Ieri i prezzi del petrolio sono aumentati di circa l’8% e quelli del gas in Europa di circa il 20%. L’impatto a lungo termine sui prezzi dell’energia dipenderà dalla durata delle ostilità e dal loro impatto sul trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz
Gli attacchi contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele hanno riaperto la questione di sicurezza energetica più importante per l’economia globale: l’interruzione dei flussi di petrolio e gas mediorientali che transitano attraverso il più importante nodo energetico mondiale, lo Stretto di Hormuz.
Come spiega il think tank Bruegel, in gioco ci sono circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi – circa un quinto del consumo globale – più tutte le esportazioni di GNL dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, equivalenti a circa il 20% del commercio globale di GNL. Dai primi attacchi del 28 febbraio, il trasporto marittimo attraverso lo stretto ha subito un rallentamento fino a quasi paralizzarsi.
IL CONFLITTO IN IRAN FA AUMENTARE I PREZZI DEL PETROLIO
L’impatto immediato della situazioen in Iran sui prezzi dell’energia è stato significativo: ieri i prezzi del petrolio sono aumentati di circa l’8% e quelli del gas in Europa di circa il 20%. L’impatto a lungo termine sui prezzi dell’energia dipenderà dalla durata delle ostilità e dal loro impatto sul trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz.
Un conflitto di breve durata inietterebbe un premio di rischio geopolitico nei mercati del petrolio e del gas. Un’interruzione prolungata – magari nell’arco di diverse settimane – inizierebbe a erodere le scorte, a limitare la logistica e a inasprire gli equilibri globali di petrolio e gas, con effetti molto più significativi sui prezzi.
L’EUROPA HA UNA FORTE DIPENDENZA DAL GNL
L’Europa è molto meno dipendente dal petrolio e dal GNL del Golfo rispetto a Cina, India, Giappone o Corea del Sud, ma non è isolata. Petrolio e GNL sono mercati globali: qualsiasi blocco dello Stretto di Hormuz potrebbe innescare degli immediati picchi di prezzo che colpirebbero l’Europa, indipendentemente dalle sue limitate importazioni fisiche.
La vulnerabilità più pronunciata dell’Europa è il GNL: se i flussi di gas liquefatto attraverso lo Stretto di Hormuz venissero ridotti, la disponibilità spot globale si ridurrebbe immediatamente. L’Europa sarebbe quindi costretta a competere con gli acquirenti asiatici per carichi flessibili sul mercato spot, come è accaduto durante la crisi energetica del 2021-2023.
Ciò farebbe aumentare i prezzi del gas in Europa, soprattutto perché l’Europa ha iniziato il 2026 con livelli di stoccaggio di gas molto più bassi rispetto agli ultimi anni: 46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026, rispetto ai 60 miliardi di metri cubi del 2025 e ai 77 miliardi di metri cubi del 2024.
I POSSIBILI EFFETTI SULLE SCORTE DI GAS
Le operazioni di rifornimento degli stoccaggi potrebbero essere interrotte, esercitando una pressione sui costi energetici industriali in Europa. L’aumento dei prezzi del gas si ripercuote sui prezzi dell’energia elettrica e sui margini industriali, soprattutto per i settori ad alta intensità di gas.
Se i prezzi del petrolio e del gas dovessero aumentare contemporaneamente, la sostituzione sarebbe più difficile, innescando potenzialmente una rinnovata domanda di carbone e pressioni per risparmi sul lato della domanda.
Raggiungere l’obiettivo europeo di ridurre i costi energetici industriali – una questione al centro delle preoccupazioni dei leader UE in materia di competitività – potrebbe diventare più complicato.
LE CONSEGUENZE SUI MERCATI PETROLIFERI
Per quanto riguarda il petrolio, la decisione dell’OPEC+ di domenica scorsa di aumentare la produzione nel tentativo di calmare i mercati è certamente importante. L’Agenzia Internazionale per l’Energia deciderà se consentire agli Stati membri di utilizzare collettivamente i 90 giorni di scorte di petrolio equivalenti alle importazioni che sono tenuti a detenere in caso di grave interruzione dell’approvvigionamento petrolifero.
Per ora, gli Stati Uniti non stanno valutando l’ipotesi di liberare petrolio dalle loro ampie riserve strategiche (le scorte statunitensi superano il requisito dell’AIE), il che indica che Washington ritiene che qualsiasi aumento dei prezzi sarà limitato.
I POSSIBILI PIANI DI EMERGENZA
Secondo Bruegel, se non l’hanno già fatto, i responsabili politici europei dovrebbero predisporre piani di emergenza in caso di una situazione di stallo prolungata in Iran e nel Medio Oriente. Per quanto riguarda il gas, la Bruxelles dovrebbe coordinarsi con i governi europei sulle misure di sicurezza dell’approvvigionamento da attuare in caso di forti impennate dei prezzi o di carenze.
Queste potrebbero includere il monitoraggio dei mercati del GNL per comprendere l’entità di un possibile dirottamento dei carichi verso l’Asia e l’attuazione di tutte le possibili opzioni per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento, la preparazione di una strategia europea per la riduzione della domanda di gas e operazioni di rifornimento degli stoccaggi di gas più coordinate nei prossimi mesi, per garantire l’economicità e la sicurezza dell’approvvigionamento per il prossimo inverno (per il quale il rifornimento inizierà in primavera).
L’EUROPA CONTINUA AD ESSERE ESPOSTA AGLI SHOCK GEOPOLITICI
Per l’Europa, il rinnovato conflitto tra Stati Uniti e Israele con l’Iran ci ricorda che, in un mercato del gas strutturalmente più compatto e globalizzato, la frammentazione è costosa. Gli strumenti precauzionali messi in atto durante la crisi energetica – tra cui il coordinamento a livello UE del rifornimento degli stoccaggi di gas e gli sforzi congiunti per rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento – dovrebbero essere preservati, non smantellati.
La situazione rafforza anche un punto più fondamentale: l’esposizione dell’Europa agli shock geopolitici resta radicata nella sua continua dipendenza dai combustibili fossili importati e scambiati su mercati globali volatili, nonostante abbia spostato la dipendenza dalla Russia ad altri fornitori, non ultimi gli Stati Uniti.
Anziché rallentare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, le nuove tensioni dimostrano che l’impiego di fonti energetiche pulite e prodotte internamente dovrebbe essere accelerato. Solo riducendo la dipendenza strutturale dalle importazioni di petrolio e GNL l’Europa potrà proteggere in modo duraturo la propria economia dai ricorrenti shock esterni.


