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Patto di stabilità e crisi energetica

Dall’estrazione alla pompa: cosa dice l’analisi della Bce sui rincari di benzina e diesel nel 2026

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare i margini di raffinazione, amplificando l’impatto del petrolio greggio. Le imposte fisse mitigano i rialzi percentuali, ma l’inflazione energetica dell’area euro è balzata oltre il 10%.

Il 2026 passerà alla storia economica come l’anno in cui il conflitto in Medio Oriente ha stravolto i bilanci delle famiglie europee, portando i prezzi dei carburanti a livelli record. Un’analisi dettagliata pubblicata sul Blog della Banca Centrale Europea (BCE), spiega i meccanismi tecnici che trasformano le tensioni geopolitiche in rincari alla stazione di servizio. Secondo gli esperti dell’Eurotower, la fiammata dei prezzi non è dipesa solo dal costo del greggio, ma è stata pesantemente influenzata da una crisi della capacità di raffinazione globale, innescata dal blocco delle rotte marittime strategiche.

IL PESO DELLA MATERIA PRIMA E LA VELOCITÀ DI TRASMISSIONE

L’andamento del petrolio Brent ha subito una scossa violenta a partire da marzo 2026, passando in poche settimane dai livelli di fine febbraio a un picco di 138 dollari al barile registrato all’inizio di aprile. Si è trattato di un raddoppio quasi istantaneo che si è riflesso con estrema rapidità sul prezzo finale pagato dai consumatori.

La ricerca della BCE evidenzia come la trasmissione dei costi dal mercato all’ingrosso alla pompa sia solitamente completa e avvenga in un arco temporale ridotto, tra uno e due mesi. In termini assoluti, ogni aumento del greggio si scarica integralmente sul prezzo al dettaglio al netto delle tasse: se il costo della materia prima sale di 10 centesimi al litro, il consumatore vedrà lo stesso incremento sul cartellone del distributore, segno che i margini di profitto intermedi raramente assorbono questi shock.

IL RUOLO CRITICO DEI MARGINI DI RAFFINAZIONE

In questa crisi specifica, il vero “moltiplicatore” del disagio economico è stato rappresentato dai margini di raffinazione. La scomposizione del prezzo effettuata dagli analisti mostra che, mentre il greggio aumentava del 92% tra febbraio e aprile, i margini legati alla trasformazione del petrolio in prodotto finito sono balzati del 168%. La causa principale è stata la chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha sottratto al mercato circa 4,5 milioni di barili di prodotti raffinati al giorno nel secondo trimestre dell’anno.

Questa carenza improvvisa ha fatto sì che il prezzo del diesel raffinato salisse ancora più velocemente del petrolio greggio, raggiungendo i 197 dollari al barile ad aprile. Nonostante una breve tregua tra giugno e luglio, la successiva escalation del conflitto ha riportato i margini di raffinazione a livelli quasi record, contribuendo per 0,35 euro al prezzo finale del diesel e per 0,23 euro a quello della benzina nelle prime settimane di luglio.

L’EFFETTO AMMORTIZZATORE DELLE IMPOSTE E DEI COSTI FISSI

Un quesito frequente tra i consumatori riguarda il motivo per cui un raddoppio del prezzo del petrolio non comporti un raddoppio identico del prezzo alla pompa. La spiegazione risiede nella struttura rigida del costo del carburante, composto per una quota significativa da elementi fissi. Oltre al greggio e alla raffinazione, intervengono i costi di distribuzione (trasporto, marketing, gestione dei punti vendita) e, soprattutto, il carico fiscale.

Le accise sono imposte fisse per litro che non variano con il prezzo del mercato; sebbene molti governi le abbiano temporaneamente ridotte per mitigare l’inflazione, queste sono tornate ai livelli ordinari a giugno 2026. Anche l’IVA, pur essendo proporzionale, agisce su una base che include le accise. Poiché queste componenti rappresentano una fetta consistente del totale, un aumento del 90% della materia prima si è tradotto in un incremento “relativo” del prezzo al dettaglio del 34% per il diesel nel periodo preso in esame.

L’ENIGMA DEI “RAZZI E PIUME” NELLA DISCESA DEI PREZZI

L’analisi della BCE affronta anche il fenomeno noto in letteratura economica come “razzi e piume” (rockets and feathers), ovvero la tendenza dei prezzi alla pompa a salire velocemente come razzi quando il petrolio rincara e a scendere lentamente come piume quando il greggio cala.

Durante la temporanea riapertura dello Stretto di Hormuz, tra il 18 giugno e l’11 luglio, i prezzi hanno mostrato una flessione, ma gli esperti suggeriscono che la velocità di discesa potrebbe essere stata più lenta rispetto alla fase di ascesa. Questo comportamento asimmetrico potrebbe derivare da vari fattori: l’incertezza sulla stabilità delle forniture future, la necessità di smaltire le scorte acquistate a prezzi elevati o una ridotta pressione competitiva tra i distributori nelle fasi di calo dei costi.

L’IMPATTO SULL’INFLAZIONE E LE PROSPETTIVE FUTURE

L’impatto di questa dinamica sull’economia dell’area euro è stato brutale. L’inflazione energetica nell’Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo (IPCA) è passata da un valore negativo del -3,1% di febbraio a un picco del 10,8% a maggio, stabilizzandosi all’8,5% a giugno. Guardando avanti, le previsioni basate sui contratti futures indicano che, sebbene il contributo dei margini di raffinazione possa toccare il picco nel mese di agosto, si dovrà attendere la fine del 2027 per vedere un ritorno a valori vicini alla normalità pre-crisi.

Fino ad allora, la volatilità dei prezzi alla pompa rimarrà strettamente legata non solo alle quotazioni del barile, ma soprattutto alla capacità dell’industria di raffinazione di operare in un contesto di sicurezza marittima precario.

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