden, “ci sono le sanzioni Usa contro Huawei, così visto che queste sanzioni sono mirate sul 5G (abbiamo pensato) che avrebbero avuto un impatto anche sull’affidabilità di Huawei come provider della rete 5G”.

Lo studio in questione dovrebbe dunque dichiarare, per la gioia degli Usa, “inaffidabile” la tecnologia di Huawei. Inoltre il governo, sempre secondo i media britannici, starebbe studiando il modo per far sì che tutto il materiale Huawei scompaia dalla rete entro sei mesi.

Se confermate, le notizie rappresenterebbero una nuova tegola per Huawei, che nel giro di poche settimane ha già incassato due colpi pesanti come l’esclusione dal 5G di Belgio e Singapore.

Ma sarebbero, soprattutto, la conferma che la special relationship tra Usa e Uk è ancora in piedi nella materia più delicata, ossia la sicurezza, e che quel che gli Usa dicono è ancora legge tra gli alleati.